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Cina: proteste operaie e affari di armi con Ue e Italia

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Operai cinesi della Computime in sciopero - da Asianews

Da ieri circa 3 mila operai della ditta Computime protestano a Shenzhen fuori di una fabbrica di componenti elettronici per le dure condizioni di lavoro e le paghe bassissime - informa l'agenzia Asia News. Gli operai, che lavorano nella ditta Computime, una joint-venture fra Hong Kong e Cina Popolare, ieri hanno bloccato la porta di entrata e la strada. A traffico bloccato, è intervenuta la polizia con oltre 100 agenti e vi sono stati tafferugli fra operai e poliziotti. Gli operai protestano per salari bassi, straordinari non pagati e multe astronomiche per pause troppo lunghe al bagno. "Il nostro salario base è solo di 230 yuan (circa 28 dollari USA) al mese" - ha dichiarato un manifestante. "Dobbiamo lavorare 14 ore al giorno, per 7 giorni alla settimana. La paga per lo straordinario è di 2 yuan all'ora. Non possiamo nemmeno vivere con un salario simile!". Nel Guangdong, il minimo stabilito dal governo è di 574 yuan mensili. Shenzhen è una delle città più ricche della Cina e il costo della vita è relativamente più alto che nel resto del Paese. "Una porzione di cibo ci costa 12 yuan. I soldi che prendiamo ci bastano a malapena a comprarci da mangiare" - ha detto un altro lavoratore. Molti di questi operai sono migranti provenienti da povere regioni dell'interno. Computime ha 4 mila operai ed è una joint venture fra un imprenditore di Hong Kong, Auyeung Pok-hong, e una ditta cinese. Gli operai affermano che il loro padrone di Hong Kong li tratta bene, ma i loro salari sono stati "rubati" dagli amministratori della Cina Popolare.

E sempre Asianews informa che durante il quinto Asia-Europe Meeting (ASEM) in corso in questi giorni ad Hanoi (Vietnam), al quale partecipa per l'Italia il vice-premier Gianfranco Fini, il primo ministro cinese Wen Jiabao chiederà ai leader europei di eliminare l'embargo sulla vendita di armi alla Cina. L'embargo è stato imposto dalla Comunità europea dopo il massacro di Tiananmen nel 1989 ed è stato riconfermato a larga maggioranza dal Parlamento europeo lo scorso dicembre con una risoluzione (373 voti a favore, 32 contrari e 29 astensioni) che riafferma che la situazione dei diritti umani nella Repubblica popolare "resta insoddisfacente, le violazioni delle libertà fondamentali continuano, così come continuano le torture, i maltrattamenti e le detenzioni arbitrarie". Secondo Shen Guofang, rappresentante del ministero degli esteri, l'embargo sarebbe ormai "fuori moda", vista la crescita della cooperazione fra l'Ue e la Cina. "L'embargo dovrebbe essere cancellato, bandito - ha detto Shen in una conferenza stampa. Ormai non si accorda con la strategia di collaborazione strategica fra la Cina e l'Unione Europea". La reazione di Washington non si è fatta attendere. Il rappresentante del Segretario di Stato americano presso l'Ue, Gregory Suchan ha subito manifestato preoccupazioni per "l'inevitabile incremento dell'export di armi nella regione" che ne deriverebbe. "Sono molto scettico che il Codice di condotta europeo sia un affidabile ed adeguato sostituto dell'embargo" - ha affermato Suchan.

Intanto il Parlamento italiano si appresta a votare la ratifica di un accordo per coproduzioni di armi tra Italia e Cina. L'"Accordo nel campo della tecnologia e degli equipaggiamenti militari", che avrebbe dovuto arrivare alla Camera lo scorso settembre, prevede tra l'altro non meglio specificate "acquisizioni e produzioni congiunte" di tipo militare. Il Disegno di legge 4811, di iniziativa governativa presentato dal Ministro degli Esteri Frattini, ratifica l'accordo riconoscendo gli "sforzi e successi della Cina in favore della pace e stabilità interna e in tutta l'area orientale". Va ricordato che, nonostante l'embargo dell'Ue, il governo Berlusconi ha concesso lo scorso anno autorizzazioni per export di armi per un valore di oltre 127 milioni di euro, che fa della Cina il terzo acquirente delle armi "made in Italy". [GB]

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