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Italia: assolti capitano Ultimo e il generale Mario Mori

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Retro della cassaforte della villa di Riina

"Innocenti, assolti con formula piena": questo il verdetto, atteso e auspicato a dir la verità, del processo al generale Mario Mori e al Capitano Ultimo, coloro che il 15 gennaio 1993 arrestarono il boss mafioso Salvatore Riina, detto Totò. La sentenza ha messo la parola fine ad un processo iniziato un anno fa, anche se la vicenda è iniziata diversi anni prima.

A livello giornalistico già nel 1993 alcuni cominciano ad insinuare i primi dubbi. Nel 2000 in una lettera aperta, il direttore di Antimafia2000 Giorgio Bongiovanni smonta molti dei teoremi giornalistici, avvallando la versione della vicenda fornita dal Capitano Ultimo. Scrive infatti "Abbiamo indagato e condotto molte interviste che oltre ad aggiungere preziosi elementi, vanno a confermare quanto il Capitano Ultimo ha dichiarato nel libro di Maurizio Torrealta Ultimo". Aggiungendo verso la fine "Sia durante i primi appostamenti che nei giorni precedenti l'operazione, venne suggerito a Ultimo e ai suoi uomini di spostarsi altrove, e se non fosse stato per una precisa e ferma presa di posizione del capitano, sicuro della pista che avevano seguito fino a quel momento, oggi probabilmente Riina sarebbe ancora latitante. Chi non voleva che gli uomini del Crimor prendessero il capo di Cosa Nostra? Chi ha voluto depistarlo? Sono forse le stesse persone che garantiscono a Provenzano la sua incredibile latitanza? Sono coloro che hanno fatto sì che Ultimo lasciasse Palermo e si dedicasse ad altro?".

L'accusa rivolta a Mori ed al capitano era quella di aver permesso l'occultamento di documenti preziosi dopo l'arresto di Riina, ritardando la perquisizione della villa del boss. Alcuni mesi fa in una lettera al gruppo che porta il suo nome, Ultimo è tornato sulle motivazioni del proprio comportamento, contestando e ribattendo punto per punto alle accuse mosse a lui e a Mori. Affermando tra le altre cose: "All'interno dell'appartamento dove un mafioso vive con la moglie ed i figli non si tengono oggetti o documenti che implicherebbero un coinvolgimento penale dei figli e della moglie; la mia esperienza mi dice questo, ma evidentemente ci sono persone molto più esperte di me a cominciare dalla dottoressa Vincenzina Massa, che affermano il contrario, (mancano episodi di riscontro alle loro tesi , ma non importa), quando si va al circo non si può scegliere lo spettacolo. Infine dal nostro punto di osservazione non si vedeva l'abitazione di Riina (circostanza ben conosciuta dal dott. Aliquò - vedi dichiarazioni sul sito)e da altri, quindi anche mantenendo l'osservazione (cosa impossibile e da me comunque non compresa allora) non si sarebbe potuto rilevare nessuna frequentazione dell'appartamento quindi mi chiedo di che cosa stiamo parlando?"

Durante il processo diversi collaboratori di giustizia hanno ritrattato le loro rivelazioni accusatorie. Una vera processione di persone pronte a clamorose dichiarazioni scioltesi come neve al sole. Tanto è vero che per alcuni di loro è scattata la denuncia per falsa testimonianza, come informa l'AGE (Agenzia Giornalistica Europea). Infatti nel dispositivo i magistrati hanno disposto la trasmissione alla Procura dei verbali di udienza con le deposizioni rese in aula dai pentiti Santo Di Matteo e Baldassare di Maggio. I pm avevano chiesto la trasmissione degli atti per procedere per falsa testimonianza nei confronti dei collaboratori. Ma questo è solo un indice di tutto il dibattimento processuale, dove le accuse sono crollate davanti all'evidenza dei fatti. A partire dalla famosa cassaforte della villa di Riina, su cui puntavano molte delle accuse. L'accusa sosteneva che la cassaforte fosse stata asportata dalla villa nei 18 giorni trascorsi tra l'arresto e la perquisizione, permettendo probabilmente di far sparire importanti prove e coprire così alcuni mafiosi importanti. Ed invece non è stato così: i verbali della perquisizione e diverse fotografie dimostrano come la cassaforte al momento dell'entrata nella villa dei carabinieri era ancora lì, aperta solo successivamente con la fiamma ossidrica dagli uomini dell'Arma (vedi foto del retro della cassaforte).

Una dettagliata ricostruzione della vicenda la fornisce sul sito di PeaceLink Antonella Serafini, che ha seguito scrupolosamente tutta la vicenda in questi anni. L'articolo, corredato anche da un link dove è possibile ascoltare gli mp3 di alcune udienze del processo e visionare le foto della villa, inizia con parole che riassumono tutta la lunghissima e dettagliatissima ricostruzione. "Il giallo che non è mai stato un giallo, una storia che nessuno ha voluto ascoltare, un epilogo pressoché scontato, che vede il capitano ultimo l'unica persona processata quattro volte per aver svolto il proprio lavoro nonostante abbiano fatto di tutto per impedirglielo".

Ma alla fine di tutto ben riassumono le parole di Riccardo Orioles, giornalista il cui impegno antimafia è ormai più che ventennale (cominciato a Radio Aut sul finire degli Anni Settanta insieme a Peppino Impastato, proseguendo negli Anni Ottanta nella redazione de I Siciliani con Giuseppe Fava e tante altre esperienze giornalistiche negli anni, tra cui la fondazione del settimanale Avvenimenti) sull'ultimo numero della e-zine Catena di San Libero): "Assolto. Il capitano Ultimo, che arrestò Riina. Ma l'ha fatto in buona fede, ha concluso il tribunale".
di Alessio Di Florio

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