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Trentino: caporalato nei frutteti, dieci arresti

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Operazione di Polizia per caporalato in Trentino

Dieci persone, tra cui alcuni titolari di aziende agricole della valle di Non, sono state arrestate al termine di un' operazione condotta dalla Polizia contro la tratta di esseri umani e il caporalato. Le indagini della squadra mobile di Trento, coordinate dalla Procura di Rovereto, hanno consentito di individuare una presunta organizzazione criminale transnazionale, operante tra il Marocco e l' Italia, che in cambio di compensi che variavano dai 2.000 ai 3.000 euro faceva giungere numerosi extracomunitari in Trentino dove venivano utilizzati come lavoratori in nero per la raccolta di mele. Secondo quanto scoperto dalla Polizia, l' organizzazione era costituita da extracomunitari e alcuni italiani titolari di 6 aziende agricole trentine operanti nella produzione e raccolta di mele. Le vittime della tratta sarebbero circa 40.

Migra, l'Osservatorio trentino sulla discriminazione degli immigrati nel lavoro, presenta una dettagliata rassegna stampa sul fenomeno del "caporalato" in Trentino.

"La polizia e la procura di Rovereto hanno scoperchiato la pentola del malaffare che specula sulla vita dei migranti. Anche da noi serve una presa di coscienza collettiva. In Trentino come in Puglia la tratta degli schiavi dilaga. Ora la nostra preoccupazione va alla sorte dei 40 immigrati clandestini". Paolo Burli per la segreteria Cgil e Antonio Rapanà per il Coordinamento stranieri accusano le imprese che sfruttano il lavoro di uomini sotto ricatto. "Le indagini continuano - dicono i sindacalisti - e siamo certi che saranno rigorose. Poi le aziende coinvolte dovranno essere giudicate con severità: cercare il profitto sulla pelle di persone prive di diritti è intollerabile" - riporta Il Trentino.

Per la Cgil il fenomeno è preoccupante: dopo gli schiavi nel cantiere edile a Marilleva, quelli nei campi di mele della val di Non. "È la prova che lavoro nero e schiavitù proliferano grazie all'assurda legge Bossi-Fini", affermano Burli e Rapanà. "Clandestini si diventa non per una naturale propensione a violare la legge, ma costretti all'ingresso irregolare da norme irrealistiche: forza lavoro senza diritti, utile a imprenditori senza scrupoli che rappresentano la vera minaccia a una comunità civile rispettosa della legge. È ora che anche in Italia ci sia il permesso di soggiorno per la ricerca di lavoro a favore di immigrati che denunciano gli sfruttatori. È l'unico modo per spezzare la catena del ricatto. Oggi chi perde il lavoro o non ne trova uno cade nella rete della schiavitù. Ma serve anche l'impegno delle istituzioni, Provincia in primis, per aumentare la vigilanza. Alle associazioni imprenditoriali chiediamo di uscire dall'o mertà".

Dura anche la reazione della Uil. "Il Trentino non è un'isola felice - dichiara Walter Alotti - questa vicenda prova che l'allarme lanciato dal sindacato sull'emergenza legalitù e sicurezza sul lavoro è più che realistico e non sorprende che le irregolarità venute alla luce si riferiscano al settore agricolo che con l'edilizia e gli alberghi sono i più interessati da episodi di illegalità e lavoro nero. È evidente che il fenomeno è stato sottovalutato da parte di alcune forze politiche, come si desume dalle recenti dichiarazioni del senatore Bezzi e dal lamento continuo dell'assessore Panizza sulla presunta attività persecutoria di controllo sulle aziende". "Speriamo - conclude Alotti - che il consiglio provinciale aumenti le risorse per far sì che si tronchi definitivamente il germe del lavoro nero". [GB]

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