Banca mondiale: stop ai fondi per l'oleodotto Ciad-Camerun
In realtà non è la prima volta che la World Bank ha ripensato l’erogazione di fondi per l’opera che da anni sbandiera come il suo fiore all’occhiello nel settore dello sfruttamento dei combustibili fossili. Già al principio del 2006, l’allora presidente Paul Wolfowitz aveva fatto la voce grossa con il presidente Idriss Deby, accusato di aver “spostato” le royalties del greggio dalle spese sociali a quelle per l’acquisto di armi. Poi nel lungo braccio di ferro tra Wolfowitz e Deby fu quest’ultimo ad avere l’ultima parola, dopo nemmeno troppo velate minacce di bloccare i flussi di greggio dal Paese africano. Ora la storia si è ripetuta ed in maniera definitiva. Deby, a detta della dirigenza dell’istituzione con sede a Washington, continua a “dimenticare” di aver sottoscritto un accordo per la creazione dei cosiddetti fondi sociali, preferendo acquistare armamenti per il suo esercito, impegnato a combattere le forze ribelli sostenute dal vicino Sudan. Ma è vergognoso che la Banca pensi solo alla sua reputazione e si tiri fuori così da una storia che lascia sul campo distruzione sociale e ambientale e più povertà. La Banca mondiale, infatti, è da sempre il primo sponsor politico e finanziario del mega-oleodotto, lungo 1.070 chilometri, gestito da un consorzio di cui fanno parte la ExxonMobil, la ChevronTexaco e la Petronas. In totale il più grande investimento nel settore petrolifero operato in Africa negli ultimi anni è costato ben 4,2 miliardi di dollari – il contributo della Banca ammonta a oltre 400 milioni. Purtroppo la World Bank fin dalla progettazione della pipeline ha ignorato l’allarme delle popolazioni locali e di numerose Ong africane e del resto del mondo, preoccupate per i pesanti impatti ambientali ma anche sui diritti umani che il Ciad-Camerun avrebbe comportato – impatti che si sono puntualmente verificati. Il modello di sviluppo basato sullo sfruttamento petrolifero a solo vantaggio delle multinazionali del Nord del mondo e delle elite locali è ancora una volta miseramente fallito, nel pieno dell'impunità anche per i banchieri di Washington. Ma il nuovo presidente Robert Zoellick per adesso non ne vuole sapere, proseguendo a promuovere ricette vecchie dove le energie rinnovabili finiscono sempre per soccombere a vantaggio dei combustibili fossili. Luca Manes (Campagna per la riforma della Banca mondiale) |



