'Banche armate': alla chiesa chiediamo trasparenza
"Spesso le banche si rivolgono alle parrocchie offrendo condizioni particolarmente favorevoli. Crediamo sia moralmente doveroso chiederci come e dove investono questi istituti bancari" - riportano i promotori della Campagna. "Sarebbe un forte gesto di richiamo alle coscienze, se le varie realtà ecclesiali si muovessero in questa direzione indirizzando alle banche una lettera pubblica. Sarebbe un gesto profetico per testimoniare che ci sta a cuore prima di tutto il Vangelo". Come segnala la Relazione 2006 sull'export di armamenti, lo scorso anno il 45% delle esportazioni italiane di armi sono state dirette verso il Sud del mondo, tra cui Paesi altamente indebitati o dove si verificano reiterate violazioni dei diritti umani. Tra i primi dieci acquirenti del 2005 oltre a tre Paesi dell'Ue - Spagna (autorizzazioni per 159 milioni di euro) e Gran Bretagna (131 milioni) e Belgio (67 milioni) - compaiono ben sette Paesi extra-europei e del Sud del mondo: Turchia (116 milioni), India (104 milioni), Singapore (88 milioni), Egitto (77 milioni), Oman (55 milioni), Emirati Arabi (54 milioni) e Pakistan (49 milioni). "Le banche per le operazioni di 'incassi e pagamenti' a favore delle ditte produttrici di armi loro clienti chiedono ai Paesi del Sud del mondo 'compensi di intermediazione' più alti rispetto ai Paesi ricchi, con tassi che variano dal 5 al 10% dell'intera partita - dichiara Giorgio Beretta, coordinatore della Campagna 'banche armate'. E più un Paese è povero, maggiori sono i compensi di intermediazione che deve pagare alle banche". "Nel solo 2005 sono state rilasciate alle banche autorizzazioni alla riscossione di compensi di intermediazione per un totale di quasi 27 milioni di euro e cinque istituti bancari sono stati i beneficiari dell'85% dell'intero importo" - prosegue Beretta. "Affidare i propri risparmi a banche che sostengono la produzione e la vendita di armi soprattutto verso Paesi indebitati e dove si verificano costanti violazioni dei diritti umani, o - ancor peggio - chiedere a queste banche di sponsorizzare eventi e iniziative ecclesiali mi pare quanto di più lontano dall'appello a 'rendere credibile l'annuncio di Cristo Risorto' a cui fa riferimento il Messaggio del Convegno ecclesiale nazionale - afferma padre Carmine Curci direttore di Nigrizia, mensile che lo scorso anno ha lanciato la campagna per gli 'sponsor etici'. “Sarebbe già un bellissimo segno se dal Convegno ecclesiale nazionale partisse anche solo l’invito a diocesi, parrocchie, istituti religiosi e missionari a rendere noto il nome delle banche presso le quali depositano i propri risparmi” – sottolinea don Renato Sacco del mensile Mosaico di Pace. “Crediamo sia venuto il momento anche per le istituzioni ecclesiali di dotarsi di criteri etici nella scelta della propria banca cosi come diversi Enti locali stanno facendo su impulso della campagna 'Tesorerie disarmate'” - aggiunge padre Nicola Colasuonno, direttore di Missione Oggi. "Spiace poi notare - riprende Beretta - che un recente e importante documento della Conferenza Episcopale Italiana (Cei) su 'Etica, sviluppo e finanza' abbia totalmente ignorato le proposte che la campagna di pressione alle 'banche armate' ha presentato in questi sei anni di attività: proposte che sono state oggetto di riflessione all'interno dello stesso mondo bancario tanto da stimolare diverse banche a prendere impegni precisi e trasparenti su finanziamento e commercio di armi, dotandosi di codici etici e inserendo questo capitolo nei loro bilanci sociali". "Dispiacerebbe quindi se, per non mettere in discussione interessi economici consolidati, la Chiesa italiana finisse col defilarsi sul fronte della coerenza oltre che della testimonianza. Crediamo perciò che, oltre ad interrogare le banche, sia venuto il momento per la Campagna di porre domande precise alle stesse diocesi, parrocchie e istituti religiosi sulla gestione dei risparmi e a chi chiedono sponsorizzazioni e finanziamenti" - conclude il coordinatore della campagna. |



