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mercoledì, 03 dicembre, 2008

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Opinioni

settembre 2006

Il premier cinese Wen Jiabao e Romano Prodi
28.09.2006 Vorrei dirlo subito e chiaro: non solo il presidente del Consiglio Romano Prodi, ma tutta la “parte che conta” della nostra classe politica ormai ha detto apertamente che è favorevole a sbloccare l’embargo di armi dell’Unione europea verso Pechino. Ha iniziato Berlusconi nel 2003, seguito da Ciampi due anni fa, ma anche Fini e D’Alema si sono espressi allo stesso modo. Come movimento per la pace e il disarmo dobbiamo prendere atto di questo preoccupante appiattimento della nostra classe politica a tre interessi: la pressione della Cina che cerca una legittimazione politica internazionale, la volontà dei produttori nazionali di armi – e non solo – di espandere il proprio mercato e la necessità dell’Italia di non perdere il passo con la competizione rappresentata dagli altri paesi dell’Ue – soprattutto Francia e Germania – per conquistare fette del mercato cinese, tra cui quello di sistemi militari di alta tecnologia.
di Giorgio Beretta
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Temi/paesi correlati: [Diritti umani] [Armi] [Attivismo]
Foto: Il premier cinese Wen Jiabao e Romano Prodi
21.09.2006 Un’inchiesta in seconda pagina con richiamo in prima sul Financial Times, ripresa da Il Sole 24 Ore del 9 settembre, ha messo sul tavolo degli imputati il processo di certificazione equa ed apre una serie di inquietanti interrogativi. L’inchiesta di Weitzman riguarda il caffè certificato da Fairtrade (e non solo) e prova come la certificazione possa mostrare falle e contraddizioni alle quali è necessario dare una riposta adeguata: lavoratori stagionali assunti ad un salario sotto il minimo legale (che spesso rischia di essere più basso del salario minimo vitale), alcune partite di caffè venduto come certificato proveniente da piantagioni non certificate. Poco ci deve consolare se gli stagionali erano pagati comunque di più rispetto al contesto del paese (10-12 soles all’ora contro gli 8 normalmente riconosciuti nella filiera convenzionale). Le risposte di Luuk Zonneveld, direttore di FLO (l’organismo con sede a Bonn che detta gli standard per la certificazione equa dei prodotti), sono largamente insufficienti.
di Alberto Zoratti
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Temi/paesi correlati: [Commercio] [Imprese]
Caschi blu italiani in Libano
11.09.2006 “L’arcobaleno sfuma nel grigioverde”. E’ il bel titolo, provocatorio, che il sito web Unimondo dedica al dibattito tra i pacifisti italiani sulla missione Onu in Libano. “Non si fa la pace con le armi”, dice l’associazione cattolica Pax Christi. “Se è una missione di pace, i militari vadano disarmati” - rilancia Gino Strada. E perfino la Tavola della Pace ha avuto le sue critiche per la manifestazione di Assisi per alcuni troppo filo-militare. Tanto da registrare assenze significative a cominciare da padre Zanotelli. Dico subito la mia: mi pare di leggere in questa discussione un po’ troppi preconcetti. Come se non ci fossero stati gli anni ’90 con le atrocità in Rwanda, in ex-Jugoslavia, in Congo a farci vedere come un intervento anche militare in certe situazioni sia necessario. Lo dico da amante della pace; a me i Balcani questo hanno insegnato, che la sicurezza di una persona o di una comunità – davanti a chi usa la forza senza preoccuparsi delle sue conseguenze – in certi momenti ha bisogno di altrettanta forza per la sua protezione. Forza, si badi bene, che non sono i bombardamenti aerei criminali come su Baghdad, Kabul o Belgrado. di Mauro Cereghini
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Temi/paesi correlati: [Guerra e Pace] [Risoluzione dei conflitti] [Attivismo]
Foto: Caschi blu italiani in Libano
Bambini in un campo per rifugiati in Nord Uganda
04.09.2006 Siamo troppo abituati a pensare che la guerra, specie in Africa, sia un male contagioso e inarrestabile. La storia recente del continente, dal Rwanda alla Liberia, dalla Somalia al Darfur, dimostra quanto sia difficile interrompere conflitti all'interno di stati deboli. Le notizie che provengono da Juba, dove il 26 agosto Lord's Resistance Army (LRA) e governo ugandese hanno firmato una tregua, la prima in venti anni di conflitto, dimostrano che talvolta anche la pace può essere altrettanto contagiosa. L'accordo ugandese è un altro successo del metodo di Sant'Egidio: utilizzare ogni sinergia efficace e ricostruire con pazienza la fiducia necessaria per trattative di pace. I colloqui sono stati resi possibili da un'altra pace, quella che nel 2005 ha posto fine al conflitto tra Nord e Sud Sudan. Proprio il neonato governo del Sud Sudan ha coraggiosamente deciso di utilizzare i contatti procurati dalla Comunità di Sant'Egidio e da Pax Christi Olanda, per rendere possibile la trattativa con il misterioso leader dell'LRA Joseph Kony, inavvicinabile da media e diplomazie ufficiali.
di Vittorio Scelzo
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Fonte: Comunità di Sant'Egidio
Temi/paesi correlati: [Uganda] [Risoluzione dei conflitti] [Attivismo]
Foto: Bambini in un campo per rifugiati in Nord Uganda © Refugees International

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