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“La diversità culturale è necessaria per l’umanità quanto la biodiversità per la natura. In questo senso, è il patrimonio comune dell’umanità e dovrebbe essere riconosciuta e affermata per il bene delle generazioni presenti e future”. Così l’articolo primo della Dichiarazione Universale sulla Diversità Culturale, adottata dall’UNESCO nel 2001.
Viviamo in un'epoca in cui l'apertura delle frontiere, la mobilità sul mercato del lavoro, l'immigrazione e la globalizzazione hanno rimodellato la struttura sociale di un Paese, connotandone la dimensione demografica secondo una maggiore multi-etnicità e multi-culturalità. Le diversità culturali fanno sempre più parte del nostro quotidiano, diventano intercultura. I nord sempre più nei sud, i sud sempre più nei nord.
La globalizzazione è certamente una sfida. Di fronte alle differenze si possono avere atteggiamenti di paura e chiusura. Ci si può comportare con indifferenza, oppure si può considerare la diversità culturale come una ricchezza da valorizzare. Il rispetto per la diversità fra le culture, la tolleranza, il dialogo e la cooperazione, in un clima di fiducia e comprensione reciproca, costituiscono le migliori garanzie per la pace e la sicurezza internazionale. La Giornata internazionale indetta dall’UNESCO sposa questa visione, invitando le comunità a promuovere la diffusione delle culture come strumento di pace e integrazione.
Frequenta una festa od un incontro promosso da un’associazione di persone immigrate
Rightlivelihood.org
Mentre si aggirano per l’Europa orientale inquietanti spettri nazionalistici e identitari, la figura di Andràs Birò, giornalista e intellettuale ungherese di etnia rom, ci presenta una visione culturale aperta e protesa al futuro, in cui le differenze e le minoranze possono rappresentare un fattore di crescita per tutti. Nato in Ungheria nel 1925, Birò si formò e visse a Budapest fino alla rivolta del 1956: in quell’anno riparò a Parigi collaborando a diversi giornali e riviste nell’ambito della tutela dell’ambiente e dei diritti umani. Dopo aver operato dal 1978 al 1985 in Messico come consulente dell’ONU, Birò ritornò in patria diventando uno dei protagonisti più attivi del passaggio dal comunismo alla democrazia. Nel 1990 fondò Hungarian Foundation for Self-Reliance, un’organizzazione sorta con lo scopo di promuovere e difendere la cultura delle minoranze, di supportare politiche per l’ambiente, di diffondere dal basso istanze democratiche. Ma il suo impegno si concentrò soprattutto sulla “nazione rom” sparsa in vari paesi d’Europa: il tentativo di tutelare l’identità rom in una mutua collaborazione con i popoli circostanti valse a Birò il premio Nobel alternativo (Right Livelihood award) assegnatogli nel 1995. Un’azione quanto mai attuale.
Per approfondire.
Campagna 1 fan 1 albero: 2011 - Anno internazionale delle foreste.
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