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Voglio tornare a casa

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Tefo Toai

Tefo Toai ha 27 anni. E’ il più piccolo di cinque fratelli. Terminato il liceo parte dal suo paese perché vuole vedere il mondo e studiare all’estero. Tefo lascia il Lesotho, un’enclave interna al Sudafrica che conta due milioni di persone. “Nel 1700 il fondatore del nostro paese ha creato uno stato composto dall’etnia basotho. In seguito divenne un rifugio per chi lo desiderava, basato su un ideale di pace, tolleranza ed accoglienza”. Moltissimi dissidenti e perseguitati dall’apartheid si sono rifugiati nel “territorio neutro” ove il colore della pelle o il credo religioso avevano poca importanza. L’accoglienza in Lesotho ha radici sacre. Lo Stato, infatti, fu fondato da coloro che scapparono in montagna dalla schiavitù o dall’espansione Zulu.

“Ovviamente quando gli Olandesi sono arrivati nell’Africa meridionale più volte hanno cercato di conquistare il nostro paese. Ma grazie alla conformazione geografica del territorio non sono mai riusciti nel loro intento; il punto più basso è a 1400 metri ed è un’incredibile difesa naturale. Il paese è retto da una monarchia costituzionale; il potere è quasi interamente nelle mani del parlamento, ma per noi è importante il re: Letsie III del Lesotho. E’ una persona amata, stimata e di cui andiamo orgogliosi”.

Sovranità politica non significa indipendenza economica. “Il problema è che le materie prime scarseggiano: abbiamo solo acqua e pochi diamanti; al momento è in attività una sola miniera. L’agricoltura è di sussistenza a causa delle piogge scarse degli ultimi anni e dell’insufficiente sistema di irrigazione di cui disponiamo. La maggior parte delle persone lavora in Sudafrica che ci considera uno dei tanti serbatoi di forza lavoro. Anni fa la Cina aveva aperto in Lesotho molte fabbriche; Ora anche Pechino soffre la crisi e chiude prima gli investimenti all’ estero di quelli interni. Ma il vero problema è la “fuga di cervelli”; chiunque abbia un’istruzione, voglia farsi una carriera e costruirsi un futuro emigra. Ma se tutti fanno così, se nessuno investe e crede nel proprio paese, il nostro stato morirà. Non sta in piedi con vecchi, bambini ed gli analfabeti”.

“Quando avrò terminato questa lunga esperienza all’estero voglio tornare: Voglio migliorare il mio paese. È quella la mia casa. Partii a 19 anni. Appena finito il liceo ho vinto una borsa di studio grazie ai miei voti per frequentare una scuola internazionale a Trieste. Era un corso pre-universitario di due anni per studenti italiani e stranieri che mi ha permesso di imparare la lingua, d’ innamorarmi di questo paese, della sua cultura e del modo di vivere e relazionarsi della sua gente. Terminata questa esperienza sono partito per il Canada dove mi sono iscritto, grazie ad un’altra borsa di studio vinta all’Università triennale di fisica ed informatica che ho frequentato vicino a Toronto. Durante gli studi ho anche fatto un Erasmus in Inghilterra. Una volta laureato ho deciso di tornare in Italia per un corso di laurea in informatica; per assurdo mi sento più vicino a casa. Fa sorridere dire vicino dato che servono dieci ore di aereo ma il Canada era davvero troppo lontano. Purtroppo riesco a tornare solo ogni tre anni in quanto il biglietto è davvero troppo caro. La lontananza a volte può essere dura ma comunque è una scelta di vita che ho fatto. E di cui non mi sono mai pentito. Qui ho una sorta di famiglia; giovani studenti e lavoratori con cui vivo che mi ha sempre impedito di sentirmi solo. Grazie a loro e ai miei viaggi mi sento un cittadino del mondo. Ho conosciuto tante culture, tanti modi di vivere e relazionarmi e ciò che mi piaceva l’ho fatto mio. Questi sette anni mi hanno fatto crescere, maturare, cambiare”.

“Ora che sono laureato ho due progetti prima di tornare a casa: lavorare e fare il dottorato. E voglio farli in quest’ordine. Sento che mi manca l’esperienza lavorativa e ho voglia di mettermi alla prova, di dare un po’ di concretezza ai miei studi. Oltretutto sono convinto che così potrò capire a cosa potrei servire davvero nel mercato e affrontare al meglio il dottorato. Sto presentando domanda di assunzione ovunque e, per il momento, mi accontento di piccoli lavori od incarichi. Mi rendo conto che ci vorrà ancora del tempo prima di tornare a casa e concretizzare la mia idea. A volte vedere alcuni miei amici già realizzati e senza titoli di studio mi fa sentire un po’ in ritardo. Ma l’aver investito in formazione era ed è fondamentale e sono contento di aver investito così i migliori anni della mia vita. E sono certo che una volta che tornerò nel mio paese sarò ancora più convinto di aver fatto la scelta giusta”.

Elena Trentini e Fabio Pipinato

 

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