Viaggiare in montagna alla scoperta di chi siamo

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Egidio Bonapace e i suoi cavalli  

Egidio Bonapace è una di quelle persone che la montagna l'ha vissuta – e la vive tutt'ora – a 360°: maestro di sci, guida alpina, gestore di rifugi, accademico del CAI, è stato anche presidente del Trento Film Festival e dell'Accademia della Montagna: “credo che l'Accademia abbia una visibilità estremamente forte all'esterno del Trentino; nei miei anni di presidenza abbiamo avuto riconoscimenti e richieste di quello che proponiamo anche da altre regioni. Gli stessi altoatesini hanno detto che avevano pensato anche loro di creare una fondazione simile, ma siamo arrivati prima noi. Sicuramente è un tavolo di confronto: sono convinto che si cresca solo attraverso di esso - ma il confronto fa paura. Ed i montanari – questo possiamo dirlo – sono egoisti, tutti convinti di avere delle verità. Fanno fatica a sedersi e confrontarsi. Lo dico come esperienza personale, leggendomi anche dentro. Accademia negli ultimi anni è riuscita a creare questo tavolo dove ci si confronta tutti insieme”.

Com'è nata questa passione per la montagna?

Sono di Campiglio ed è stato un percorso naturale...ho iniziato come sciatore e da lì ho fatto la mia trafila: campionati di sci, 4 anni in polizia a Moena a fare l'atleta. Poi ho imparato ad arrampicare e successivamente sono diventato guida alpina; dopo ho deciso di gestire un rifugio. Mia mamma ha pianto una settimana: lavoravo alle funivie, a 100 metri da casa. Avevo un lavoro stabile come dirigente, un buon stipendio... e ho mollato tutto. Quando ho lasciato non sapevo quello che volevo fare, ho solo detto: “qui non sto, cambiamo vita”. Ho mollato per prendermi un anno per andare il giro per il mondo ad arrampicare; poi sono tornato ed ho iniziato a gestire il rifugio Graffer. Adesso sono al Segantini.

Vivi la montagna da sempre: com'è cambiata negli anni?

In maniera radicale, soprattutto negli ultimi 10-15 anni - c'è stata una grande accelerazione nel cambiamento. Il rifugio non è più il punto di partenza, è diventato la meta. Quando si va in montagna adesso si va per andare in rifugio a mangiare e poi si torna giù. Quindi anche dal rifugio ci si aspetta un servizio diverso. Con l'Accademia della Montagna e l'Università di Trento avevamo portato avanti delle ricerche: dopo le 3 ore di camminata perdi il 50% dei fruitori della montagna. La gita è un'ora mezza per andare, si mangia, ed un'ora e mezza per tornare. Se pensiamo alle tre ore andata e tre ore ritorno siamo già a una percentuale bassissima di escursionisti; le 8/9 ore le hai in genere con l'alpinista o escursionista straniero, spesso tedesco. Loro hanno questa predisposizione e cultura della montagna che non so da dove arrivi però continua a ripetersi, nonostante la Germania sia praticamente piatta, a parte la Baviera.

Si tramanda di generazione in generazione.

Sì, noi invece l'abbiamo un po' persa. Bisogna trovare una soluzione per portare i giovani in montagna. Io avevo 6 anni la prima volta, ci sono andato con il parroco del paese. Poi ai miei tempi c'era anche il servizio militare, chi lo faceva come alpino andava in montagna. Lì eri obbligato; però, una volta che non sei più obbligato, se ci sei stato ci torni. È necessario questo input iniziale. Con Accademia abbiamo realizzato l'iniziativa dei 200 ragazzi in rifugio: studenti che premiamo per dei progetti sulla montagna, e li portiamo due giorni ed una notte in rifugio con una guida alpina. Tanti di loro poi ritornano, bisogna solo portarceli la prima volta. I genitori di oggi non hanno più il tempo da dedicare ai figli per andare in montagna, una volta era diverso e la domenica era abbastanza sacra.

I ritmi e lo stile di vita sono cambiati.

Adesso non lo fanno più per delle esigenze di vita e di lavoro differenti. Deve esserci qualcun altro che porta i ragazzi in montagna. Sono le emozioni che ti fanno ricordare le cose: puoi raccontare che la montagna è bella ma non ci crede nessuno, le cose le devi provare. Se vai in un posto e dici: “avrò sudato, sarò stato anche stanco, sarà stata una faticaccia però è un bel posto” e vivi l'emozione, poi quella ti resta. E dopo con il passaparola, magari qualcuno ha la fidanzata che non avrebbe tanta voglia ma va per accompagnare il fidanzato o viceversa. Bisognerebbe instaurare questo meccanismo che parte da piccoli, magari dalle scuole dell'obbligo. L'ideale sarebbe riuscire ad organizzare una qualche uscita; naturalmente per un tema di responsabilità bisognerebbe avvalersi degli esperti – le guide, gli accompagnatori di territorio - in modo da sgravare la scuola. Ma credo ci siano le soluzioni per farlo e soprattutto in Trentino. La montagna è un valore in primo luogo culturale, e poi economico. In Trentino la montagna è anche un mercato incredibile che crea un terzo del PIL della Provincia. Così si vive la montagna, soprattutto quella di mezzo.

Cosa intendi?

Noi la montagna la vediamo sempre come cima, come vetta da raggiungere: i ghiacciai, le arrampicate... Ma la montagna è anche quella che va dai 1000 ai 2000 metri che sono i boschi, le malghe, eccetera. Questa è la montagna saltata, non è frequentata: o vanno sulle cime o stanno sotto. Se tu fai questo passaggio intermedio ti prepari, è un passaggio culturale.

Cos'altro noti in come è cambiato l'andare in montagna?

Noi italiani siamo troppo legati alle previsioni del tempo. Non ce n'è uno che parta da casa senza aver consultato il bollettino meteorologico di almeno tre siti diversi. Il tedesco parte: se piove mette la mantella. Chiaro, se c'è una tempesta non si va in cima; ma se piove e sei su un sentiero perché no? Noi non siamo in quell'ordine di idee: o c'è il sole ed è tutto perfetto, o se danno un minimo di possibilità di pioggia la gente non va. Ma bisogna saper prendere quello che viene, la montagna è un qualcosa di salutare e di nuovo da scoprire. È come nella vita, dove bisogna fare tutti i gradini: quelli che ne saltano alcuni prima o poi inciampano.

Quindi noti una mancanza di accettazione, una ricerca della giornata o del momento “perfetto”.

Sì. Poi c'è da dire che la montagna fa sempre risonanza. Quando c'è un incidente in montagna finisce su tutti i giornali: non vorrai dirmi che al mare in estate non annega nessuno? Ma al mare puoi morire, in montagna no. È rimasto un altro tipo di retaggio, la montagna come luogo oscuro che fa presa sui giornali. Questo a me un po' dispiace perché devi mettere in conto che c'è un rischio oggettivo tutte le volte che esci di casa, anche quando sei in macchina: dai per scontato che può capitare un incidente, ma in montagna no. Si vuole tutto perfetto, come con il meteo. Se tu vai nei parchi americani, loro accettano una percentuale di rischio. Ognuno sa che facendo questa cosa deve mettere in conto che rischia qualcos'altro. Noi questo invece non lo accettiamo.

Cosa ti dà la montagna?

Intanto la consapevolezza di conoscere te stesso. Non c'è altra cosa come viaggiare da solo in montagna per renderti conto di chi sei e cosa riesci a fare. Poi è indipendente dalla professione che farai; la montagna ti dà il tempo. Puoi camminare, e nel camminare tu hai tempo per pensare: il silenzio, il camminare da soli ed il fare fatica, che è una componente essenziale. Puoi solo pensare e guardarti intorno, è una montagna lenta ed è il giusto approccio per conoscerti. La montagna camminata e vissuta: su questo dovrebbero insistere nella promozione, invece di far vedere quelli che sciano in neve fresca - che tanto lo possono fare in pochi, e ti danno pure la multa. La montagna deve essere un qualcosa di tranquillo, il camminare adagio rispettando i tuoi tempi e non quelli degli altri.

Una battuta in chiusura?

La montagna è stata ed è la mia vita. Se devo cercare un momento mio personale di riflessione vado in montagna, non mi viene da andare alle Maldive o ai Caraibi. Poi sono convinto che andare in montagna come ci vado io o andare al mare come ci vanno determinate persone sia la stessa cosa, non cambia nulla. In mezzo c'è il parco dei divertimenti che non fa parte né dell'uno né dell'altro: i turisti che in un giorno vogliono arrivare sulla cima con la funivia per fare le foto del panorama. Va bene, ma è un'altra cosa.

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