Vendesi cittadinanza UE a ricchi sfacciati

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Si sa che per certe procedure di conferimento della cittadinanza i tempi superano le più favorevoli aspettative, anche nel nostro Paese, ben noto per le sue lungaggini amministrative. Un procedimento del tutto iniquo e appannaggio di uno sparuto gruppo di individui, per di più sportivi di alto livello, per cui in pochi si indignano, concentrandosi piuttosto sulla marginalità della procedura. Ad esempio non ci si stupisce che sia così spesso individuato un trisavolo veneto o siciliano a un abile calciatore latino-americano: un legame “impercettibile” con un antenato che una terra di emigrati quale il Belpaese non nega quasi a nessuno e che conferisce la libertà di movimento nello spazio europeo al neo-cittadino dell’UE.

È proprio però in frangenti storici quale quello che l’Unione Europea sta attraversando, con la recente approvazione in Danimarca della norma di sequestro dei beni dei richiedenti asilo per far fronte alle spese del loro mantenimento e il rischio di una sospensione in toto del Trattato di Schengen, che l’iniquità di alcune procedure di concessione della cittadinanza sale maggiormente all’occhio. Ed è con ancora negli occhi le immagini struggenti delle centinaia di famiglie in mezzo alla neve e sferzate dal gelo dei Balcani, in viaggio verso le più sicure terre europee, che questa riflessione trova luogo. Non tanto con fini solidaristici o pietistici, piuttosto per denunciare la lampante forbice della disparità sociale.

Conoscete il cosiddetto “ius pecuniae”? È il termine con cui polemicamente si è definito l’acquisto della cittadinanza in un Paese in cambio di investimenti economici (in linguaggio tecnico il “citizenship by investment”). Non esiste alcun obbligo di residenza nello Stato di cui si ottiene la cittadinanza, ragione che induce a ipotizzare tra le cause dell’atto che gli acquirenti intendono diversificare gli investimenti a fronte di una tassazione più bassa, cercano migliori garanzie di educazione per i figli, vogliono tutelarsi con un secondo passaporto per qualsiasi evenienza o anelano a una maggiore privacy. Magnati russi, cinesi e mediorientali risultano i principali acquirenti di passaporti e le ragioni sono ben comprensibili alla luce dell’ammontare di investimenti richiesto.

Anche gli Stati europei non sono esenti da questa pratica. Nella top ten di questi Paesi membri è senz’altro collocata Malta. Con un investimento di 650mila euro, l’acquisto di una proprietà immobiliare di 350mila euro (o un affitto di almeno 16mila euro all’anno) e un investimento in progetti statali di altri 150mila euro, il governo di La Valletta offre la cittadinanza maltese, ovvero il passaporto dell’UE. Un programma che sinora ha prodotto incassi per l’arcipelago da un miliardo di euro con ben 700 domande ma ci si aspetta molto di più: la norma ha sancito infatti l’accoglienza di ben 1800 richieste. Anche l’isola di Cipro ha optato per lo sviluppo di questo business dal maggio 2013, ossia poco dopo il “salvataggio” operato da Commissione Europea, Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea. L’offerta di passaporto scatta a fronte di un investimento che va da 2,5 a 5 milioni di euro, a seconda del numero degli investitori: una sorta di risarcimento a quei molti che hanno perso fior di milioni di euro depositati nelle banche cipriote. Sul continente è invece la Bulgaria a conferire il passaporto per un investimento di 500mila euro in un’attività imprenditoriale o in bond; o meglio, questo inizialmente consente il conferimento di un permesso di residenza annuale valido poi a candidarsi per la cittadinanza. Se parti sociali e anche istituzionali sollevano da tempo dubbi sulla pratica di “messa in vendita” della cittadinanza europea, ben poco può essere fatto, dato che si tratta di uno degli ambiti di stretta competenza degli Stati nazionali.

Accanto a queste offerte di passaporto a cifre da capogiro, che hanno alimentato un nuovo business con tanto di società di consulenza e gestione dei programmi, si uniscono anche le meno controverse proposte di “golden residence permit program”, ossia l’“acquisto” di un permesso di residenza nel Paese che può candidare all’ottenimento del vero e proprio passaporto. È dal 2009 che diversi Stati dell’UE hanno iniziato a introdurre questi programmi: Ungheria, Spagna, Portogallo e anche Grecia se ne sono dotati nell’intento di fare cassa. E se al governo lusitano va il riconoscimento per il prezzo più contenuto e i tempi record della procedura, allo stesso tempo è proprio il programma portoghese a far avanzare ampie critiche dinanzi al primo caso di corruzione, riciclaggio e peculato attorno al programma, introdotto appena nel 2012.

Dopo aver esaminato questi strutturati programmi di vendita di cittadinanza e di permesso di residenza, è forte la sensazione che la garanzia dei diritti umani sia soggetta a una mercificazione contabilizzata da parte degli Stati. Attraverso la cittadinanza passano infatti la maggior parte delle tutele e delle libertà che lo Stato si impegna a garantire al cittadino, nonostante i principi su cui si ergono proprio le fondamenta dei diritti umani guardino piuttosto all’individuo, essere la cui unicità è da salvaguardare, insieme alle sue necessità, attitudini e aspirazioni. Esistono diritti umani fondamentali, riconosciuti universalmente validi per tutti gli esseri umani in ogni tempo e in ogni spazio, ma siamo capaci di imporre il loro rispetto anche per chi non è in grado di comprarseli?

Miriam Rossi

Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale e autrice di diversi saggi scientifici e di una monografia in materia. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è referente per l’associazione COOPI Trentino e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.

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