Vai e portati il mio amore

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Foto: Oneworld.cz

Prendere o perdere un treno è questione di parole, consonanti, tempi, opportunità. Il discrimine è tra l’occasione còlta e quella mancata, spesso esito di scelte, a volte del caso. Ma ci sono storie in cui anche non salire su un treno è atto di coraggio. Il coraggio di restare, di prendersi cura, di fare della generosità l’obiettivo di ogni giorno. Una di queste è la storia de Las Patronas. Di loro non conoscevo né voci né volti. Di loro mi hanno commossa l’umiltà e la tenacia quando qualche giorno fa ho avuto occasione di assistere alla proiezione del documentario che le racconta, con un misto di imbarazzo e orgoglio. Llevate mis amores, di Arturo González Villaseñor e proposto all’interno del Festival di Cinema, Cibo e Biodiversità Tutti nello stesso piatto, è stato girato da registi poco più che adolescenti, che per anni hanno condiviso giorni, vita e destino di queste donne messicane.

La telecamera non la mette a fuoco subito, ma è lei che punta, La Bestia, uno dei treni merci che attraversano il Messico ingoiando colore che seguono la speranza di un futuro migliore in direzione Estados Unidos. I passeggeri sono uomini, donne e niños migrantes, e questo è spesso l’unico mezzo di trasporto che possono permettersi, come ci ricorda Michela Giovannini in un pezzo di un paio di anni fa ma ancora terribilmente attuale. “Molte volte neanche questo è gratis, si deve infatti pagare una quota ai coyotes o polleros, i trafficanti di esseri umani. Si è costretti a viaggiare abusivi per ore sul tetto del convoglio, con il freddo, il sole e la pioggia, con appresso solo poche cose racchiuse in uno zainetto. Non si può dormire, chi si addormenta può perdere l’appiglio al treno e quasi sicuramente è destinato a cadere. Tutti svegli, con la paura costante di essere fermati dai militari, dalla polizia, dalle bande di narcos o dalle mafie, che oltre a furti ed estorsioni spesso compiono abusi, violenze, ed assassinii. Non ci si può fidare di nessuno, poiché dietro a presunti compagni di viaggio si possono celare i “falchi”, finti migranti che, dietro la promessa di condurre gruppetti di migranti autentici ad un rifugio o posto di accoglienza, li fanno finire invece nelle mani dei narcos. Il solo saltare sul treno in corsa, inoltre, spesso comporta incidenti, con conseguente amputazione di arti e talvolta la morte.”

E’ la cruda sintesi di una delle infinite e tragiche rotte migratorie che incidono il nostro Pianeta, scavando dolori e scavalcando confini. Ci sono storie, però, che su questo treno non salgono, che restano a terra a bordo delle rotaie, storie che sbocciano da famiglie smembrate da alcol e violenza, con la tenerezza timida di chi fatica anche a presentarsi davanti all’occhio un po’ invadente della telecamera. Perché è ancora difficile pensarsi protagoniste, specie di un piccolo miracolo. Qui si preferisce lavorare senza clamori, darsi da fare senza interrogarsi su ragioni e dinamiche che spesso sfuggono al cuore di chi è messo alla prova dalla vita, ma non cede la speranza.

Il documentario si puntella proprio sulle voci de Las Patronas, donne di Guadalupe (municipio di Amatlán de los Reyes, Veracruz) che da mattina a sera fanno bollire fagioli, tostano riso, riempiono bottiglie di acqua e farciscono tortillas, contando a volte anche sull’aiuto di qualche marito che, dopo lavoro, contribuisce a preparare la mensa. Una mensa allestita non per la famiglia e i parenti, non per gli amici, ma per migliaia di sconosciuti che arriveranno a bordo del treno, sporgendosi e rischiando la vita per afferrare al volo quelle borse di plastica che saranno un sollievo alla fame del cammino.

Sono gesti di una semplicità disarmante, che coinvolgono tutte, anche quelle meno brave ai fornelli. Perché di questo si tratta: cucinare, dare il meglio, ostacolare la durezza di un viaggio della speranza con la ricchezza di un atto concreto, piccolo, immenso. Un fast food a circa 40 chilometri all’ora, dove spesso fermarsi vuol dire cadere, restare indietro, perdere di vista i compagni di un tragitto che si snoda per oltre 8000 chilometri. Vuol dire anche, a volte, farsi male e a quel viaggio dover rinunciare.

Per chi a bordo di quel treno rimane, vuol dire soprattutto incontrare mani che sfamano lo stomaco e l’incertezza, che consegnano un cestino del pranzo (ne confezionano oltre 200 al giorno) proprio come farebbe una madre. Perché è questo che Las Patronas sono, “mamitas”, madrine di ogni vita che sfreccia alla periferia del paese, angeli custodi che dal 1995 ogni giorno sono lì, con addosso la paura delle minacce che subiscono dalle mafie locali e dai cartelli della droga. Sono lì senza la pretesa di cambiare il mondo, ma con un’unica primordiale, toccante, disarmante missione: sfamare i figli della terra che troppo spesso la terra disconosce. Di questi figli, in oltre 20 anni, ne hanno visti passare e nutriti più di un milione, e lo scorso agosto hanno ricevuto a Los Angeles un prestigioso premio per il loro contributo, un premio che hanno prontamente dedicato proprio ai migranti e che per loro è promessa di possibilità, perché “ayudar a personas necesitadas es posible, cuando hay amor y voluntad”. Una dichiarazione il cui valore viene amplificato se si pensa che a consegnarlo sono stati proprio i consoli di Messico, El Salvador, Guatemala, Honduras e Nicaragua, cioè i rappresentanti politici di quei Paesi da dove la maggior parte dei migranti proviene.

La loro presenza non si limita però lungo le rotaie: Las Patronas cucinano in un luogo che solo da poco tempo è diventato più sicuro e dignitoso grazie alla collaborazione con alcuni studenti di architettura, ma accolgono anche le persone che desiderano attraversare la frontiera in uno dei rifugi dove per un po’ si trova pace e riposo, e accolgono le donne della Caravana de Madres Centroamericanas, madri che di villaggio in villaggio cercano i figli inghiottiti dal viaggio. Las Patronas tengono traccia dei migranti che incontrano, dando così origine a una sorta di archivio autogestito per aiutare i familiari nella ricerca dei propri cari da cui, ormai da troppo tempo, non ricevono notizie.

Questo breve ancorché accorato articolo è dedicato allora a tutte e tutti loro, in particolare a queste donne rese belle dalla lotta contro le ingiustizie, che ringraziamo con le stesse parole tributate dai registi del documentario, le più appropriate e profonde per chi permette, non solo ai migranti ma anche a noi, di portare via un po’ del loro amore: “Para las patronas, que nos dejaran llevarnos sus amores”.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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