Una buona cultura per avere acqua più pura

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Tempo fa ho avuto occasione di vedere “The River”, un “profondo poema visuale” che, credetemi, il sottotitolo definisce senza alcuna esagerazione. Riprese spettacolari che sorvolano l’ecosistema terra, seguendone le arterie fluviali e immergendosi nei bacini d’acqua così preziosi per la sua salute e per la biodiversità. Se potete, ritagliatevi un quarto d’ora di tempo e guardatelo a questo link, lascerà alla vostra giornata una ricchezza in più. Perché, oltre alla poesia che dice bene quanto valga la pena rispettare il Pianeta e i suoi delicati equilibri, ci fa anche riflettere su quanto sia fondamentale proteggere risorse preziose come l’acqua: in un mondo in cui la popolazione è in continuo aumento, il pianeta si sta surriscaldando a velocità allarmante e l’acqua potabile diventa sempre più scarsa o contaminata, le strade che si aprono sono molteplici. Dalle grandi aziende che commercializzano prodotti di purificazione della risorsa idrica – efficaci, certo, ma spesso decisamente poco sostenibili e pesanti per l’ambiente – alle alternative naturali che aiutano a filtrare l’acqua rimuovendone batteri, sedimenti e organismi protozoici, come spesso accade siamo posti davanti a scelte che ci chiamano in campo come diretti o indiretti corresponsabili di “come va il mondo”. E anche, perché no, di “come vogliamo che il mondo vada”.

Proviamo allora a dedicare uno sguardo un po’ più attento ad alcune soluzioni “leggere” che, mentre gravano meno sull’ambiente, rappresentano contemporaneamente possibilità a km zero e significativamente meno costose per chi si trova ad abitare aree del mondo in cui le risorse idriche sono più scarse o meno accessibili. Unimondo vi aveva già qualche tempo fa illustrato i benefici della Moringa Oleifera, ma non è l’unica soluzione possibile.

Un alleato interessante per purificare l’acqua è quella sorta di gel appiccicoso che si trova all’interno delle foglie di cactus, una mucillagine nota da anni per le sue proprietà, ma recentemente rivalutata per la capacità di rimuovere dall’acqua batteri e arsenico. Questa sostanza, testata con successo durante il terremoto di Haiti del 2010, se fatta bollire assieme all’acqua provoca la produzione di una sorta di pellicola galleggiante facilmente rimovibile che rende potabile l’acqua sottostante. Se consideriamo che l’arsenico è responsabile per l’inquinamento delle falde acquifere in oltre 70 Paesi, è comprensibile che molti scienziati si arrovellino a trovare una soluzione (chimica) a questo problema tanto diffuso. Un approccio più naturale si concentra però sull’utilizzo della relazione simbiotica tra alcuni tipi di alghe e di batteri che permette di filtrare l’arsenico dall’acqua, rendendola potabile e trasformandolo in una forma meno tossica e meno solubile, quindi più facilmente rimovibile. Senza dimenticare poi che l’anidride carbonica prodotta dalla trasformazione dei batteri produce sostanze nutritive per le alghe stesse, innescando un circolo virtuoso.

Ma non è certo l’unica possibilità. Pensiamo per esempio ad alcune varietà di rami di pino: i ricercatori del MIT (Massachusetts Institute of Technology) da anni stanno ormai lavorando su ricerche che individuano i tessuti di xilema del pino bianco, vettori della linfa vitale, come in grado di purificare acqua contaminata con Escherichia coli, eliminandola per il 99%. E se molti sistemi commerciali per la purificazione dell’acqua utilizzano filtri a carboni attivi, un altro alleato interessante, meno considerato ma molto prezioso in determinati contesti proprio perché facilmente reperibile e decisamente più economico, è il coriandolo, le cui foglie hanno la straordinaria capacità di rimuovere inquinanti anche pesanti, come ad esempio le particelle di piombo.

Ma non di sole piante si tratta: Unicef, assieme al Water Sanitation program, ha ricevuto negli anni più di un riconoscimento per aver promosso e favorito la diffusione, in particolare in Asia, di sistemi di filtraggio in ceramica, che hanno contribuito alla riduzione del 50% delle malattie diarroiche. La natura porosa della ceramica infatti impedisce alla quasi totalità dei batteri di raggiungere l’acqua e la forza di gravità è l’unica necessaria perché il sistema funzioni, garantendo un semplice e accessibile metodo di purificazione.

Se vogliamo però spingerci ancora più in là tra le soluzioni low cost, è d’obbligo citare anche la OHorizons, una coalizione non profit che riunisce innovatori di ambito tecnico, sociale e commerciale con l’obiettivo di affrontare sfide globali che limitano le capacità delle comunità di sopravvivere. Proprio per favorire invece l’empowerment delle comunità, questa rete ha recentemente messo a punto un sistema di  depurazione open source che si chiama BioSand, e che garantisce l’accesso ad acqua pulita per un 1/10 del costo richiesto dai metodi tradizionali. Il tutto si basa sull’utilizzo di uno stampo di legno di facile costruzione artigianale seguendo le istruzioni di un manuale disponibile gratuitamente online. Le regole di base sono: low tech, low cost, semplicità, reperibilità dei materiali a livello locale, flessibilità ai diversi standard. Non si richiedono competenze specifiche per costruire questi sistemi di depurazione e non serve elettricità per mantenerne il funzionamento – salvo quella per scaricare i manuali online. Grazie alla collaborazione con associazioni di vari Paesi (Kenya, Mali, Ecuador e Bangladesh, dove per esempio la Ledars ha supportato la distribuzione del filtro nel Paese), sono state scaricate oltre mezzo milione di copie del manuale, garantendo l’accesso ad acqua potabile fin nelle case delle persone.

Sulla scia di questo successo, la coalizione si è data un obiettivo ambizioso: raggiungere per il 2021 oltre 1 milione di persone solo in Bangladesh. Quello che ovviamente ci auguriamo è che questo traguardo venga presto tagliato, perché non si tratta di una sfida da vincere, ma di garantire un futuro a famiglie e comunità che potranno usufruire su scala sempre maggiore di risorse alla loro portata economica e tecnologica, senza dipendere da grandi multinazionali e da investimenti che non sono sostenibili, ma potenziando invece la salute e la coesione sociale delle rispettive realtà.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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