Un terribile amore per la guerra

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Un muro di Mostar. Foto: passaggioasudest

Riportiamo un intervento di Michele Nardelli svoltosi nelle settimane scorse a un convegno intitolato “Meno Male! Tra coscienza e responsabilità” sui temi del rapporto dell’uomo con la guerra e di un approccio possibile nella risoluzione dei conflitti. L’autore, Presidente del Forum trentino per la pace e i diritti umani della provincia autonoma di Trento, in questa riflessione ci conduce dentro le zone oscure del cuore da cui nascono i mostri della violenza e della barbarie. La guerra novecentesca, che da Sarajevo ci riporta a Sarajevo, è sempre di meno una guerra di eserciti ma diventa “totale”, accanendosi sui civili, distruggendo volutamente i simboli identitari e culturali di etnie avverse, cancellando ogni residuo di umanità. Andando oltre la “banalità del male”, Nardelli attraversa l’inquietante e demoniaca attrazione verso la guerra, come si trattasse di una festa: ma questo sentimento, come dimostrano alcuni racconti del conflitto nei Balcani, travolge tutto, rende assassini ragazzi normali, elimina ogni principio etico e religioso. In fondo ciò significa che la guerra riguarda noi, noi persone di tutti i giorni, noi che siamo civili e pacifici. Solo ammettendo questa condizione, sempre a rischio di essere inghiottita nel vortice, potremmo forse superare il richiamo della guerra che fin dal principio insegue l’uomo.

Sono stato presentato come presidente del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani, un’istituzione unica nel suo genere in Italia, istituita per legge vent’anni fa con l’obiettivo di rendere permanente l’impegno per la pace e i diritti umani. Devo però rilevare come queste parole – pace e diritti umani – nel corso del tempo siano diventate vuote, banalizzate da un loro uso irresponsabile come dagli stessi rituali della pace. Voglio dirvi che non ho accettato questa responsabilità per assecondare questo processo e che non intendo fare quel che in genere ci si aspetta da un ruolo come questo: occuparsi delle emergenze, partecipare con i gonfaloni alle marce, celebrare le giornate dei diritti umani, senza magari nemmeno interrogarsi su come le nostre comunità si rapportano a questi diritti o verso l’uso delle risorse in un mondo sempre più interdipendente.

Ho inteso piuttosto svolgere questo mandato dicendo cose che possono talvolta essere considerate sgradevoli, sporcandosi le mani nello scavare dentro i conflitti, facendosene attraversare prendendosi carico del loro portato anche quando non corrisponde a quel che vorremmo, cercando di evitare – insomma – la melassa buonista della “banalità del bene”. Indagando le parole, per restituire loro significato.

In questo caso, indagare su come la guerra è andata cambiando nel tempo, sulle nuove guerre e, infine, sui suoi lati inconfessabili come la “felicità della guerra”. Temi che meriterebbero una trattazione specifica e che mi limito solo a sfiorare.

Com’è cambiata la guerra

Arthur Rimbaud, in una delle sue “Illuminazioni” dal titolo Mattinata d’ebbrezza, ci propose a metà dell’Ottocento un’inquietante visione del futuro, del secolo che era in divenire e del suo tragico sigillo.

«O mio Bene! O mio Bello! Fanfara atroce in cui non vacillo! Cavalletto fiabesco! Urrà per l'opera inaudita e per il corpo meraviglioso, per la prima volta! Cominciò fra le risate dei bambini, finirà per causa loro. Questo veleno resterà in tutte le nostre vene anche quando, passata la fanfara, saremo restituiti all'antica disarmonia. Oh adesso noi così degni di queste torture! riuniamo con fervore questa promessa sovrumana, questa demenza! L'eleganza, la scienza, la violenza! Ci è stato promesso di seppellire nell'ombra l'albero del bene e del male, di deportare le onestà tiranniche, affinché recassimo il nostro purissimo amore.

Cominciò con qualche nausea e finì, - non potendo impadronirci subito di quella eternità, - con uno stordimento di profumi. Risate di bambini, discrezione degli schiavi, austerità delle vergini, orrore dei volti e degli oggetti di qui, siano consacrate dal ricordo di questa veglia. Era cominciata in completa rozzezza, ed ecco che finisce fra angeli di fiamma e di ghiaccio. …

Piccola veglia d'ebbrezza, santa! non fosse altro che per la maschera di cui ci hai gratificato. Noi ti affermiamo, metodo! Non dimentichiamo che ieri hai glorificato ciascuna delle nostre età. Noi abbiamo fede nel veleno. Sappiamo donare la nostra vita intera tutti i giorni.

Questo è il tempo degli Assassini».

A che cosa si riferiva Rimbaud? Non erano allucinazioni, come qualcuno ebbe a dire. Potremmo invece scorgere nelle parole del “poeta maledetto” il cattivo presagio verso gli effetti che la rivoluzione industriale avrebbe avuto sulla guerra. Si avverte in queste parole l’eco di quel che Giacomo Leopardi scriveva qualche anno prima a proposito delle “magnifiche sorti e progressive” mettendo in guardia l’uomo moderno da quel “secol superbo e sciocco” e dal suo delirio di onnipotenza.

Ed effettivamente il Novecento divenne il secolo dell’“orrore inaudito e dell’utopia senza misura” come lo definì Jean Marie Domenach. Sarebbe stato dunque il Novecento il secolo degli assassini? Stando alle statistiche, sì. Il numero dei morti a causa delle guerre nel Novecento è stato più del triplo di quello complessivo delle vittime di tutti i conflitti combattuti nei precedenti diciannove secoli.

La Shoa, il Gulag e Hiroshima sono le tragiche testimonianze dell’industrializzazione della morte, ben rappresentata dalla scritta “Arbeit mach frei” che campeggiava all’ingresso di Auschwitz.

Le nuove guerre

Il “secolo degli assassini” inizia e muore a Sarajevo. Le danze si aprirono il 28 giugno 1914 con l’assassinio che farà precipitare la situazione e porterà rapidamente alla prima guerra mondiale e si conclusero con i 1400 giorni di assedio della “Gerusalemme dei Balcani”, simbolo di una guerra che ancora non abbiamo compreso.

Guerra arcaica, si è detto, guerra etnica… dieci anni di conflitto acuto nel cuore dell’Europa che ci hanno continuamente inviato messaggi senza che noi li sapessimo intercettare per una guerra nuova, simbolo della postmodernità.

Perché le nuove guerre non avvengono più fra gli eserciti, sono piuttosto in balia di criminali, disposti a tutto pur di fare affari. Non ci sono terre da conquistare, né supremazie da affermare. La guerra diviene uno dei luoghi di massima de regolazione, funzionale ai processi di finanziarizzazione dell’economia. Questo vuol dire forme di accumulazione primaria, sequestro dei beni, traffici di armi, droga, rifiuti tossici, scorie nucleari, esseri umani, organi… Perfino sugli aiuti umanitari si specula: nell’assedio di Sarajevo in molti ci guadagnavano e di tutte le parti. Ne abbiamo parlato ampiamente nel libro “Darsi il tempo” (EMI, 2008).

 

Le guerre moderne si accaniscono contro la cultura. Gli obiettivi di guerra non sono le postazioni nemiche, con gli eserciti si fanno affari piuttosto. Sono i luoghi simbolici della storia e della cultura le cose da cancellare, siano essi biblioteche, istituti di cultura, musei, siti archeologici, ponti, città che proprio con la loro storia rappresentano una minaccia nel tempo dello scontro di civiltà. Nella “guerra dei dieci anni” che ha lacerato il cuore dell’Europa negli anni ’90 del secolo scorso non a caso si è parlato di “urbicidio” per rappresentare il moderno conflitto fra città e campagna.

Non ce ne siamo accorti, ma era un’idea stessa dell’Europa che si voleva cancellare. Nella distruzione della “Vijesnica”, la biblioteca nazionale di Sarajevo, e dell’istituto orientale di quella stessa città, si voleva cancellare la storia che lì era rappresentata. Fra quei milioni di volumi andati a fuoco c’erano i sacri testi della cultura sefardita arrivati nella Gerusalemme dei Balcani dopo la cacciata degli ebrei e dei musulmani dalla Spagna nel 1492. Cinquecento anni dopo, il conflitto fra oriente e occidente diventa scontro di civiltà, senza neppure sospettare che quelle culture si siano intrecciate dando vita a nuovi sincretismi, pensieri di mezzo, poco alieni a dividere la storia ed il mondo fra buoni e cattivi.

Perché non vedere che il proliferare del culto di Medjugorje, benché mai riconosciuto se non biasimato dalla Chiesa cattolica, è stato accompagnato alla distruzione del “vecchio”, il ponte a dorso d’asino costruito dalla maestria ottomana, sopravvissuto all’occupazione nazista ma non alle cannonate dei nuovi ustaša amici di padre Jozo?

Le nuove guerre hanno come obiettivo i civili (che muoiono in misura ben maggiore che i militari), gli intellettuali, le elite civiche e religiose perché una comunità privata della sua classe dirigente è piegata nelle sue capacità. In quest’ottica, persino i cimiteri diventano obiettivi da sradicare, testimonianza attraverso i nomi dei defunti della storia dei luoghi.

Il lato inconfessabile della guerra

Già molto è stato detto sul pensiero di Hannah Arendt. Mi soffermerò invece su un altro aspetto che ha comunque a che fare con la “banalità del male”, ovvero con ciò che lo scrittore colombiano Estanislao Zuleta indicava come “la felicità della guerra” e che uno dei padri della psicanalisi americana – James Hillman – definiva come “Un terribile amore per la guerra” e da cui prende il là questo mio contributo.

Prima però di entrare nel merito delle tesi di Zuleta e Hillman voglio raccontarvi due brevi storie. La prima è raccolta dall’amico, giornalista e scrittore Luca Rastello ne “La guerra in casa”. Rastello descrive la vicenda di Prijedor nel 1992 (la capitale inaccessibile) teatro della ricomparsa nel cuore dell’Europa dei campi di concentramento. E in questo contesto riporta le dichiarazioni rilasciate da Rade Mutic, nel frattempo divenuto direttore della TV di Prijedor, al New York Times sui massacri avvenuti in quella città. «E’ come un cerchio magico. Si può stare fuori o essere tirati dentro. Una volta dentro è impossibile restare distaccati. Sei preso dal gran casino generale…». Quella che voleva essere una sorta di giustificazione si rivela in realtà come la manifestazione della colpa collettiva. Il “cerchio magico”, nel quale riecheggia il rituale neopagano di ampolle e giuramenti di casa nostra (nonché una specifica corrente padana), è il luogo nel quale tutto è possibile e dove l’individuo si sente libero da ogni regola.

Seconda storia. E’ quella di Drazen Erdemovic, il primo testimone che riconosce come protagonista il genocidio di Srebrenica, prima sempre negato oltre ogni evidenza. La sua testimonianza al Tribunale Penale Internazionale de L’Aja, oltre che straordinariamente importante ai fini processuali, si rivela interessante per il contesto che descrive. Erdemovic era un soldato semplice e faceva parte del decimo distaccamento sabotatori dell’esercito della Republika Srpska inviata a Srebrenica nel luglio 1995. L’imputato dichiara di aver ucciso insieme ad altri soldati della sua unità fra le 1000 e 1200 persone, bosniaco musulmani disarmati, nella fattoria collettiva di Pilica, nei pressi di Zvornik.

«Cosa è successo a quei civili?» chiede il giudice del TPI. «Ci avevano ordinato di sparargli, cioè di fare le esecuzioni» risponde Erdemovic. «Lei ha eseguito gli ordini?» «Sì. All’inizio ho cercato di oppormi e Brano Gojkovic mi ha detto che se mi dispiaceva per quella gente dovevo mettermi in fila con loro; sapevo che non era una minaccia, ma che poteva accadere, perché nella nostra unità la situazione era diventata tale che il comandante aveva diritto di fucilare sul posto chiunque minacciasse la sicurezza del gruppo o si opponesse in qualsiasi modo al comandante del gruppo…».

Cosa ci racconta tutto questo? Certamente chi partecipa all’assassinio di oltre mille civili può ben essere definito un criminale. Eppure questo ragazzo non lo era, lo è diventato in quel momento, semmai… Ci racconta che i criminali non sono mostri… sono persone normali (la banalità del male), con la loro aggressività e le loro paure.

In quella testimonianza che squarcia il velo di omertà sul genocidio di Srebrenica emerge un altro elemento agghiacciante. In quelle stesse ore, di fronte al mattatoio di Pilica, la vita scorreva normalmente, gli uomini affollavano i bar, la gente voltava lo sguardo dall’altra parte. «C’era gente per strada, di fronte all’edificio. Non c’era niente fuori dall’ordinario, tranne le persone che venivano uccise». E questo ci dice della falsa coscienza, che ci interroga sulla colpa politica e morale, che però non s’indaga nei Tribunali.

C’interroga altresì sul nostro modo di affrontare un tema molto più complesso e che è il cuore di questa mia riflessione: il criminale che abita in ciascuno di noi, “il male in noi” per usare l’espressione di Etty Hillesum. Una delle verità inconfessabili.

La guerra è festa

Scrive Estanislao Zuleta: «I diversi tipi di pacifismo parlano abbondantemente dei dolori, delle disgrazie e delle tragedie della guerra – e questo a ragione, anche se nessuno lo ignora – però sono soliti tacere sopra quest’altro aspetto tanto inconfessabile e tanto decisivo, che è la felicità della guerra. Perché se si vuole evitare all’uomo il destino della guerra bisogna cominciare con il confessare serenamente e severamente la verità, la guerra è festa. Festa della comunità finalmente unita nel più intimo dei vincoli, dell’individuo finalmente sciolto in essa e liberato dalla sua solitudine, dalla sua particolarità e dai suoi interessi; capace di dare tutto, perfino la sua vita. Festa del potersi approvare senza remore e senza dubbi di fronte al perverso nemico, di credere stoltamente di avere ragione e di credere ancor più stoltamente che possiamo testimoniare la verità con il nostro sangue. Se non si tiene conto di ciò, la maggior parte delle guerre sembrano stravaganze irrazionali, perché tutto il mondo sa in anticipo la sproporzione che esiste fra il valore di quello che si vuole ottenere e il valore di quello che si è disposti a sacrificare».

La guerra dunque come delirio di onnipotenza, come spazio di assoluta libertà, l’ebbrezza della più totale assenza di paura, quel “cerchio magico” in cui ci si sente intoccabili.

Nel suo “Un terribile amore per la guerra” James Hillman affronta il tema della guerra indicandola come tratto di normalità della condizione umana. «C’è una battuta – scrive Hillman – in una scena del film Patton, generale d’acciaio, che da sola riassume ciò che questo libro si propone di capire. Il generale Patton ispeziona il campo dopo una battaglia. Terra sconvolta, carri armati distrutti dal fuoco, cadaveri. Il generale solleva tra le braccia un ufficiale morente, lo bacia e, volgendo lo sguardo su quella devastazione, esclama: Come amo tutto questo. Che Dio mi aiuti, lo amo più della mia vita. Se non entriamo dentro questo amore per la guerra – continua Hillman – non riusciremo mai a prevenirla né a parlare in modo sensato di pace e disarmo».

In altre parole, per capire e prevenire la guerra è necessario entrare nel suo territorio, pensarla come condizione dell’anima, come parte della natura umana, comprendere la follia del suo amore. Abitare il conflitto. Cioè l’opposto della rimozione, ma anche dell’idea che il tempo lenisca il dolore.

O, vista da un’altra angolazione, “perturbare la pace”. Quella pace – come la definisce Hillman – dell’ingenuità, dell’ignoranza travestita da innocenza. I pacifismi cercano di spiegare la guerra attraverso le sue cause, la ricerca delle responsabilità. Sempre di altri, naturalmente, nel perfetto schema di dividere il mondo in buoni e cattivi, in bene e male.

Al di là di quest’ultima considerazione, indagarne le cause può essere utile, ma non sufficiente. Leone Tolstoj, nella sua grande opera “Guerra e Pace”, afferma che non si può ridurre la guerra alla spiegazione delle sue cause. E credo avesse ragione.

Per questo è necessario scavare in profondità, espandere la comprensione attorno ai miti collettivi, prenderli sul serio. Che cosa fa incontrare nella mitologia come nell’immaginario collettivo Ares con Afrodite? Che cosa unisce Marte a Venere? Che cosa ci trova l’amore nella guerra? Perché i soldati sopravissuti ad una battaglia dichiarano al ritorno che quello è stato il momento più ricco di senso della loro vita?

Sappiamo come la mitologia ritragga le caratteristiche della natura umana, dove violenza e bellezza si attraggono fatalmente. «…il culmine, e forse lo spettacolo più bello nonché più appagante che abbia mai visto, fu un bombardiere nemico che si schiantava in fiamme con i suoi occupanti contro il fianco di una montagna. Dio che splendore!» scriveva un ufficiale americano alla moglie. Altre storie di vita e letteratura descrivono la guerra come “l’esperienza umana più tenera”.

1944. Oradour sur Glane, un piccolo villaggio francese. L’ufficiale tedesco, dopo aver dato disposizione ai suoi subalterni di radere al suolo e distruggere uomini e cose nel raggio di ottocento metri, si mette a dipingere lo splendido paesaggio della campagna. A conclusione dell’eccidio (e dell’opera) l’ufficiale e il suo sergente sono a colloquio:

«- … gli uomini sono soddisfatti?

- Oh, - disse il sergente con voce cupa, - queste cose piacciono ai soldati, lo sappiamo bene.

- Sì, bisognava sostenerli. Si annoiavano, e la noia è il peggior nemico di una truppa che va a combattere. Ma, pace. Tutto ciò è sordido. Non mischiamo l’arte con la guerra. Rudolf, caro Rudolf, oggi ho anch’io dei meriti tra gli uomini. Ho arricchito l’umanità con un nuovo capolavoro.

- Sorrise e aggiunse: - il resto è silenzio». (Vercors, Le parole. Edizioni il melangolo)

Se non sapremo fare i conti con tutto questo, continueremo a parlare della guerra come se fosse qualcosa che riguarda altri, senza comprenderne la tragica normalità, senza indagare il criminale che è in ciascuno di noi. Dormiremo certo sonni più tranquilli, ma la storia si ripeterà all’infinito. Del resto, da quando l’uomo ha memoria di sé, grosso modo 5.600 anni di storia scritta, si sono contate 14.600 guerre. E allora si può ben dire che fino ad oggi “la pace sorge nel territorio della guerra”.

Michele Nardelli

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