Un telefono senza fili per elaborare il lutto

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Foto: montaggio Unimondo

Un insieme di gesti dotati di un valore significante, slegati per lo più da finalità pratiche che comunque, lì dove presenti, rimangono secondarie. Parlo del rito, di quell’insieme di azioni codificate che, se pubbliche, ratificate da norme precise o comunque riconosciute come valide a livello comunitario, lo distinguono da quei comportamenti rituali che potrebbero essere invece catalogati come psicopatologici perché ripetitivi, stereotipati o apparentemente del tutto irrazionali, in ogni caso privati. Anche se questo non significa, beninteso, immotivati. Creare per esempio uno spazio dentro la propria casa o dentro se stessi, un luogo dove l’invisibile è reso visibile e dove quotidianamente si fa memoria della propria essenza è una scelta che modifica la nostra relazione con le cose, e che a seconda di come prende forma, può esaltare o vanificare la sacralità di ciò che viviamo.

Certo è che un rito, soprattutto se condiviso pubblicamente, si presta a molteplici funzioni, religiose o ideologiche, ma anche sociali e relazionali, spesso riempiendo di senso contesti che ne sembrerebbero altrimenti privi o carenti. La società contemporanea che abitiamo portando in spalla un fardello di inadeguatezza e interrogativi, si aggrappa ancora a riti vecchi e nuovi, che spesso aiutano gli animi più sensibili a far fronte alla solitudine subita, in un mondo che tende a escludere la delicatezza di animi e propositi a favore di una secca misurabilità di azioni e risultati. La disattenzione ai sentimenti diventa una malattia cronica, a meno che non si faccia parte di quegli ostinati difensori delle emozioni, non perché affetti da un inguaribile romanticismo, ma perché consapevoli del consistente legame che esiste tra l’opportuna gestione delle emozioni stesse e una società equilibrata e sana.

Facciamo un esempio, e proviamo a pensare all’importanza di dire addio. Quando si lascia una persona con cui si sono condivisi momenti preziosi della vita, quando si parte da una città in cui si è abitato per molto tempo, quando la morte ci sfila un’anima amata: come metabolizzare la perdita? Come dare spazio e tempo dentro se stessi per non lasciare che dolore e sofferenza fermentino, ignorati, dentro il nostro corpo? I giapponesi di Otsuchi (costa nord, quella che con il terremoto e lo tsunami del 2011 ha subito i danni più gravi e che ancora si arrabatta per la ricostruzione) hanno trovato un modo che, se non avessimo anticipato qualche riflessione sulla profonda necessità di assecondare la ritualità della società, forse potrebbe apparire alquanto strampalato.

Su una collina, immersa nel verde, c’è una cabina telefonica da cui fare telefonate impossibili. E gli uomini e le donne che la raggiungono non sono pazzi: sanno che l’apparecchio non ha alcun collegamento con la rete, eppure dal 2010 come pellegrini vanno a telefonare senza fili ai propri cari che non hanno avuto ancora la forza - o che hanno ancora la voglia - di salutare. L’idea è venuta a un giardiniere ultrasettantenne, il signor Sasaki, che non si rassegnava alla perdita di un amato cugino e che è stato il primo a sganciare la cornetta per una telefonata lenitiva. La sua storia è raccontata in un documentario, e ci parla di affetti e di intimità, di ritualità necessarie all’elaborazione delle perdite della vita, di gesti apparentemente sovversivi che, a differenza di quanto si potrebbe immaginare, rimettono in bolla la stabilità emotiva delle molte persone che parlano al vento che sbatte sui vetri della cabina.

Sono gesti che trascendono ogni forma religiosa e che non si prefiggono di risolvere le sorti dell’umanità, gesti che non sostituiscono la forza di volontà dei singoli di prendere in mano le proprie vite e accompagnarle avanti passo dopo passo, gesti che non sostituiscono il supporto prezioso di professionalità come quelle di psicoterapeuti e psicologi di fronte alle intemperie dell’animo. Sono gesti che di certo non possono e non devono prendere il posto delle reti familiari, amicali e sociali che tanta importanza hanno nell’elaborazione di una perdita, qualunque essa sia. Ma sono gesti però che, questo sì, offrono occasioni di conforto e soprattutto lasciano il tempo di parlare in fin dei conti con se stessi, magari mentre si guarda il mare oltre i vetri della cabina che affaccia sull’oceano.

E forse anche i più scettici proveranno un po’ a ricredersi: in tre anni si stima che oltre 10 mila persone abbiano telefonato per un saluto, e non è un dato che sorprende se pensiamo che dal 2011 solo il 10% degli sfollati è tornato a casa in questa zona. Sono conversazioni commoventi, a volte divertenti, inconsuete, private, strazianti, tenere. In ogni caso sono costanti promemoria delle nostre fragilità, di quelle che spesso dobbiamo affrontare da soli perché la società va troppo veloce per aspettarle, di quelle che riusciamo in qualche modo a sistemare e di quelle che non riusciamo a dimenticare. Sono telefonate che, come il titolo della puntata di This American Life in cui sono state registrate e tradotte, ci raccontato del coraggio di chi alza la cornetta e decide di scambiare due chiacchiere con il proprio dolore, e magari diranno proprio quella parola necessaria a liberarsi di un peso. One last thing before I go (Un’ultima cosa prima che vada).

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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