Uganda: tra i rifugiati e "l'eterno" Museveni

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Foto di Luana Alum ®

È localizzato nell’entroterra dell’Africa orientale il Paese che più di ogni altro Stato africano, e sicuramente di qualsiasi Paese membro dell’Unione Europea, ospita rifugiati: l’Uganda. Quasi un milione, secondo fonti dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (UNHCR), molti più nella realtà tenendo conto che, una volta entrati nel Paese, e senza alcuna limitazione posta ai confini, gli sfollati/richiedenti asilo possono liberamente muoversi all’interno dello stesso senza dover obbligatoriamente passare dai campi istituiti dalle organizzazioni intergovernative, quindi senza cercare un ufficiale riconoscimento dello status di rifugiato.

Al di là di questo dato, non ho conoscenza affinate sull’Uganda quando mi appresto a contattare telefonicamente Luana Alum per parlare di questa come di altre questioni. È una 45enne italo-ugandese che attualmente vive in Karamoja, una regione lungo la Rift Valley nel nord est del Paese, con una grande passione per il cinema e per la vita all’aria aperta: una ragione in più, quest’ultima, per decidere di lasciare la natia Busto Arsizio (VA) per la calda Uganda. Alle spalle, una formazione in ragioneria commerciale e diversi lavori come impiegata contabile e amministratrice di progetti di cooperazione, che l’hanno abituata a lavorare con stranieri e le consentono di avere uno sguardo interessante sul suo Paese. Affrontiamo subito il tema dell’accoglienza dei rifugiati.

M.R.: Ho visto da internet che in Uganda esiste un Ministero per le catastrofi: di cosa si occupa nello specifico?

L.A.: Fortunatamente, in questo periodo storico, le catastrofi alle quali si fa riferimento sono collegate alla presenza di numerosi sfollati e rifugiati sul territorio, soprattutto provenienti dal Sud Sudan ma anche dalla Repubblica Democratica del Congo e dal Burundi, e in passato dal Ruanda genocidario. Fino a qualche anno fa la gestione dei rifugiati era interamente in mano al governo ugandese, anche a livello di esborso economico per intenderci. Poi il tutto è passato alle grandi agenzie dell’ONU, in particolare dell’UNHCR, che hanno attivato in Uganda grandi programmi di accoglienza, i cui soldi stanno loro malgrado alimentando varie illiceità gestionali da parte dei funzionari (da appropriazione indebita dei beni destinati ai rifugiati a vendita di schiave sessuali). Se quindi prima gli ugandesi operavano per ragioni che potremmo definire umanitarie o etiche, adesso lo fanno su spinta prettamente economica tenendo conto di quanti fondi girano attorno a questi progetti.

M.R.: Seppur i numeri degli sfollati/rifugiati presenti in Uganda non siano precisi è vero che sono molti. Qual è l’approccio degli ugandesi?

L.A.: In tanti li vedono come un’opportunità di lavoro. Se vengono creati i campi profughi, è vero che i funzionari dei Ministeri guadagnano un sacco di soldi, ma anche l’allevatore o il contadino sono contenti perché possono vendere i loro prodotti; lo stesso si può dire di chi affitta una camera in città o vende abbigliamento. Non mi è mai capitato di sentire di problemi con gli “stranieri”, anche perché non sono propriamente percepiti come tali. Mi spiego meglio. Le frontiere dell’Uganda sono state stabilite a tavolino in epoca coloniale non rispettando le divisioni tribali che avrebbero dovuto indicare i veri confini del Paese: allo stato di fatto, le popolazioni ugandesi che vivono al confine con la Repubblica Democratica del Congo fanno parte della stessa famiglia di quelli al di là della frontiera, stesso dicasi per le popolazioni nel nord dell’Uganda e quelle sudsudanesi. Quindi non esistono davvero problemi di accettazione.

Se pensiamo anche solo alla gran massa di ruandesi scappati qui in Uganda durante il genocidio, ora sono perfettamente integrati nella società e nel tessuto economico ugandese: nessuno si stupisce che vivano sul territorio né li sentono come stranieri. Se posso essere sincera, io non li distinguo nemmeno… 

M.R.: La maggior parte degli ugandesi è cristiana. Quali sono i rapporti con le altre religioni, in particolare con l’islam?

L.A.: È vero, la maggioranza della popolazione è cattolica o anglicana. La componente musulmana, vedo da internet, che è intorno al 13-14%. Detto ciò, i rapporti tra i fedeli delle diverse religioni sono normalissimi, ci sono molte coppie miste. Non c’è questa avversione all’islam o i problemi di accettazione che vedo in Italia. Se ci sono problemi o antipatie, questi sussistono più a livello tribale. Senza poi dimenticare che di giorno gli ugandesi sono cattolici, anglicani, musulmani, la notte restano invece animisti, una concezione ancora molto diffusa.

M.R.: Con la compagine politica italiana ancora in gran fermento per la costituzione del governo dopo le elezioni del 4 marzo, non possiamo che parlare della situazione politica ugandese collegata alla figura del presidente Yoweri Museveni, da oltre trent’anni al potere. Come è percepito dalla popolazione, in particolare dai più giovani? Si sta prevedendo una sua sostituzione al potere in considerazione soprattutto della sua età?

L.A.: Mi chiedi del nostro “presidente”? Diciamo che nel Paese nessuno o quasi nessuno simpatizza per Museveni. Tuttavia, a ogni scadenza del mandato, Museveni viene puntualmente rieletto con un bagno di voti. C’è chi sostiene che da ormai 3 o 4 mandati le votazioni presidenziali siano truccate.

Io, però, penso che ci sono altre questioni dietro l’appoggio popolare. Se volessimo fare un’analisi, dovremmo dividere la popolazione ugandese in 3 fasce a seconda dell’età: i più giovani, che hanno appena iniziato a votare e che a parole sono contro lo strapotere del presidente però, di fatto, lo votano perché lo Stato fornisce numerose borse di studio che vanno proprio a questi ragazzi e ne “comprano” l’appoggio. C’è la fascia degli anziani, che potremmo indicare dai 50 anni in su, che sono quelli che più hanno sofferto durante la guerra civile del 1979-1986: il loro voto va a Museveni non tanto perché piace loro il suo operato, quanto per il timore che si ripresenti un’altra guerra; la certezza del dittatore batte l’incertezza di chissà chi altro potrebbe ricoprire quel ruolo. Infine c’è la fascia della mia generazione, quella che va dai 35 ai 50 anni. In questo gruppo ci sono le persone più combattive a livello politico: qualche mese fa, ad esempio, in parlamento hanno votato contro l’abolizione della legge che fissava a 75 anni il limite massimo all’età del presidente; tuttavia, il presidente è abilmente riuscito, corrompendo molti, a farla rimuovere.

La cosa più grave è che non c’è una buona alternativa a Museveni. Mettiamo il caso che si faccia da parte o muoia (tenendo anche conto che secondo molti il presidente mentirebbe sulla sua età e avrebbe superato da un pezzo i 75 anni!), davvero non si ha idea di chi potrebbe essere un valido presidente; si immagina che alcune figure politiche di opposizione sarebbero addirittura peggio di lui. In ogni modo si percepisce ormai che la politica, così come l’economia, dell’Uganda son fortemente influenzati (se non in mano) degli occidentali (USA ed Europa) e anche della Cina adesso. Forse è per questa ragione che gli ugandesi sembrano quasi rassegnati al fatto che possano fare poco per modificare la situazione.

Grazie a Luana Alum per il tempo che ha dedicato a Unimondo

Articolo pubblicato nell'ambito del progetto "Una scuola agraria ad Alito"- progetto di cooperazione allo sviluppo di Ipsia del Trentino in Uganda con il finanziamento della Provincia Autonoma di Trento.

Miriam Rossi

Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale e autrice di diversi saggi scientifici e di una monografia in materia. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è referente per l’associazione COOPI Trentino e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.

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