Uffici di (s)collocamento. Oltre la frontiera del lavoro

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Idee nuove per la crisi – Foto: informazionesenzafiltro.blogspot.com

Sorrido. Perché mentre scrivo questo articolo lotto ostinatamente con il pc. Il programma persevera indefesso a correggermi in automatico. Scrivo scollocamento e… voilà, la parola si trasforma in collocamento. Proprio non lo capisce che l’idea di s-collocarsi, di muoversi verso una posizione diversa da quella attuale, è l’esatto contrario.

E poi l’Ufficio di Scollocamento esiste davvero, non è un errore, né un futile gioco di parole, né tantomeno una facile ironia sulla pelle di chi è senza lavoro. È uno sportello nato invece per aiutare le persone, appunto, a scollocarsi: da cosa? Dall’eccessivo lavoro, da uno stile di vita percepito come sbagliato, stressante, consumistico, insensato. Si tratta di un servizio inteso a supportare l’emancipazione rispetto alla cultura imperante, che è ben lungi dall’aiutarci a stare bene, anzi, tende piuttosto a farci schiavi, uguali e omologati. Ma sarà proprio l’indisciplina a salvarci! Leggiamo dal libro scritto a quattro mani da Simone Perrotti e Paolo Ermanni: “Cosa ha consentito il salvataggio della gran parte degli uomini e delle donne su quella nave [si parla della Costa Concordia, ndr], se non essersi ammutinati, essersi dati idealmente da soli i sette fischi più uno, cioè l’ordine del "si salvi chi può" che non arrivava dal comando? Se avessero atteso ancora, confidando nel comandante, sarebbero morti.”

Allora “io voglio scollocarmi”. È un battere e un levare tra l’esigenza impellente e quasi fisica di cambiare rotta e la paura di non farcela, di essere soli, di dover lavorare duramente per il proprio sogno. Questa alternanza è il motore propulsore che ha fatto nascere questo servizio, perché sia lo scollocamento un imperativo, un augurio, o semplicemente un’intenzione, fatto sta che ci scombussola, ci pulsa dentro, a volte anche in maniera inconsapevole, e ha bisogno di tempo, energia e anche molta logica per farsi concreto e diventare realmente un nuovo modello sociale ed economico. Prima di tutto è e dev’essere un percorso individuale, verso l’interno prima che verso l’esterno, che ci permetta di intercettare le nostre aspirazioni e di uscire dal sistema attuale senza fuggirne dandocela a gambe. Non solo la fretta è cattiva consigliera, lo è anche il bisogno e a questo punto diventa fondamentale scollocarsi per volontà, non solo per necessità!

Gli sportelli di scollocamento, proprio per i motivi individuati, non offrono soluzioni standardizzate: offrono invece una serie di risorse, da cui attingere, da integrare, scambiare e condividere per fare rete e costruirsi ognuno il proprio sentiero. Sono previsti allora incontri di orientamento, per comprendere scopi e strumenti del percorso che si andrà ad affrontare, e incontri formativi, in cui vengono coinvolte persone che sono partite un po’ prima di noi e che ci aspettano un po’ più avanti in questo percorso, e testimoniano e raccontano le loro storie. Narrazioni di un momento storico in cui, benché formalmente precari e occasionali più che mai, siamo essenzialmente dipendenti: dal lavoro, dal nostro ruolo nel mondo, dalla desiderabilità sociale dei nostri comportamenti, da dinamiche economiche sfalsate a cui ci siamo però in parte – se non del tutto – assuefatti.

La collocazione stabile, guarda caso, che il sistema perverso in cui viviamo non solo ci ha promesso ma continua a prospettarci, alimentando falsi miti e false speranze (crescita infinita, contratti a tempo indeterminato, consumi del superfluo, solo per citarne alcuni), si rivela essere un grande bluff. Una presa in giro che ci trova del tutto impreparati. “Tutti o quasi subiremo quest’era glaciale come i nostri antenati delle caverne sterminati dai mutamenti climatici. Per assumere una nuova collocazione, all’interno di un nuovo sogno collettivo e personale, dovremo prima disintossicarci dall’attuale, fatto di lavoro totalizzante, consumismo virale, egemonia dei simboli, eccessiva distanza dalla natura, inettitudine manuale, eccesso di centralizzazione urbana, sprechi, rifiuti… L’idea di far nascere un Ufficio di Scollocamento viene da qui.”

Cambiare prima di essere cambiati. Scegliere e non essere scelti. Trasformare le difficoltà in opportunità, se già non lo sono. Parlare di scollocamento in tempi di crisi può sembrare assurdo e irriverente, un’eresia della parola prima ancora che dell’esistenza. Ma interrogarsi sul perché dello stato attuale di cose e farlo assieme ad altri è certamente il primo passo per riconoscere le falle del sistema e uscirne. Ricordo che ai tempi del liceo il professore di matematica ci ripeteva spesso che “una domanda senza risposta è certo migliore di una risposta senza domanda”. Già, perché per questo decadono le epoche. Le grandi collane enciclopediche sono nate proprio in quelle fasi storiche dove i nuovi stimoli latitavano. Si ripete il noto come automi, nel tentativo di catalogare piuttosto che di scoprire. Si pontifica e non ci si interroga. Ma la necessità dello scollocamento non è per niente un discorso da salotto per letterati infiacchiti che disquisiscono davanti a the e biscotti. Non è affatto un passatempo da teorici della decrescita e della slow life. È un tema più che mai politico, che appartiene a chi si rimbocca le maniche del pensiero e dell’agire.

Ah, p.s., ho aggiunto la parola scollocamento al dizionario del programma di scrittura. Perché è ora che entri a far parte del vocabolario corrente, oltre che delle nostre vite.

Anna Molinari

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