Turchia: il miraggio europeo

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"Saremo membri dell'Unione Europea al più tardi nel 1998" - Foto: Hurriyet (1998) 

Sono passati 53 anni, o 11 a seconda dei punti di vista.

Cinquantatré anni fa, la Turchia ha firmato un primo accordo ( l’Accordo di Ankara, 1963) con quella che allora si chiamava Comunità Economica Europea. Undici anni fa, sono iniziati ufficialmente i negoziati per l’ammissione nell’Unione. Ma il 24 Novembre scorso, il Parlamento Europeo ha votato a favore del congelamento dei negoziati per l’adesione della Turchia nell’Unione Europea: 479 i voti favorevoli e 37 quelli contrari alla sospensione di un processo di integrazione che, per molti, rappresenta una speranza e, per altri, un freno per la situazione sociale, economica e politica del Paese tra Oriente ed Occidente. Il voto del 24 Novembre non è vincolante: su questa base dovrà anche decidere la Commissione Europea e i leader dei 28 Paesi Membri dell’Unione dovranno ritrovarsi per discuterne a Dicembre, come ha sottolineato il Presidente della Commissione Jean- Claude Juncker; ha aggiunto però che il voto di giovedì è un “segnale d’allarme, da non sottovalutare”.

Le cause della sospensione

La sospensione dei negoziati consegue, in primis, alla “reazione sproporzionata” di Ankara in seguito al tentato golpe del 15 Luglio scorso, che ha recentemente raggiunto il suo apice nell’arresto deo leader e di alcuni deputati del terzo partito in Parlamento,  il Partito Democratico dei Popoli (HDP). Dopo il tentato golpe, è stato dichiarato lo stato di emergenza e circa 37.000 persone sono in stato di arresto, decine di migliaia sono state licenziate; l’ultimo decreto di emergenza del 21 Novembre ha portato alla chiusura di 375 associazioni non governative, 9 mezzi di comunicazione di massa e al licenziamento di 15.726 impiegati statali. Inoltre, da tempo la diplomazia europea insiste sulla necessità di modificare la legge anti-terrorismo turca (No. 3713), spesso utilizzata contro il dissenso delle opposizioni, di attivisti o giornalisti.

Da non dimenticare poi, un importante evento di cronaca in questi stessi giorni. Poco prima della “Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne” del 25 Novembre, ad Istanbul ci sono state forti proteste contro un disegno di legge ai voti in Parlamento: questo revocherebbe la pena detentiva conseguente ad uno stupro di minore in caso di matrimonio con la propria vittima, con la vaga precisazione per cui “non dovrebbe esserci stata alcuna coercizione”. Mentre Istanbul gridava “Non vogliamo uno stato stupratore!”, il governo ha giustificato il disegno di legge come un tentativo di difendere coloro che non possono sposarsi perché troppo giovani. Infatti, in Turchia i matrimoni tra minori sono ancora molto diffusi in alcune regioni del paese, come confermato dal Fondo della Nazioni Unite per la Popolazione.  

Secondo Kati Piri, rapporteur per la Turchia e deputata al Parlamento Europeo, la sospensione dei negoziati è stata un’azione necessaria – pena la perdita di credibilità dello stesso processo di adesione dell’UE. “Non stiamo dicendo che bisogna chiudere le porte alla Turchia, ma che il governo turco, con le sue azioni ha chiuso la porta all’UE” ha affermato. La deputata è sempre stata contraria al legame tra negoziati di accessione e accordo sui migranti e recentemente le è stata negata una visita ufficiale in Turchia: le autorità turche hanno rifiutato di incontrarla.

E’ infine importante ricordare che il processo negoziale della Turchia era già di fatto congelato da tempo. L’ultimo capitolo è stato aperto nel giugno 2013, sedicesimo sui totali trentacinque. La Repubblica di Cipro e la Francia hanno posto il veto su 11 capitoli, tra cui il 23 e il 24 (“Diritti e Libertà Fondamentali”). Parte dei cittadini turchi ( ad esempio, Ayse Kulin al Manifesto) ritengono che, se l’Unione Europea avesse accettato la Turchia come membro effettivo qualche anno fa, prima del 2011, il paese non sarebbe mai sprofondato in un abisso che oggi, invece, sembra difficile da risalire.

Le reazioni

“Sospeso temporaneamente… un modo gentile di dire per sempre!”, scherza con una nota di amarezza l’avvocato Nazif Koray Kırca. Koray ha abbandonato la professione di avvocato da qualche mese, dedicandosi all’apertura di una caffetteria dopo alcune minacce non troppo velate: dipendevano dal tipo di clienti da lui difesi in più occasioni, tra cui i Çarsi, ultras della nota squadra di calcio istanbuliota Beşiktas.

Elif, neolaureata in scienze politiche, ha partecipato a molti progetti europei, come “Youth in Actione ha molti amici in vari paesi del Vecchio Continente. “Sono senza speranze circa una possibilità di riaprire questi negoziati. Parlando a livello di individui singoli, e delle mie esperienze in contesti di incontro tra tanti giovani di diverse nazionalità europee, a volte mi sentivo studiata: noi turchi eravamo quelli da scoprire, quelli con una cultura diversa e… non viceversa. Spesso i partecipanti turchi non sembravano aperti a voler conoscere le diverse culture degli altri partecipanti, ma anzi sembravano dettare delle condizioni. Non erano aperti a voler conoscere un modo di agire o reagire diverso. Credo che molti i cittadini europei accettino l’idea dell’adesione turca ma credo anche che su un piano politico, questo sia impossibile. Il governo turco sembra rifiutare il modello democratico richiesto per essere membri dell’Unione Europea: le parole dei nostri leader in questi giorni lo dimostrano e siamo entrati in un circolo vizioso, per cui la nostra economia sta collassando, in reazione del succedersi implacabile di questi avvenimenti politici”.

Il peso delle parole

Nei giorni immediatamente precedenti e successivi alla decisione del 24 Novembre, il Primo Ministro turco Binali Yıldırım l’ha definita una “mancanza di visione [ a lungo termine]”, “insignificante” per la Turchia, esortando l’Unione Europea a capire una volta per tutte se vuole o meno avere la Turchia tra i propri membri.

Sulla stessa linea, il Presidente della Repubblica Tayyip Erdogan ha annunciato che lo stato di emergenza potrebbe continuare a essere esteso di tre mesi in tre mesi e che questa decisione compete solo alle istituzioni turche. Inoltre, Erdoğan ha affermato che la Turchia non dovrebbe cristallizzarsi sull’idea di divenire stato membro dell’Unione Europea, avanzando l’alternativa di unirsi a Russia e Cina in un forum economico e di sicurezza euroasiatica (l’“Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione”).

Infine, arriva forte e chiara la minaccia di rompere il patto sui migranti concluso nel Marzo 2016, con cui la Turchia si impegnava a trattenere i migranti diretti verso la Grecia: “Non avete trattato gli esseri umani con onestà. Non avete raccolto i bambini sulle coste del Mediterraneo” ha tuonato il Presidente dopo il voto europeo. “Noi andremo dritti per la nostra strada. Non dimenticate: l’Occidente ha bisogno della Turchia”.  

Sofia Verza

Laureata in Giurisprudenza presso l'Università di Trento, ha studiato ad Istanbul presso le Università Bilgi e Yeditepe, specializzandosi nel campo del diritto penale e dell'informazione. Ad Istanbul, ha lavorato per la fondazione IKV (Economic Development Foundation), ricercando nel campo della libertà di espressione. E' stata vice presidente dell'associazione MAIA Onlus di Trento, occupandosi di sensibilizzazione sulla questione israelo-palestinese e cooperazione culturale in Cisgiordania. Scrive per il Global Freedom of Expression Centre della Columbia University e collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso

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