Turchia: floridi affari per le armi italiane e timidezza della Farnesina

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La polizia turca attacca i manifestanti - Foto: © La Stampa

La dura repressione del governo turco contro i manifestanti di piazza Taksim e Gezi Park (tre giovani manifestanti sono stati uccisi, 5mila feriti di cui 50 sono gravi, senza contare l’uso di agenti chimici negli idranti e la “caccia ai giornalisti”) ha registrato finora solo una timida reazione del ministro degli Esteri, Emma Bonino: “Piazza Taksim non è piazza Tahrir” – ha detto il ministro in una informativa alla Camera (qui il testo integrale). Pur comunicando la “più viva apprensione per gli eventi” e ribadendo che “l’uso sproporzionato della forza da parte della polizia e il fermo di decine di avvocati non possono mai essere una risposta accettabile”, il ministro Bonino non ha espresso alcuna condanna nei confronti del governo turco per quella che ha definito come una “reazione sproporzionata da parte della polizia”.

“Nelle piazze e nelle strade – ha aggiunto la titolare della Farnesina – si svolge un esame di maturità per il Governo turco, che deve dimostrare di tutelare le opinioni di tutte le componenti della società, un esame di maturità che qualcuno aveva pensato che il Paese ormai avesse superato con il dinamismo economico e che invece richiede molto di più, la capacità cioè di unire le diverse anime della Turchia in un patto sociale rispettoso del pluralismo, delle diversità, insomma della democrazia”. Ma ancora una volta nessuna condanna dell’operato del governo Erdogan.

Nelle dichiarazioni del ministro degli Esteri appare evidente la preoccupazione di non compromettere un’auspicabile “evoluzione democratica” del governo di Ankara. Ma anche quella di non mettere a repentaglio le relazioni commerciali bilaterali tra il nostro paese e la Turchia. Proprio alcuni giorni prima dell’occupazione di Gezi Park, si è tenuto infatti ad Ankara un importante incontro del Segretario Generale della Farnesina, Michele Valensise, con il Segretario Generale del Ministero degli Esteri turco, Feridun Sinirlioglu. “Le delegazioni – riporta il comunicato della Farnesina – hanno passato in rassegna l’eccellente stato delle relazioni bilaterali, confermato dalla presenza in Turchia di oltre mille aziende italiane, e le prospettive di un loro ulteriore sviluppo. L’interscambio commerciale tra i due Paesi ha raggiunto nel 2012 i 15,8 miliardi di euro” – segnala la nota che significativamente non fa alcun riferimento alla situazione dei diritti umani nel paese mediorientale.

 

Turchia: un cliente di riguardo dell’industria militare italiana

Ma è soprattutto nel campo militare che la Turchia è un “partner strategico” non solo della NATO, ma dell’industria italiana degli armamenti. Dopo la sua elezione nel 2003 a Primo Ministro, Recep Tayyip Erdogan ha infatti incoraggiato l’acquisizione di sistemi militari “made in Italy” tanto che nell’ultimo quinquennio il governo di Ankara è diventato uno dei principali clienti dell’industria armiera italiana. Le cifre parlano chiaro: si passa dai meno di 8 milioni di euro del 2003 agli oltre 1,1 miliardi di euro del 2008 di “operazioni autorizzate” dalla Farnesina per esportazioni di sistemi militari ad Ankara. Operazioni in gran parte già giunte in porto visto che il Ministero del Tesoro ne ha già segnalata l’effettiva attuazione.

Nell’ultimo quinquennio (2007-2011) sono state autorizzate da parte del nostro Ministero degli Esteri esportazioni o produzioni in loco di sistemi militari e “Prestazioni di Servizi” da parte del Ministero della Difesa per un ammontare complessivo di quasi 1,7 miliardi di euro (1.675 milioni di euro) che fanno della Turchia il secondo acquirente internazionale di sistemi militari italiani. E’ preceduta solo dall’Arabia Saudita (1.897 milioni di euro) ed è seguita da tre partner tradizionali dell’Italia cioè gli Stati Uniti (1.281 milioni di euro), il Regno Unito (1.216 milioni) e la Germania (1.091 milioni).

Tra i materiali esportati ad Ankara figura di tutto: dagli aeromobili alle navi da guerra, dai cannoni alle bombe, siluri e missili, dalle apparecchiature elettroniche alle centrali per la direzione del tiro. Ma spicca soprattutto un contratto nel 2008 del valore di oltre 1 miliardo di euro per 53 elicotteri A129 International (tipo “Mangusta”) del valore di 1.023 milioni di euro. Nel 2007 il ministro della Difesa turco richiedeva infatti all’italiana Agusta questi elicotteri da combattimento per impiegarli nella “ricognizione tattica e attacco bellico”. Il contratto, veniva firmato nel settembre 2007 e siglava una partnership dell'AgustaWestland, società di Finmeccanica, con la Turkish Aviation Industry (TAI), per lo sviluppo del Programma ATAK (Tactical Reconnaissance and Attack Helicopter) per il Comando delle Forze di terra turco.

A fronte dell’aggravarsi delle azioni militari delle Forze armate turche nel Kurdistan iracheno, denunciate tra l’altro da una specifica Risoluzione del Parlamento europeo, nel novembre 2007 la Rete Italiana per il Disarmo chiedeva al governo la “sospensione immediata” di tutte le forniture militari alla Turchia. “Il Governo italiano deve valutare le opportune azioni per porre termine ad ogni tipo di forniture militari alla Turchia” – scriveva Rete Disarmo, ma dal governo Prodi non pervenne alcuna risposta. Anzi per tutta risposta nello stesso anno il ministero degli Esteri autorizzava l’esportazione ad Ankara di 10.380 colpi completi calibro 120mm Heat-MP-T SEAL 520: il contratto, siglato da Simmel Difesa, era di tutto riguardo visto che superava i 26 milioni di euro.

Gli affari sono proseguiti negli anni successivi. Nel 2009, il governo Berlusconi rilasciava autorizzazioni all’esportazione di sistemi militari per oltre 36 milioni di euro tra cui spiccavano 4 complessi binato navale 40/70 compatto e attrezzature della Oto Melara per un valore di 15,2 milioni di euro e due contratti per munizionamenti della già citata Simmel Difesa;: uno per 10.000 colpi completi cal. 40/70 HEI-T con spoletta a percussione del valore di 1,8 milioni di euro e un altro per 3.150 colpi completi cal. 120mm Heat-MP-T SEAL 507 per 8,4 milioni di euro.

Nel 2010 i contratti tornavano a superare i 60 milioni di euro. Una buona metà se la aggiudicava la spezzina Oto Melara per forniture di 50 torrette TM197B per elicotteri del valore di 30,8 milioni di euro e 1 complesso binato navale 76/62 compatto da 6,4 milioni di euro. Agusta forniva ad Ankara 7 elicotteri da combattimento A129 International per 2,7 milioni di euro e Simmel Difesa proseguiva i suoi affari fornendo al ministero della Difesa turco altre 10.500 bombe da mortaio cal. 60mm. illuminante per un valore di oltre 3, 3 milioni di euro. Si aggiudicavano nuovi contratti anche Rheinmetall Italia per 16 mitragliere C/A da 25mm. tipo KBA da 3 milioni di euro e per 340 mitragliere C/A da 25mm. tipo KBA per un valore di 1,4 milioni di euro, Selex Communications vendeva 62 ricetrasmettitori HF 400W SRT-601 da 4,2 milioni di euro e la Fimac esportava 6 Environmental Control Systems P/N 90-10700-00 da 1,4 milioni di euro.

Nel 2011, ultimo dato disponibile, il governo Berlusconi intensificava gli affari con governo Erdogan autorizzando esportazioni di sistemi militari alla Turchia per quasi 171 milioni di euro. Spicca soprattutto un nuovo contratto della Agusta Westland per 28 elicotteri AW129 versione ATAK (Tactical Reconnaissance and Attack Helicopter) dotati di 18 cannoni Breda 20mm T/M 197B: un contratto che da solo vale 150 milioni di euro. Simmel Difesa proseguiva nelle forniture con nuovi contratti per 22.000 colpi completi cal. 40/70 HEI-T con spoletta a percussione per poco meno di 5 milioni di euro e altri 13.000 colpi completi cal. 40/70 PFFC IM212 con spoletta di prossimità FB40 per ben 8,9 milioni di euro.

 

Turchia: quell’imbarazzante export di armi “made in Brescia”

Ma gli affari di armi sull’asse Roma-Ankara non si limitano alle industrie militari. Come ha ripetutamente e puntualmente documentato OPAL, l’Osservatorio permanente sulla armi leggere di Brescia, la Turchia è il secondo destinatario anche delle cosiddette “piccole armi” fabbricate nel distretto bresciano. E’ soprattutto in questo settore, regolamentato da una legge ancora più blanda rispetto a quella sulle esportazioni militari, che gli affari con la Turchia hanno visto un’assoluta impennata. E, guarda caso, proprio con l’inizio delle sollevazioni popolari nella confinante Siria.

Nel triennio dal 2010 al 2012, sono infatti state esportate alla Turchia dalla sola provincia di Brescia “armi e munizioni” per un ammontare di oltre 79 milioni di euro. La Turchia è passata cosi da cliente quanto mai marginale (le esportazioni di queste armi nel 2009 non raggiungevano gli 1,7 milioni di euro) a mercato di primario interesse per l’industria bresciana capitanata dalla ditta Pietro Beretta di Gardone Valtrompia. Nel triennio succitato gli Stati Uniti (oltre 273 milioni di euro) hanno continuato ad essere il maggiore cliente delle aziende bresciane, ma le esportazioni di armi “made in Brescia” verso la Turchia (79 milioni di euro) hanno per la prima volta superato quelle di clienti tradizionali come la Francia (56 milioni di euro), il Regno Unito (43 milioni) e la Germania (30 milioni).

L’Osservatorio OPAL in diverse occasioni ha sollevato il problema delle esportazioni di “armi comuni” dalla provincia di Brescia a paesi in zone di conflitto e con gravi carenze nella tutela dei diritti umani. Ed ha scritto al Prefetto e Questore di Brescia chiedendo di fare chiarezza in merito alle autorizzazioni per l’esportazioni di queste armi. Il Prefetto, dott.sa Narcisa Brassesco Pace, ha inizialmente riposto con una succinta nota nella quale affermava che le esportazioni di queste armi “ricadono ai fini del trasporto sotto il regime autorizzatorio della Questura, pertanto non di nostra competenza”. Successivamente il Viceprefetto di Brescia ha invitato il presidente di OPAL e i suoi ricercatori ad un incontro in Prefettura nel quale ha ribadito la propria estraneità per quanto riguarda l’autorizzazione all’esportazione di queste armi. Ha però comunicato ai rappresentati di OPAL che l’ampia documentazione da loro fornita è stata invita al Ministero degli Interni. Dalla Questura di Brescia, ripetutamente sollecitata a fare chiarezza sulla tipologia e sui destinatari specifici di queste armi, non è invece pervenuta alcuna risposta.

 

Ministro Bonino, è tempo di far chiarezza

Forse anche questo spiega il ritardo del governo Letta a rendere noti i dati sulle esportazioni di armi italiane per l’anno 2012 e a chiarire – come ripetutamente richiesto da Rete Disarmo – quelle strane anomalie tra le cifre riportate nelle Relazioni governative e quelle inviate all’Unione Europea negli anni scorsi. Il ministro Emma Bonino ha oggi l’occasione per fare finalmente chiarezza sulle esportazioni di armi “made in Italy” e “made in Brescia” alla Turchia. E per spiegare che “l’eccellente stato delle relazioni bilaterali” tra Roma e Ankara non intende prescindere dalla normativa dell’Unione europea che impone ai governi degli stati membri di “impedire l’esportazione di tecnologia e attrezzature militari che possano essere utilizzate per la repressione interna o l’aggressione internazionale o contribuire all’instabilità regionale”.

Giorgio Beretta

giorgio.beretta@unimondo.org

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