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Tunisia: le tensioni non si placano

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La Tunisia brucia ancora – Foto: nenanews

Se domani il nuovo presidente egiziano Mohamed Mursi, appena eletto “democraticamente”, giurerà su una Costituzione che non esiste ancora, la Tunisia fa i conti con tutte le contraddizioni che ogni repentino cambio di assetto istituzionale porta con sé. Il paese che ha dato il via alla primavera araba, una stagione di speranza e di violenza che non ha ancora offerto tutti i suoi frutti (alcuni potrebbero essere pure molto amari), liberandosi del tiranno Ben Ali – condannato due settimane fa all’ergastolo – non soltanto ripropone l’eterno dilemma tra islamismo “possibile” del partito di governo e islamismo “radicale” dei salafiti, ma deve fare i conti con la crisi economica, con i moti della piazza dove ancora sono calde le braci della rivolta.

Così descriveva qualche giorno fa la situazione Patrizia Mancini per Il Manifesto: “La Tunisia di oggi è stremata dalla crisi economica, che ha cause sia endemiche, sia legate alla crisi mondiale. È governata da una «troika» capeggiata dal partito islamico di Ennahda, che non è in grado di gestire la sicurezza dei cittadini né sembra poter rispondere alle richieste dei giovani scesi in piazza durante la rivoluzione. Negli ultimi mesi estremisti salafiti hanno attaccato artisti, giornalisti, intellettuali e insegnanti universitari, ma è probabile che si tratti di una strategia di diversione orchestrata da Ennahda per distogliere l’attenzione dai veri problemi del paese - o per alzare il livello di scontro fra laici e credenti, il vecchio «divide et impera». Così come ben orchestrata appare l’appropriazione da parte governativa della gestione dei media nazionali, a partire dalla televisione El Watania. Il telegiornale serale di questa tv nei primi tempi non risparmiava critiche al governo, con servizi sui sit-in e interviste a personaggi critici nei confronti del governo. Ora, se riferisce di una lotta o di qualsiasi rivendicazione, c’è sempre l’ospite governativo, il portavoce di questo o quel ministero che ripete di «lasciarli lavorare»”.

Ancora una volta il rapporto tra i regimi vecchi e nuovi e i mezzi di informazione diventa l’elemento discriminante per cogliere se si sono fatti passi indietro o avanti sulla strada di quelli che chiamiamo “standard democratici”. Anche i paesi più solidi, da questo punto di vista, devono monitorare attentamente ciò che riguarda la libertà di stampa, la cui troppa influenza e spregiudicatezza non piace a nessun politico.

La situazione degli Stati del Maghreb presenta forti elementi di criticità. In Marocco, un paese giudicato all’avanguardia per le libertà civili, blogger e vignettisti sono colpiti dalla censura di un regime che viene apprezzato come abbastanza aperto e apparentemente modernizzatore. Il processo contro Khalid Gueddar per “pubblica ebbrezza”, cominciato il 14 giugno scorso, è stato rinviato a settembre. Noto per aver più volte disegnato i membri della famiglia reale e lo stesso Mohammed VI, Khalid è da tempo oggetto di particolari attenzioni da parte delle autorità. Già condannato a tre anni di carcere per le sue vignette nel 2010, rischia di veder revocata la libertà condizionale allora concessagli.

In Tunisia la piazza virtuale ribolle ancora (per leggere uno studio davvero approfondito sul rapporto tra i media e la rivoluzione in Tunisia si veda Limes) e dunque anche il “coprifuoco” dei siti internet viene a volte attuato dal governo per calmare animi troppo accesi. Ma c’è chi non resiste alla censura. Il 17 giugno scorso si è suicidato Karim Alimi, uno dei blogger tunisini più attivi nella battaglia sui diritti umani. Aveva 29 anni ed era stato protagonista sui social network, già ai tempi della dittatura di Ben Alì.

Negli stessi giorni scontri con i salafiti lasciavano per strada alcune vittime, mentre il governo veniva criticato per una presunta mancanza di fermezza contro gli integralisti a cui, in altre occasioni si è strizzato troppe volte l’occhio. E così, per mostrare un volto feroce, il governo ha autorizzato la polizia a sparare contro i civili che protestano, un provvedimento che sicuramente finisce per acuire la tensione.

Contrasti che dalla piazza si sono propagati nelle istituzioni. Il 23 giugno la Tunisia ha estradato a Tripoli l'ex premier del dittatore libico Gheddafi, al Baghdadi Ali al Mahmoudi, detenuto da settembre nel Paese nordafricano. Riporta lettera43: “L'estradizione è solo stato l'ultimo atto di un duro braccio di ferro tra il presidente della repubblica tunisina, Moncef Marzouki, e il premier Hamadi Djebali, vinto da quest'ultimo. La vicenda infatti è stata decisa senza che il relativo, quanto necessario atto, rechi la firma del presidente della repubblica che si era rifiutato di farlo non essendoci, a suo avviso, le garanzie che il processo, al quale Mahmudi dovrà essere sottoposto, si svolga in modo equo. Per la massima carica tunisina poi, non ci sono nemmeno certezze circa la sicurezza della detenzione dell'ex premier. La decisione finale però è stata presa dal premier tunisino, Hamadi Djebali, dopo «avere preso conoscenza del rapporto della commissione tunisina che si era recata a Tripoli per assicurarsi delle condizioni di un processo equo» per l'ex premier libico. Inoltre Djebali ha sostenuto che «la firma del presidente era necessaria solo in base alla vecchia Costituzione, che ora si sta riscrivendo e che quindi di fatto non esiste»”.

Ritorniamo così al punto di partenza: l’attesa delle nuove Costituzioni che i paesi usciti dalle rivolte dovranno darsi: soltanto allora potremo capire come sono andate le rivoluzioni.

Piergiorgio Cattani

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