Tunisi, ritorno al futuro

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Molti se ne sono dimenticati. Dopo il breve ritorno d’interesse provocato dell’attentato contro le guardie presidenziali, del Novembre 2015, sulla Tunisia è calato il silenzio. Non è la prima volta: era già successo nel marzo dello stesso anno, dopo l’attacco al museo del Bardo; e nel mese di giugno, a pochi giorni dalla carneficina sulle spiagge di Sousse. Il piccolo Paese del Maghreb chiama i riflettori solo in occasione di eventi tragici di vasta portata. Eppure, il futuro di uno Stato che dista appena 140 km dall’Italia e risulta primo nella tetra classifica dei “foreign fighters” impegnati in Iraq e Siria, dovrebbe godere di un ruolo di spicco nel dibattito sulla nostra politica estera. Proviamo a vedere, allora, cosa succede al di là del mare. Là, dove è nata la speranza di una democrazia araba compiuta e plurale; là, dove tutto potrebbe finire.

Il quadro politico. I termini impiegati dagli analisti tunisini, con riferimento alla situazione politica odierna, lasciano poco spazio alle interpretazioni: «Crisi della maggioranza, stallo dell’azione di governo». È ben vero che il Paese, dalla caduta del dittatore Ben Alì in poi, ha sviluppato un gusto per la polemica piuttosto diffuso (fa parte del processo democratico); tuttavia, in relazione a simili considerazioni, non si può parlare di critiche fini a se stesse: Nida Tounès, il partito laico che ha espresso il presidente della Repubblica in carica (l’ottantanovenne Beji Caid Essebsi) e che fa da perno all’attuale maggioranza parlamentare, si trova in forte difficoltà. Il calo sensibile dei tesseramenti traccia il ritratto di una forza politica con una presa sempre minore sulla società Tunisina. Un aspetto che ha ripercussioni dirette sulla vita parlamentare, giacché sono molti gli scricchiolii nella coalizione governativa: frequenti resistenze alle proposte di legge dell’Esecutivo, dimissioni scarsamente motivate. Pessimi segnali per Nida Tounès. Si potrebbe dedurre che la corsa per il post-Essebsi sia partita in anticipo: ipotesi non irrealistica, stando all’età del Presidente. Ma mancano le conferme necessarie per muoversi al di là delle congetture. Quel che è certo è che la lotta fratricida, scoppiata all’interno della maggioranza, sta aggravando una condizione economico-finanziaria già ampiamente compromessa. Per non parlare del clima di insicurezza percepito dai residenti e dai (pochi) turisti. Specialmente nel Sud, dove l’integralismo beneficia di appoggi da parte della popolazione e di vie di fuga oltreconfine.        

Il contesto internazionale. Ciò che accade nei paesi vicini non è certo un elemento di rassicurazione. A Ovest, l’Algeria comincia a risentire del basso prezzo del petrolio, non riuscendo più ad alimentare quel sistema di prebende e sussidi che è stato, per più di un decennio, lo strumento prediletto dal Governo per il mantenimento della pace sociale. Inoltre, l’assenza dalla scena pubblica di un presidente anziano e malato come Abdelaziz Bouteflika rende difficile l’individuazione di un’autorità riconoscibile, materializzando lo spettro di una perdita di stabilità nel lungo termine: uno scenario che potrà essere evitato solo se l’FLN, il partito al potere dal 1962 (data della proclamazione di indipendenza dalla Francia), e la casta militare troveranno l’accordo su un nome forte da proporre per la successione. Può sembrare un tema svincolato dalle questioni tunisine, ma non lo è: l’Algeria, infatti, ha avuto un ruolo fondamentale nell’accompagnare il difficile cammino di Tunisi verso la democrazia, mettendo a disposizione consiglieri militari, programmi di cooperazione e finanziamenti di varia natura. Principalmente per due motivi: scongiurare l’eventualità (per nulla remota) che il caos libico si propagasse all’altro confinante, ed evitare che potenze estranee alla propria area di influenza insediassero stabilmente in Tunisia i propri interessi. Si fa qui riferimento ad Arabia Saudita e Qatar, che perseguono i loro obiettivi egemonici (in chiave anti-sciita) anche nel Paese dei gelsomini, e agli Stati Uniti, intenzionati a installare una base militare sul suolo tunisino.  

I rischi per l’Italia. Quel che è stato detto pone in luce quanto sia accidentato il processo di consolidamento delle istituzioni democratiche tunisine, a oltre quattro anni dalla Rivoluzione; sia per ragioni interne che internazionali. È di tutta evidenza che le nazioni europee con una proiezione nel Nord Africa, e in primo luogo l’Italia, abbiano un interesse diretto al rafforzamento, in Tunisia, degli organi dello stato di diritto e delle componenti politiche laiche e liberali. Un arretramento di queste forze consegnerebbe il Paese alle istanze jihadiste, peggiorando la condizione (già grave) del bacino sud del Mediterraneo. È importante che si formi una coscienza diffusa sul punto, per ridurre il rischio che l’azione del Governo italiano venga limitata da una percezione pubblica lontana dal vero. Allo stato attuale, vi sono due “tunisie”: l’una, impegnata in una battaglia priva di compromessi contro il progresso, contro la Storia; l’altra, incerta e timorosa, ma ancora disposta a credere nel valore profondo delle libertà conquistate. Si tratta di soccorrere quest’ultima. Si tratta di aiutare questa seconda Tunisia, così simile alla parte migliore di noi, nel suo ritorno al futuro.    

Omar Bellicini

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