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Trento: concluso il corso internazionale sulla gestione comunitaria dell’acqua

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Immagine da: Cipsi

E’sceso il sipario sul primo corso internazionale del CFSI Centro di Formazione alla Solidarietà Internazionale di Trento. Tema: l’acqua. Bene irrinunciabile e diritto universale. In teoria. In pratica privilegio di pochi e risorsa scarsa per molti.

Come tutti i beni preziosi, rari o vietati, provoca conflitti violenti. In molte aree semiaride del pianeta ci si contende l’ “oro blu”. In altre zone la contesa è motivo di dialogo come ci racconta Intersos in Darfur.

Quasi il 40% della popolazione mondiale dipende da sistemi fluviali comuni a due o più paesi. Tre esempi: India e Bangladesh si affacciano sul Gange, Messico e Stati Uniti sono uniti dal Colorado, Cecoslovacchia ed Ungheria dal Danubio. In Asia centrale cinque ex repubbliche sovietiche si contendono due fiumi, l'Amu Darja e il Sjr Darja. E nel Medio Oriente il fiume Giordano è il conteso per eccellenza.

Diamo i numeri. Un miliardo e 400 milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile. Nell’anno 2025, quando saremo 8 miliardi, quasi 4 su 8 saranno a secco. Il consumo mondiale di acqua potabile si è decuplicato in un secolo ma, contemporaneamente, in soli cinquant’anni, la disponibilità d’acqua è diminuita di tre quarti in Africa e di due terzi in Asia. Secondo la FAO oggi sono almeno 30 i paesi con crisi idriche croniche. La Commissione mondiale per l’acqua indica in 40 litri al giorno a persona la quantità minima per soddisfare i bisogni essenziali; con quella cifra un italiano ci fa la doccia ed una famiglia dell’Africa sub-sahariana ci campa una giornata intera.

La cosa ci riguarda. L’acqua dolce potenzialmente disponibile nei torrenti, fiumi e laghi, corrisponde allo 0,008% dell’acqua del pianeta; distribuita, peraltro, in modo ineguale sulla superficie terrestre. Il WWF c’informa che negli ultimi vent’anni siamo passati in Italia da 2.700 metri cubi a 2.000 l’anno. Spreconi. L’Italia è prima in Europa, e terza nel mondo, per il consumo di acqua procapite annuo; consumiamo 8 volte più della Gran Bretagna, 10 volte quella usata dai danesi e 3 volte quello che consumano in Irlanda o in Svezia.

Non c’è quindi da stupirsi come il Professor Jan Teun Visscher si sia focalizzato, durante il training, sul consumo razionale delle risorse idriche e sulla gestione dei conflitti, sia nei sud che nei nord del mondo. Fondamentale è aggredire il nostro immaginario e quindi “imparare a ragionare” e di conseguenza muoversi in un ambiente complesso / multi-stakeholders, dove gli interessi e le forze in gioco sono molteplici e dove è sempre necessario far compiere al nostro “io” un passo indietro per un balzo in avanti al “noi/comunità”. Inoltre dobbiamo far propria la logica multidisciplinare, favorendo le interconnessioni tra parte tecnica, umana, dimensione sociale e ambientale.

Parole chiare dal corso: “le comunità non devono vivere gli interventi come imposti dall’esterno, ma devono partecipare sin dall’ideazione degli stessi. Rischio il fallimento del progetto. Fondamentale è esser umili promotori/facilitatori di un auto-sviluppo mettendo sin da subito le comunità nelle condizioni di necessitare il meno possibile di un aiuto esterno”.

Altro punto nodale è la dimensione educativa e formativa. Lavar le mani con sapone, nei paesi più poveri, potrebbe ridurre del 50% le malattie intestinali e del 25% la polmonite. Mai dare per scontate prassi che noi riteniamo quotidiane: “Nel cortile di una scuola del Ghana abbiamo costruito una struttura in mattoni con bagni chiusi e sicuri” racconta il professor Tisscher, “ma non abbiamo insegnato l’utilizzo. Risultato. Piuttosto che attendere il proprio turno venivano utilizzate le pareti della struttura come latrina a cielo aperto trasformandosi, inevitabilmente, in un ricettacolo di germi e malattie”. Gli ha fatto eco un’ insegnante italiana che ha narrato lo spreco d’acqua potabile che i ragazzi fanno a scuola durante la ricreazione.

Per spezzare le povertà, tute le povertà, non vi sono scorciatoie. La via maestra sembra restare l’educazione.

Elena Trentini e Fabio Pipinato

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