Ti offro un vino naturista, lo bevi?

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Immagine da Slowfood.it di Myypostersucks.it

Alzi la mano chi non ha scelto di leggere questo articolo perché attirato dall’immagine. Vi ho quindi presi in trappola? Forse, ma non troppo. Certo, lo sappiamo tutti che con certi esordi si guadagnano molti più lettori, seguaci e fan. Ma non preoccupatevi, Unimondo non si è venduto al miglior offerente pur di raggiungervi. Se vi ha raggiunti, ne siamo sicuri, è anche perché siete lettori ironici, con un buon senso dell’umorismo che vi accompagna tanto quanto l’attenzione a certi temi troppo spesso passati sotto silenzio, o passati e basta, dimenticati.

Uno di questi temi lo andiamo a scovare oggi in enoteca. Perché parliamo di quelli conosciuti come “vini naturali” che noi, giocando sull’equivoco ma rimanendo seri di fronte a un termine come “naturale”, che dice tutto e contemporaneamente nulla, abbiamo chiamato “naturisti”. Cosa sono questi vini? Definiscono prima di tutto una vasta gamma di prodotti al di qua e al di là delle Alpi, nuovi e già new wave, che avvicinano il consumatore a una mescita fresca, vivace, una di quelle che poi, a tornare indietro, si fa un po’ fatica. Perché sono vini nati da coltivazioni biologiche e spesso biodinamiche e da lavorazioni decisamente sostenibili, che riprendono tecniche antiche e ripercorrono le strade della tradizione vignaiola non industriale. Una filosofia di produzione che rispetta il territorio e valorizza i profumi delle vigne, che elimina o riduce al minimo l’uso di solfiti (non più di 30 mg/litro) e che non usa bacchette magiche per aggiustare in corso d’opera i processi di produzione. Il risultato sono vini che enologi allenati ai sentori classici potrebbero interpretare come risultati non soddisfacenti, perché possono ossidarsi o rifermentare. Ma potrebbero anche diventare sapori nuovi da scoprire e apprezzare per la loro particolarità.

Se è vero che dei vini naturali non esiste una definizione univoca, è anche vero che sotto quest’etichetta si riconoscono quei produttori che, anche senza vini certificati, rifiutano l’uso di prodotti chimici di sintesi e non intervengono in cantina con pratiche enologiche invasive, votandosi così a una produzione che rispetta le caratteristiche del territorio. La maggior parte dei produttori di vino si descrive come “non interventista”, esplicitando così nell’intenzione la volontà di escludere o di ridurre al minimo l’uso di additivi. Ma quali sono le caratteristiche che rendono un vino naturale? Prima di tutto è prodotto da un produttore indipendente, che possiede vigneti di proprietà, per lo più a basse rese e come minimo biologico ma spesso biodinamico, ispirato al pensiero antroposofico steineriano; è un prodotto che non viene trattato con erbicidi o insetticidi e che proviene da uve raccolte a mano, fermentate spontaneamente senza aggiunta di lieviti o enzimi, zuccheri o mosti concentrati; sono vini che non subiscono aggiustamenti di acidità o micro ossigenazione. E’ un percorso delicato, che richiede anni di esperienza, adattabilità e buona volontà, nonché una buona flessibilità nella produzione che ogni anno regala vini diversi, le cui caratteristiche organolettiche non possono essere decise in anticipo. Non esiste ancora un disciplinare che regoli questo “naturismo enologico”, ma intanto possiamo dire che bere vini naturali migliora il mondo, soprattutto se pensiamo agli effetti per l’ambiente e la salute: bere sano e sostenibile (recuperando territori degradati) in un Paese che produce vino di qualità com’è l’Italia (un mercato di quasi 10 milioni di euro) è un traguardo da perseguire.

In Italia sono tre le associazioni di produttori che coltivano vigne e idee orientate al rispetto dei cicli della natura: Vini Veri, VinNatur e Renaissance des Appellations Italia, di cui si può trovare una breve descrizione qui. E se non esiste un regolamento europeo su questo tema, esiste intanto una carta d’intenti sottoscritta proprio da vignaioli italiani che segnala una crescita significativa in questo settore e un impegno sempre più marcato nella direzione di una produzione sostenibile. L’Italia guida, assieme alla Spagna, le classifiche nella produzione di vini bio - perché allora non sostenere, anche a livello legislativo, queste buone pratiche che ci caratterizzano e rendono i nostri prodotti apprezzati nel mondo?

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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