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Tefta, sapore d'accoglienza albanese

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Tefta Brace. Albanese. Ingegnere chimico. Analista presso una multinazionale è mediatrice culturale e pacifista. La prima volta arrivò in Italia come turista. Poi, nel ’92, il ricongiungimento con suo marito, un ingegnere greco del politecnico di Torino in Italia da prima della caduta del muro di Berlino (‘89).

Hanno due figli. Il giovane ha la passione dei genitori: ingegneria; mentre la giovine è esperta in “relazioni internazionali”. Laurea a Bologna, master ad Oslo e lavoro in Austria. 5 lingue.

Tefta abita due mondi. Coniuga indifferentemente il “noi” albanesi con il “noi” italiani. Prova nostalgia per entrambi i territori e mai avrebbe pensato un tempo di accumulare denaro per acquistare una casa in Italia. “Ma l’accoglienza albanese va assaporata”. È fatta di “pane, cuore e sale” ed è “impossibile sfiorare il proprio portafoglio se sei un’ospite”. Offrono loro.

L’ingegnere sembra aver meno rimpianto del “regime che obbligava gli studenti, due mesi all’anno, alla naja”. “Maschi e femmine. Come in Israele. Ci dovevamo preparare a difenderci dagli imperialisti. Siamo nati con la paura dello sbarco e la successiva invasione. Il primo mese lo passavamo in caserma e sapevamo tutto del kalashnikov, degli esplosivi. Sapevamo sparare. Il secondo mese lo passavamo in fabbrica. Una sorta d’introduzione coatta al lavoro che ritenevamo molto utile. Anzi. Una cosa che si potrebbe introdurre anche in Italia e che avvicinerebbe i giovani al mondo del lavoro anziché vederli bivaccare ai giardini“ Insomma, meglio la naja che la noia. Continua: “In Albania il ruolo della scuola è importantissimo e le famiglie facevano di tutto per entrare in un istituto piuttosto che in un altro. Questione di orgoglio”.

“Purtroppo ci concentravamo solo sullo studio dei paesi comunisti. Li sapevamo a memoria. Una sorta d’indottrinamento”. E l’Italia? “Era l’invasore e colonizzatore che ammazzò i nostri nonni. Ma pur nella tragedia era preferibile alla Germania che dopo il ’43 entrò in Albania in cerca per perseguitare gli italiani che, nonostante tutto, furono nascosti dagli stessi albanesi nelle loro case.” “Nel villaggio di mio suocero venne messo a ferro e fuoco dai nazisti in quanto si nascondevano tre italiani che non vennero mai traditi”.

Rimpianti? “Paradossalmente oggi è più difficile! Comunismo o no, un tempo i giovani si accontentavano mentre oggi nell’era di un altro totalitarismo, il consumismo vogliono tutto e più. La cosa è insostenibile.” “Quando vivevo a Tirana non c’era né droga e né prostituzione”. Si stava meglio? “No. Perché non c’era nemmeno la libertà di espressione”.

Cosa consiglia agli italiani? “Nulla. Un consiglio lo vorrei dare indifferentemente sia agli albanesi che agli italiani: studiate di più la storia altrui e date tempo alle persone, mettendovi alla pari”. Citando l’umiltà manzoniana : “N’aveva quanta ne bisognava per mettersi al di sotto di quella buona gente, ma non per istar loro in pari”. E per Tefta dolce è naufragar tra i suoi peti. Da Naim Frashëri che animò il rinascimento albanese all’esule in Italia Gezim Hajdari, ritenuto uno dei migliori poeti viventi.

Un auspicio. “L’Albania è parte della mappa ma non della Comunità europea. Avvertiamo una sorta di repulsione a riguardo”. “Non credo si possa parlare di razzismo in Italia ma di pregiudizio. Quando la gente ti conosce viene a cadere”. Una paura. “l’Adriatico. Ha inghiottito troppi conoscenti in cerca di un sogno. Mi rifiuto di attraversarlo in nave. Preferisco l’aereo”.

Fabio Pipinato

La collaborazione tra Unimondo ed Aesse continuerà anche per il 2010. Nel 2009 sono stati pubblicati i seguenti articoli:

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