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Sudan: polemiche sul tribunale per i crimini del Darfur

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Giovane soldato Sla - da Panos

Alla vigilia del voto del Consiglio di sicurezza dell'Onu sulla proposta della Francia di deferire alla Corte penale internazionale (Cpi) le persone accusate di "atti di genocidio" contro la popolazione civile in Darfur, il ministro degli Esteri sudanese ha ribadito oggi l'intento del governo di "fare tutto il possibile per fermare la risoluzione dell'Onu". "Non consegneremo mai un nostro connazionale, sia esso un fuorilegge, un ufficiale dell'esercito o un rappresentante del governo, per un processo al di fuori del Sudan" - ha detto il ministro.

Domani il Consiglio di Sicurezza dell'Onu dovrà infatti valutare le conclusioni presentate ai primi di febbraio nel dettagliato rapporto della Commissione d'inchiesta indipendente presieduta dall'italiano Antonio Cassese e decidere sulle due raccomandazioni avanzate dalla Commissione: incaricare la Corte penale internazionale (Cpi) di perseguire i presunti colpevoli e creare una commissione per il risarcimento delle vittime. Secondo la Commissione Onu, nel Darfur sono stati perpetrati "atti di genocidio", i cui responsabili sono individuati anche in alti funzionari governativi, ma il governo del Sudan "non ha perseguito una politica di genocidio nel Darfur".

Non è un segreto che Washington osteggi il conferimento di qualsiasi potere al Tribunale Internazionale per timore che propri connazionali siano giudicati da organismi esterni al sistema legale americano. Per questo motivo, il governo americano ha fatto pressioni per estendere l'autorità del tribunale di Arusha alla regione occidentale del Sudan. L'Unione europea - che non fa parte del Consiglio di Sicurezza - ha proposto invece attivare la Cpi. Una proposta meno costosa di quella americana e sostenuta da numerose Organizzazioni non governative internazionali.

Intanto nei giorni scorsi le autorità sudanesi hanno annunciato di aver arrestato quattordici persone, fra cui responsabili dell'esercito e delle forze di sicurezza, accusate di stupri e crimini di guerra nel Darfur. E ieri 164 le persone - compresi una quindicina di agenti delle forze di sicurezza - sono state rinviate a giudizio dalle autorità del Sudan per violazioni dei diritti umani compiute in Darfur, - riferisce l'agenzia Misna. Il governo intende perseguirle: "Tutte queste persone saranno processate" - ha spiegato Mohammed Abdul Rahee, il giudice che presiede un comitato voluto dalle autorità sudanesi dopo le accuse dell'Onu e delle comunità internazionale per incapacità di fermare le atrocità in Darfur.

Secondo stime dell'Onu, gli scontri e le violenze perpetrate soprattutto dai predoni arabi 'Janjaweed' hanno provocato finora oltre un milione e mezzo tra sfollati e rifugiati nel vicino Ciad e un numero elevatissimo quanto imprecisato di morti: fino a 180.000 secondo le Nazioni Unite, "poche" migliaia per le autorità di Khartoum. [GB]

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