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Sudafrica: finiti i Mondiali, si guarda alle Olimpiadi

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Nelson Mandela e Desmond Tutu

Le Olimpiadi del 2020. Finita la festa, e tirato un sospiro perché tutto è andato bene, il Paese che ha ospitato i Mondiali guarda avanti, e cerca di mettere a frutto le strutture e gli investimenti fatti. «Sin dall’inizio sapevamo che il Sudafrica avrebbe avuto la capacità di ospitare la World Cup» ha detto Jacques Rogge, presidente del Comitato internazionale olimpico durante la conferenza stampa di chiusura dei Mondiali. E ha quindi invitato il Paese arcobaleno a candidarsi per ospitare i Giochi del 2020. Il ministro dello sport del governo Zuma ha frenato, dichiarando che la decisione di mettersi in lizza per un altro grande evento non è ancora stata presa. Ma intanto è già emerso il nome della città: Durban, la più vasta del Sudafrica per numero di abitanti, una grande metropoli nera. Nel 2004 ci aveva provato la multietnica Cape Town a candidarsi per le Olimpiadi, ma era arrivata terza dopo Atene e Roma.

Il Sudafrica guarda al futuro. E intanto prova a calcolare l’eredità lasciata dai Mondiali. Dal punto di vista economico il presidente Jacob Zuma ha detto che i quasi 4 miliardi di euro spesi per ospitare la World Cup avranno «un buon ritorno in nuovi investimenti» e si è spinto avanti sino a prevedere un salto di quattro punti percentuali del Prodotto interno lordo. Alla fine della festa, il Paese che ha ospitato i Mondiali deve fare i conti con la realtà, con l’inno di Shakira che si affievolisce di giorno in giorno e le sfide sociali che lo incalzano. Essere il Paese che calamita le aspettative di un continente ha anche il rovescio della medaglia.

La notte stessa della finale dei Mondiali è scattato l’allarme xenofobia. Nei sobborghi più poveri di Cape Town si sono verificati episodi di violenza nei confronti degli immigrati, alcuni dei loro negozi sono stati saccheggiati e circa 120 persone hanno cercato rifugio negli uffici locali della polizia. In Sudafrica è piuttosto difficile ottenere statistiche certe sul numero di africani immigrati da altri Paesi del continente. Alla frontiera con lo Zimbabwe, nella provincia del Limpopo, Medici senza frontiere registra circa 300 nuovi ingressi al giorno. Le cifre che circolano sui media locali parlano di cinque milioni di immigrati, di cui più della metà provenienti dallo Zimbabwe al collasso politico ed economico. Ma secondo l’Undp, l’agenzia dell’Onu per lo sviluppo, sono cifre esagerate: nel 2007 gli immigrati erano un milione e 200mila. A confermarlo è uno studio recente condotto da Tara Polzer, esperta dell’università di Witwatersrand, secondo il quale il numero degli immigrati oscilla tra il milione e 600mila e i 2 milioni al massimo. Sotto i numeri gonfiati c’è un’ossessione che cresce, nel moderno Sudafrica: la paura dello straniero, non più il bianco colonialista ma il nero vicino di casa, il timore di dover spartire le risorse, di essere invasi dall’Africa che la Coppa del mondo ha voluto cancellare, quella più povera e disperata.

A Cape Town lo Scalabrini Center offre assistenza ai rifugiati. «Nel mese di maggio abbiamo effettuato un sondaggio tra gli immigrati che passano dal nostro centro e il 68% ha dichiarato di aver ricevuto minacce da sudafricani» afferma Lena Opfermann, referente della campagna anti-xenofobia lanciata insieme ad altre 40 ong locali. «Quasi tutti si sono sentiti dire che dopo la fine dei Mondiali sarebbero stati uccisi o ricacciati nei loro Paesi».

Gli attivisti per i diritti umani hanno messo in campo nuovi strumenti informatici per monitorare e denunciare gli attacchi xefonobi, sfruttando la piattaforma Ushahidi inventata da Ory Okollow in Kenya, che permette a chiunque di segnalare episodi che, una volta verificati, vengono inseriti in una mappa interattiva sul web.

Nella società civile sudafricana c’è chi parla dei Mondiali come di un’«occasione mancata». La pensa così Ingrid Srinath, direttrice di Civicus, World Alliance for citizen participation: «Cosa ha guadagnato il Sudafrica dai Mondiali? Non siamo stati inondati di fondi, di cui c’è urgente bisogno, per assicurare l’accesso alla sanità, all’educazione, all’energia elettrica nelle townships. Il mondo non ha visto come siamo bravi a mobilitarci per raggiungere questi obiettivi. Con una persona su sei ammalata di Aids e la metà della popolazione che vive in povertà, abbiamo perso un’occasione».

«Il Sud Africa deve sfruttare il momento, non c’è dubbio che ospiterà le Olimpiadi. Bisogna solo vedere quale città lo farà» è il commento di un imprenditore sudafricano sul sito “Afronline”, uno dei tanti apparsi in questi giorni sul mondo del web. Molti sono d’accordo su un punto: è una svolta di immagine l’eredità più duratura dei Mondiali di calcio in Africa. Perché mai come in questo caso c’è stato un “prima” e un “dopo”. Le preoccupazioni per la sicurezza, per attentati terroristici e per il corretto funzionamento della macchina organizzativa fanno parte del prima. Dopo è rimasto il sorriso di Mandela sul campo dell’ultima partita, con l’espressione di chi vuole cogliere il momento e imprimerlo dentro di sé. Ha vinto il Sudafrica o tutta l’Africa?

 

Emanuela Citterio (inviata di Unimondo in Sudafrica)

 

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