Sud Sudan: una grande speranza di pace

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Foto: ® Paolo Merlo

Yirol (Sud Sudan) - Dopo oltre tre anni di esperienze in altri Paesi, riesco finalmente a tornare in Sud Sudan. Non sono pazzo… forse soltanto innamorato di questa terra, che, con quelle del Burkina-Faso e di Djibouti, ma anche le altre, mi hanno convinto che si sta meglio in Africa, in quell’Africa veramente nera, dei villaggi, della polvere e delle strade rosse assai poco praticabili. Sono anche passati ormai quasi cinque anni dall’indipendenza del Sud Sudan e tre dall’inizio della guerra civile tra le varie etnie.

Nei messaggi di fine e inizio anno, Papa Francesco aveva nominato il Sud Sudan (dopo Siria e Libia) tra quelli che hanno maggior bisogno di attenzione e di pace, in cui la violenza ormai ha passato ogni limite, in cui i Paesi occidentali devono intervenire per sanare i danni fatti anche da loro con politiche economiche e sociali sbagliate.

In generale, la situazione sembra, almeno apparentemente, migliore di quella prospettata. Nelle ultime settimane i vari partiti di governo e di opposizione hanno trovato un accordo per formare un “governo di unità nazionale” che durerà trenta mesi, quando ci saranno le prime elezioni democratiche.

Questo è uno dei punti chiave della vicenda: dall’indipendenza ad oggi non ci sono ancora state elezioni. Il governo provvisorio, quando avrebbe dovuto far svolgere le elezioni, si è spaccato nelle sue due anime (quelle delle etnie “dinka” e “nuer”) ed è iniziata la nuova lunga guerra civile. In questi circa tre anni si sono fatti mille accordi, tutti disattesi dopo poche ore, seguiti da carneficine incredibili, rinnovate promesse di tregua e così via.

Nell’ultimo periodo, dopo vari tentativi, anche internazionali, di riappacificare le parti, si era avuta una ulteriore “escalation” della guerra, dovuta alla frantumazione delle parti contendenti, con cambiamento di fronte di gruppi etnici diversi e la scesa in campo di quasi tutte le componenti etniche e politiche sud-sudanesi. Di qui la necessità di far formare un governo a cui tutte le parti contribuiscano fattivamente per una pace duratura.

Qualche nuvola all’orizzonte permane sempre: il governo attuale, proprio nel momento in cui avrebbe dovuto lasciare il passo a quello di “salute pubblica”, ha suddiviso il Paese per decreto, con il placet del Parlamento, in 28 Stati, contro i dieci precedenti.

In questi 28 Stati (o regioni) sono stati nominati, direttamente dal governo (che è sempre parte in causa nella pacificazione) i “governatori”, ovviamente di fiducia del governo stesso.

Si può bene immaginare in queste ore cosa scrivano i due o tre giornali (tutti filogovernativi) per spiegare le quanto meno improbabili ragioni del Governo agli oppositori inferociti…

Si spera sempre e comunque. I dialoghi continuano, i nomi dei nuovi ministri pare siano ormai pronti per la nomina e l’entrata in carica, la gente non vede l’ora di ricominciare daccapo la sua storia di indipendenza e sviluppo pacifico, stroncati sul nascere dai piccoli “signori della guerra”, riforniti continuamente di armi e soldi dai grandi “signori delle armi” (occidentali) attraverso traffici illeciti e peggio che illeciti.

Intanto il popolo, povero e in grande scarsità di cibo a causa della lunga e rovente stagione “asciutta”, aspetta…

Paolo Merlo

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