“Sperduti” e “invisibili”: l’odissea dei minori migranti non accompagnati

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Foto: Unicef.it

Il nostro occhio il più delle volte non li registra. Eppure ci sono: bambini soli che vivono per strada, costretti a dormire in tuguri sporchi e maleodoranti, tra i topi e i sacchetti della spazzatura, spesso vittime di sfruttamento e abusi. Nel centro di Roma, alla stazione Termini dove “ogni giorno passano 500 mila persone”, un importante documentario intitolato “Invisibili” e un’inchiesta pubblicata sull’Espresso delle stesse autrici avevano di recente raccolto le loro storie e immagini, insieme a quelle di tanti altri minori migranti arrivati in Italia da soli. Perché i rischi che corrono molti di loro, in particolare coloro di cui poi si perdono le tracce, sono proprio questi: tratta, abuso, criminalità, violenza, caporalato colpiscono questi “vulnerabili tra i vulnerabili”, partiti dal loro paese in cerca di un futuro migliore e costretti, anche una volta giunti in Italia, a vivere esperienze che nessun bambino dovrebbe mai sperimentare. Secondo il nuovo report redatto dall’Unicef e da Cnr-Irpps, intitolato “Sperduti”, sono infatti 6.561 i minori che oggi risultano irreperibili dopo essere stati accolti nei centri una volta sbarcati in Italia. “Un dato che negli ultimi quattro anni ha subito un’evidente crescita – ha commentato il direttore generale di Unicef Italia, Paolo Rozera, durante la presentazione del rapporto a Roma –. Se nel 2012 i minori scomparsi dai centri erano 1.754, a fine novembre 2016 erano 6.508”.

Secondo il report, nel 2015 sono stati identificati in tutto 12.360 minorenni non accompagnati, il 75% di tutti i minorenni sbarcati, mentre nel 2016 si sono avute 25.846 identificazioni, pari al 92%. Provengono soprattutto da Egitto (il 79%), Eritrea, Somalia, Afghanistan, Nigeria e Gambia e la loro meta finale spesso non è l’Italia ma i paesi del Nord Europa, dove hanno dei parenti o amici a cui vorrebbero ricongiungersi il prima possibile. Confusi, spaventati, molti decidono così di scappare dalle strutture di accoglienza in cui vengono ospitati, fino a far perdere le proprie tracce. Età 16-17 anni, i ragazzi ospitati sono in prevalenza maschi (93%), anche se le femmine sono in aumento: dal 5-6 per cento degli anni passati ora si raggiunge il 6,9 per cento. Ragazzine attirate dalla falsa promessa di un lavoro e che invece spesso finiscono nelle maglie della tratta e della prostituzione. Come Joy, intervistata nel documentario “Invisibili”, che dopo aver affrontato “il viaggio” ed essere scappata dalle mani della sua sfruttatrice oggi afferma: “Non consiglierei a nessuno di venire in Europa. Neanche in aereo”.

Testimonianze dure, che si aggiungono a quelle raccolte nel report “Sperduti”, redatte con lo scopo di “restituire volti e storie ai minorenni coinvolti nelle migrazioni”. Conosciamo così la storia di A., afghano di 17 anni, che dopo aver subito minacce nel suo paese ha affrontato la lunga odissea dall’Afghanistan all’Iran, poi in Turchia, fino alla Grecia e infine all’Italia, alla disperata ricerca del fratello di cui aveva perso le tracce durante le prime tappe del viaggio (solo alla fine scoprirà che si trova in Germania). C’è R., 16 anni, che nelle sue tappe in Libia ed Egitto ha subito percosse e torture, per poi affrontare il viaggio in mare fino alla Sicilia e finire a dormire alla stazione centrale di Milano. Qui verrà identificato, inserito in una comunità di seconda accoglienza e infine accompagnato in ospedale per ricevere tutte le cure necessarie. C’è Q., 15 anni, arrivato in Italia dal Gambia e ospitato in un centro di accoglienza. Vorrebbe giocare a calcio in un’associazione sportiva ma gli mancano i documenti per iscriversi. “Q. è ancora molto abbattuto, parla lentamente, sempre con la testa bassa, triste”.

Aspirazioni e delusioni di minori che si mettono in viaggio per sfuggir alla povertà, o all’oppressione, sopportando privazioni e violenze, ignorati, invisibili, o in balia di una burocrazia spesso incomprensibile. Eppure, nonostante i traumi, difficilmente abbandonano la speranza. “Un bambino è sempre un bambino. Anche se ha attraversato sei paesi, se è stato violentato, abusato, e ha rischiato la vita in mare, nulla lo fa smettere di sognare” ha commentato Paolo Rozera di fronte ai ragazzi di un liceo romano venuti ad assistere alla presentazione del report, a cui ha ricordato l’importanza di una corretta informazione, supportata dai dati, sul tema dell’immigrazione per poter andare oltre gli stereotipi e le isterie populiste. “Si tratta di un tema globale, che ci comprende tutti – ha detto – basti pensare che nel 2050 la Nigeria supererà gli Usa e diventerà il terzo paese per popolazione al mondo e il primo per presenza di minori. Per quanto riguarda l’Italia, inoltre, nel 2050 solo il 60% sarà figlio di genitori italiani”.

E proprio il nostro paese si è recentemente dotato di una legge all’avanguardia per la tutela di questi bambini che, spesso dopo aver attraversato l’inferno, arrivano da soli nel nostro paese. “Sono ragazzi che arrivano già segnati, ognuno con una storia diversa, e hanno il diritto di essere protetti, come sancito anche dalla Convenzione Onu sui diritti dell'infanzia, che risulta la più sottoscritta tra le convenzioni” ha commentato anche Sandra Zampa, vicepresidente della Commissione Bicamerale Infanzia e prima firmataria della legge. “La nostra nuova legge, frutto di un grande lavoro della politica in un dialogo continuo con associazioni e operatori, sta facendo scuola in Europa – continua – Ora la vera battaglia ora sarà farla funzionare, con un obiettivo: la costruzione di un sistema di accoglienza europeo che offra reale tutela a questi minori, bambini sperduti che tocca a noi ritrovare e riportare a casa”.

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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