Spagna, Podemos o non podemos?

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Felipe VI e Pablo Iglesias - Foto: Sinistralavoro.it

E’ passato un mese dalle elezioni politiche e la Spagna è ancora senza un governo. Non era mai successo da quando il Paese era tornado alla democrazia nel 1978: le precedenti undici tornate elettorali avevano sempre prodotto un chiaro vincitore tra il Partito Popolare (PP) e il Partido Socialista Obrero Español (PSOE). Non è stato così questa volta, per le ragioni anticipate in dicembre: due nuovi partiti che non avevano mai preso parte alle elezioni politiche nazionali prima di allora, Podemos e Ciudadanos, hanno  sconquassato il sistema bi-partitico raccogliendo oltre un terzo del totale dei voti, rispettivamente il 20 e il 14 per cento. Nel Parlamento che è uscito dal voto di dicembre, dunque, manca un vincitore netto, nonostante siano i Conservatori del Partito Popolare ad avere la maggioranza relativa dei seggi (123 su 350) davanti al Partito Socialista (90), Podemos (69), Ciudadanos (40) e altri (28). La frammentazione dei seggi ha aperto uno scenario molto incerto in cui i veti incrociati rendono difficile immaginare delle soluzioni che non prevedano l’immediato ritorno alle urne. Per la prima volta è toccato al re Felipe VI decidere come procedere: se convocare elezioni anticipate o affidare un incarico esplorativo a qualcuno dei leader. Non accadeva dal 1977.

In gennaio il re ha avviato le consultazioni per provare a trovare una maggioranza parlamentare. Si sono così aperte le trattive per formare un governo passando attraverso l’aritmetica dei seggi e delle alleanze; un po’ come succede spesso in Italia, o come accadde nel 2010 nel Regno Unito. Pedro Sanchez, il leader del PS, ha scelto di lasciare la palla al PP: "La democrazia ha i suoi procedimenti e i suoi tempi: prima è il turno di Rajoy, se dovesse fallire allora parleremo di un governo di alternativa". La settimana scorsa il re ha effettivamente conferito un mandato esplorativo a Mariano Rajoy; il quale, tuttavia, ha dovuto rinunciare per mancanza di voti. La decisione di Rajoy, che aveva tentato la strada della grande coalizione alla tedesca con il Partito Socialista, ha sorpreso tutti coloro che prevedevano un primo tentativo del premier uscente.

La Costituzione spagnola non stabilisce un tempo massimo per cercare di formare un governo. Dopo un primo voto di fiducia in parlamento però la legge stabilisce che entro due mesi debba essersi formato un nuovo governo. Se non ci si riesce, il parlamento viene sciolto e si torna ad elezioni: un po’ come è successo recentemente in Grecia.

Nell’ombra qualcuno dice che si potrebbe trovare una soluzione all’italiana: dallo stallo uscirà con una figura istituzionale che prometta una riforma della costituzione e la soluzione del problema catalano. Un Mario Monti spagnolo, stimato all’estero e autorevole in patria. I nomi che circolano sono quelli del socialista Javier Solana, già Alto rappresentante della politica estera dell’Ue ed ex segretario generale della Nato, e quello di José Manuel García Margallo, ministro degli esteri nel governo popolare, che gode di consensi bipartisan. 

Nel frattempo, però, il leader del terzo partito, Podemos, ha dichiarato di essere pronto a impegnarsi in una coalizione con i socialisti. Nel corso del suo colloquio con Felipe VI, Pablo Iglesias ha offerto ai socialisti un accordo per la formazione di un “governo del cambiamento”, aperto anche alla sinistra di Izquierda unida. La scelta di Podemos è stata vista come un atto di responsabilità politica. Come aveva già fatto assumendosi il compito di guidare le amministrazioni comunali di Madrid e Barcellona, il partito di Iglesias ha dimostrato di essere diverso da altri partiti anti-establishment ed essere disponibile a confrontarsi con il compito di guidare il paese, al costo di sacrificare il fascino radicale e antisistema. L'eventuale coalizione fra PSOE, Podemos e Izquierda Unida avrebbe comunque due grossi problemi. Il primo, l’accordo sul diritto di decidere, o la possibilità di indire referendum sull’indipendenza promesso da Podemos: uno scenario al quale il PSOE ha storicamente opposto resistenza. Il secondo, l’effettiva forza politica di questa coalizione delle sinistre che, nel migliore dei casi, raggiungerebbe 161 deputati: quindici in meno dei 176 necessari per avere la maggioranza assoluta. Questa quota andrebbe cercata con il sostegno dei nazionalisti baschi e catalani o l'astensione di Ciudadanos.

Commentando questa prospettiva, Andrea Pipino scrive che “il dilemma “italiano della politica spagnola potrebbe concludersi con una soluzione portoghese”, in riferimento al metodo usato dai socialisti di Lisbona per uscire da un’analoga empasse. Ma questa lettura non è del tutto corretta: in Portogallo il governo guidato dal Partito Socialista ha un appoggio parlamentare esterno da parte delle altre due formazioni di sinistra, il Bloco de esquerda e il Partito comunista portoghese (Pcp), quindi è un governo di minoranza. In Spagna, invece Podemos entrerebbe a fare parte di un governo delle sinistre con i socialisti come partner di minoranza. Vi è, tuttavia, una notevole somiglianza tra lo scenario portoghese e quello spagnolo: chiunque otterrà il potere dovrà esercitarlo in un contesto pericoloso. Le banche spagnole restano dipendenti dal sostegno della Banca centrale europea e la Commissione Europea ha reso noto che il prossimo governo dovrà implementare una serie di severe misure anti-austerity.

Insomma: tra scenari italiani (tecnico super-partes), tedeschi (grande coalizione popolari-socialisti), portoghesi (governo di minoranza delle sinistre) e greci (ritorno alle urne) a incombere è soprattutto la spada di Damocle belga: comunque vada a finire, chi governerà la Spagna dovrà presto fare i conti con Bruxelles. 

Lorenzo Piccoli

Sono Lorenzo e scrivo per il portale Unimondo.org dal 2012, più o meno da quando mi sono trasferito a Firenze per iniziare un dottorato di ricerca pagato dal Ministero degli Esteri Italiano presso l'Istituto Universitario Europeo. Sono approdato in Toscana dopo esser cresciuto tra Trento e altre città molto pittoresche: studiando ho trascorso un semestre al Trinity College di Dublino in Irlanda, un altro semestre alla University di Victoria in Canada, e poi lavorando ho vissuto per un anno a Bruxelles in Belgio e per qualche mese a Edimburgo in Scozia. Per il mio dottorato mi occupo di cittadinanza e nazionalismo. Provo a trattare gli stessi temi quando scrivo per Unimondo.  

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