Società multiculturale? La scuola italiana il primo “laboratorio”

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Foto:  Wikipedia.org

Capita che arrivi quando la scuola è già iniziata da giorni. Si guarda intorno con gli occhi sgranati, leggermente intimidito dal silenzio meravigliato dei suoi nuovi compagni. Non conosce l’italiano quasi per niente, tutto è nuovo per lui. Si sentirà solo? Riuscirà a far amicizia? Sarà in grado di imparare insieme agli altri? Più il bambino è piccolo, più queste domande rimarranno inconsce e inespresse. Spetta all’insegnante – che a questi interrogativi se ne pone moltissimi altri sul proprio ruolo, mezzi e capacità – creare il giusto clima di accoglienza e serenità in classe. Compito tutt’altro che semplice, specie per la varietà di storie personali, anche dolorose, che questi bambini e ragazzi portano con sé. Eppure proprio la scuola, che accoglie – o dovrebbe accogliere – tutti i minori che arrivano in Italia o i figli di stranieri a prescindere dal loro status di cittadinanza, è la vera palestra della futura società che si sta venendo a creare, laboratorio concreto di conoscenza e integrazione reciproca. La ricerca ISTAT sull’integrazione scolastica e sociale delle seconde generazioni in Italia, presentata a Roma il 21 marzo e dedicata stavolta agli studenti delle scuole medie e superiori, offre uno spaccato di questo mondo in continua evoluzione: quanti sono? Quanti nati in Italia? Come vanno a scuola e quali amici frequentano i figli della migrazione che vivono oggi nel Paese? Scopriamo così che la nostra scuola non sta messa così male come generalmente si pensa, anche se la strada pienamente virtuosa è ancora lunga.

A livello di percezione, lo dimostra l’opinione di docenti e dirigenti, interessatati anch’essi dai questionari Istat. Tra gli insegnanti, infatti, il 20,6% ritiene che il livello di integrazione sia ottimo e il 70,7% che sia buono, mentre l’aumento della presenza di alunni stranieri nella scuola è visto positivamente dal 74,4% degli insegnanti. Inoltre, sia i docenti sia i dirigenti scolastici hanno dichiarato una maggiore consapevolezza rispetto al passato della necessità di programmare adeguate strategie per un inserimento positivo dei ragazzi stranieri (lo ha dichiarato il 73,1% dei dirigenti). Ma veniamo agli alunni, vero cuore della ricerca: prendendo come campione 1.427 scuole secondarie (di primo e secondo grado) statali su tutto il territorio nazionale con almeno 5 alunni stranieri, l’Istat ci fa dice che gli iscritti alle scuole secondarie sono in Italia 148mila (primo grado) e 157mila (secondo grado). Sul complessivo della popolazione scolastica si parla di un’incidenza del 9,2 per cento. Nonostante sia fortemente raccomandato, solo il 49% degli alunni stranieri nati all’estero viene inserito a scuola nella classe corrispondente alla propria età, e il 27,3% dichiara di aver dovuto ripetere uno o più anni scolastici. Le difficoltà nascono soprattutto sull’apprendimento di una nuova lingua: se per comunicare e interagire i tempi sono relativamente brevi, la lingua in funzione dello studio è un altro bel paio di maniche e gli addetti ai lavori e gli insegnanti devono tener conto di questi tempi diversi (oltre che cercare, quanto possibile, di tener fede al programma).

Come si sentono questi bambini e ragazzi nelle nostre scuole? Il 38% afferma di sentirsi italiano, mentre il 33% afferma di sentirsi straniero e poco più del 29% preferisce non rispondere. Del secondo gruppo, il 53% fa parte di coloro che sono arrivati in Italia dopo i 10 anni di età, e sono soprattutto ragazzi provenienti da Asia e America Latina. La situazione si capovolge tra gli studenti stranieri nati in Italia: si considera straniero solo il 23,7% degli intervistati mentre il 47,5% si sente italiano. La stragrande maggioranza di loro, tuttavia, ha fatto amicizia con i coetanei che ha conosciuto, tanto che l’87,5% frequenta compagni italiani al di fuori della scuola. Per molti, dunque, l’unica differenza con i bambini italiani è il possesso della cittadinanza, tutto questo mentre la nuova legge si arena nelle aule del Senato, con uno ius soli di tipo temperato che ha deluso molti, tra cui le associazioni promotrici della campagna L’Italia sono anch’io (a partire dalla controversa carta di soggiorno chiesta al genitore perché il figlio nato in Italia sia subito italiano).

Sempre secondo l’Istat, sono proprio i giovani con cittadinanza straniera a dimostrare maggior interesse verso la scuola (5,8 punti contro i 5 degli italiani) e a fidarsi di più dei professori (6,6 punti rispetto a 6,3), mentre le loro famiglie, al contrario, sarebbero meno attente alle vicende scolastiche dei figli e meno assidue nell’aiutarli (7,9 rispetto agli 8,3 punti dei papà e mamme italiani). Anche per questo gli alunni stranieri passano più tempo a scuola oltre l’orario di lezione, spesso impegnati in attività di alfabetizzazione o di recupero organizzate dagli istituti. Sognano un futuro in Italia? In realtà quasi la metà tanto degli stranieri che degli italiani vede il proprio futuro in uno stato estero, Stati Uniti, Regno Unito e Germania in primis.

La palla passa quindi alla scuola, alla sua capacità di interpretare e recepire questi dati in funzione di un’accoglienza sempre più integrata, armoniosa ed efficiente. Perché i progetti locali, numerosi e spesso molto validi, insieme alla buona volontà dei singoli insegnanti e dirigenti, non possono bastare. Al recente convegno "A scuola nessuno è straniero" che si è svolto a Padova il 18 marzo, l’esperta Graziella Favaro ha parlato delle cinque "pietre" della scuola multiculturale, ovvero le attenzioni da tenere in primo piano per continuare sulla strada dell'inclusione virtuosa. “Vi è innanzi tutto la pietra dell’accoglienza, che non significa solo il sorriso di benvenuto, ma che prende la forma e il senso dell’attenzione alla storia di ciascun bambino e ragazzo, alle vicissitudini e alle emozioni che li hanno portati qui, al clima dell’incontro, attento sia a chi è accolto che a chi accoglie” scrive Favaro nell’interessante web book fruibile gratuitamente sulla rivista online Sesamo, pieno di riflessioni e testimonianze dirette da parte di insegnanti ed educatori. Favaro ci parla poi della pietra del tempo (in cui “non avere fretta” dovrebbe essere uno degli imperativi), quella della lingua /delle lingue, la pietra del riconoscimento reciproco e dell’approccio interculturale (“chi arriva da lontano può essere impaurito, disorientato, talvolta povero, ma non è ‘poverino’, un vaso da riempire senza avere nulla da scambiare), e infine la pietra delle relazioni.

“La scuola multiculturale che si pensa ancora emergenziale rischia di essere un passo indietro rispetto alle trasformazioni e ai processi di cambiamento sociale che corrono davvero veloci e che sono già tutti qui e ora – scrive ancora – Educare con lungimiranza richiede una sguardo pedagogico largo in grado di distinguere le pietre dalla ghiaia, le scelte importanti dalle incombenze necessarie ma non sempre cruciali”. Al convegno padovano era presente anche la ricercatrice Istat Cinzia Conti, che ha illustrato i dettagli della ricerca sopra citata. “Le seconde generazioni – ha concluso Conti – chiedono a tutti di ripensare concretamente alla definizione di due parole che stanno mutando: cittadinanza e appartenenza”.

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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