Siria: rifornita di sistemi militari dall’Italia che oggi invia armi leggere ai confini

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Carri armati siriani a Idlib nel febbraio 2012 - Foto: ©AP-NBCnews

E’ stata la maggior commessa italiana di sistemi militari di tutti gli anni ’90. Ed è proseguita fino al 2009: destinazione Damasco, Siria. Valore oltre 400 miliardi di lire (229 milioni di dollari). E’ la fornitura di 500 sistemi di puntamento Turms (documento che Finmeccanica ha fatto sparire a seguito di questo articolo: vedasi l'originale in .pdf (780 kb), qui la copia cache e in precedenza qui e anche qui) prodotti dalle Officine Galileo (divenute poi Galileo Avionica, Selex Galileo e oggi Selex ES sempre del gruppo Finmeccanica) per ammodernare i carri armati T72 di fabbricazione sovietica: quelli che i militari fedeli a Bashar al-Assad hanno usato per sparare sulla popolazione. L’abbiamo ripetutamente documentata su Unimondo – allegando i documenti ufficiali tratti dalle Relazioni annuali del governo italiano: l’ultima volta nell’agosto di due anni fa quando i carri armati siriani cominciavano a bombardare la popolazione in rivolta.

Da allora ci sono stati – secondo le cifre ufficiali dell’Alto Commissario dell’Onu (qui in .pdf) – 93mila morti e due milioni di rifugiati nei paesi limitrofi e la guerra civile si è incancrenita. Oggi le potenze occidentali annunciano un intervento militare in Siria perché l’impiego – tuttora da accertare – di armi chimiche da parte delle forze armate del regime siriano avrebbe “sconvolto la coscienza del mondo”. Nel frattempo quei carri armati hanno continuato sparare grazie anche ai sistemi di puntamento italiani mentre per oltre due anni la comunità internazionale non è stata in grado di imporre un embargo sulle forniture di armi verso la Siria. L’Unione Europea, che dopo le prime repressioni violente nel maggio 2011 aveva implementato un embargo di armi, dallo scorso maggio ha addirittura deciso di allentare le misure restrittive verso la Siria lasciando cosi ad ogni paese membro di “decidere autonomamente”.

 

L’Italia primo fornitore europeo di armi alla Siria

Certo, le forniture militari italiane alla Siria di Bashar al-Assad sembrano poca cosa se confrontate con quelle della Russia, ma anche di Iran, Bielorussia e Corea del Nord. Lo certificano i dati del SIPRI, l’autorevole istituto di ricerca di Stoccolma: nell’ultimo decennio la Russia ha esportato al regime siriano di Assad un ampio arsenale che va dai missili portatili alle bombe teleguidate fino, probabilmente ai caccia MiG-29SMT per un valore complessivi di oltre un miliardo di dollari.

Ma le forniture militari italiane al regime siriano sono state di gran lunga superiori a tutte quelle degli altri paesi europei: si tratta, nell’ultimo decennio, di oltre 131 milioni di euro di materiali militari effettivamente consegnati. In gran parte sono proprio quei 500 sistemi di puntamento per carri armati sovietici di cui si è detto all’inizio. Una fornitura che non è passata inosservata agli attenti osservatori del SIPRI di Stoccolma che, grazie alla documentazione fornita da Unimondo, l’ha riportata nel suo SIPRI Yearbook 2013 in un capitolo specifico dedicato alle forniture di armi alla Siria sia al regime di Assad sia alle forze di opposizione (si veda: “Arms transfers to Syria”: qui in .pdf).

Come nel caso della Libia di cui l’Italia è stata il primo fornitore europeo di sistemi militari, e nonostante una normativa restrittiva come la legge 185 del 1990 vieterebbe di esportare armi a Paesi “i cui governi sono responsabili di accertate violazioni dei diritti umani”, i governi che si sono susseguiti in questi anni nel nostro paese non hanno mancato di rifornire di armi dittatori e regimi autoritari: dalle armi esportate dai governi Berlusconi a quelle autorizzate dal governo Monti, dalle armi spedite a Gheddafi a quelle successivamente inviate agli insorti libici, dalle forniture di armi al governo turco a quelle per l’esercito kazako fino a quelle spedite di recente alle forze armate egiziane, gli affari non sono mancati né per le industrie militari a controllo statale come Finmeccanica, né per le aziende di “armi leggere” come la ditta Beretta. Lo abbiamo puntualmente documentato su questo sito nel corso degli anni.

 

Armi leggere italiane spedite ai paesi confinanti con la Siria

Stando ai dati governativi, le esportazioni di sistemi militari italiani verso la Siria si sono interrotte nel 2011 con l’inizio delle sollevazioni popolari. Ma gli attenti ricercatori dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere (OPAL) di Brescia hanno notato una singolare coincidenza: proprio a partire dal 2011 sono fortemente aumentate le spedizioni di armi dal distretto armiero bresciano verso tutti i paesi confinanti con la Siria. Il comunicato emesso dall’Osservatorio OPAL riporta una serie di minuziose tabelle elaborate sulla base dei dati dei rapporti ufficiali dell’Unione Europea e dalle cifre fornite dall’ISTAT sulle esportazioni di armi dalla provincia di Brescia. Se, stando ai rapporti europei, l’Italia non avrebbe esportato negli ultimi due anni alcuna arma nemmeno ai paesi confinanti con la Siria, le cifre fornite dall’ISTAT riportano invece ingenti esportazioni verso vari paesi confinanti tra cui soprattutto la Turchia.

“Si passa da meno di 1,7 milioni di euro di armi esportate da Brescia verso la Turchia nel 2009 ad oltre 36,5 miliardi di euro nel 2012” - afferma Carlo Tombola, coordinatore scientifico di OPAL. Sommate a quelle dei due anni precedenti fanno quasi 80 milioni di euro. Facendo due conti si tratta di almeno 100-150mila armi: ce né per rifornire più di un esercito. Un incremento di esportazioni di tale portata non si spiega certo solo sulla base della domanda di mercato o per un improvviso interesse da parte della popolazione turca nelle armi da caccia o per il collezionismo. “Ed è difficile credere che si tratti solo armi per il tiro al piattello” – aggiunge Tombola. Una sola ditta in Italia è in grado di produrre tante armi in un solo anno: la Fabbrica d'Armi Pietro Beretta di Gardone Valtrompia in provincia di Brescia. Che sbandiera ai quattro venti gli affari per le forniture per l'esercito degli Stati Uniti, ma mantiene un assoluto riserbo sulle sue esportazioni di "armi comuni" verso paesi a rischio o in zone di conflitto.

 

Esportazioni che passano indisturbate

Tra le tipologie di armi riportate dell’ISTAT figurano non solo le cosiddette “armi sportive” o “per la difesa personale” ma anche tutta un’ampia gamma di pistole semiautomatiche, fucili e carabine per le forze di polizia, fucili a pompa per corpi speciali, contractors e forze di sicurezza: tutto quanto cioè – come recita la legge 110 del 1975 che ne regolamenta l’esportazione – non è destinato “al moderno armamento delle truppe nazionali o estere per l'impiego bellico”. E qui sta il punto che OPAL ha già rilevato in diversi casi: basta che le armi non siano destinate alle Forze armate estere (per le quali è richiesta l’autorizzazione del Ministero degli Esteri) e non abbiano le caratteristiche “per l’impiego bellico” ed è fatta. Si possono esportare con una semplice autorizzazione rilasciata dal Questore. “Abbiamo ripetutamente inviato al Questore di Brescia una dettagliata documentazione chiedendogli di chiarire i destinatari effettivi e le specifiche tipologie delle armi esportate dalla provincia di Brescia verso numerosi paesi a rischio, ma finora non abbiamo ottenuto risposta”, ci dice Piergiulio Biatta, presidente di OPAL.

E così queste esportazioni di armi passano indisturbate anche perché – trattandosi di "armi comuni" – non sono riportate né nella Relazione al parlamento italiano né in quella all’Unione europea. Di fatto dovrebbero in qualche modo figurare nelle relazioni europea. La normativa comunitaria, infatti, richiede che tutte le esportazioni di armi automatiche e semiautomatiche e relative munizioni destinate non solo ai militari ma anche a corpi di polizia e alle forze di sicurezza vengano puntualmente comunicate dagli stati membri. “È quanto mai grave che l’Italia – che è uno dei maggiori produttori mondiali di queste armi – continui a comunicare all’Unione europea cifre che non trovano riscontro né nelle relazioni governative inviate al parlamento né nei dati sulle esportazioni di armi forniti dall’ISTAT” – aggiunge Tombola. E come Unimondo ha documentato le cifre fornite dall’Italia all’Unione europea sulle esportazioni di armi nell'ultimo biennio sono sempre al ribasso. Funzionari confusi o complice omertà?

Giorgio Beretta
giorgio.beretta@unimondo.org

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