Scuola e storia contemporanea

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Per la storia contemporanea, qualche anno fa, era sortito un immane lavoro del Ministero della Pubblica Istruzione dedito all’aggiornamento degli insegnanti a cui l’Istituto Nazionale della Resistenza ed i distretti decentrati su tutto il territorio italiano hanno collaborato a livello centrale e locale, con grandi esperienze, dove si è messo a punto, anche grazie a ispettrici preposte, un modello di corso di aggiornamento che è poi stato utilizzato in altre circostanze, partendo dal presupposto che non è sufficiente l’aggiornamento relativo ai contenuti, appunto di tipo passivo e parziale, ma è risultato necessario facilitare l’intervento di altri elementi nella conoscenza storica: sicuramente la metodologia storica e la didattica della storia, ma, per esempio, anche oltre la storiografia, l’inserimento del tema delle testimonianze e delle memorie di vita. Alcuni corsi erano giocati appunto non sulla tematica della memoria condivisa, ma sull’argomento relativo alla pluralità delle memorie, sia per quanto riguarda e concerne la seconda guerra mondiale, la Resistenza, i movimenti del ’68, ma per esempio, anche la tragica diatriba tra palestinesi ed israeliani, argomento, oggi, di una sconvolgente e drammatica attualità.

Quindi pluralità di memorie, ma anche di interpretazioni storiche a confronto. Sulla base di queste esperienze di iniziative ed attività educative concretizzatesi in corsi di didattica e divulgazione in tutta Italia a livello regionale per l’aggiornamento del corpo insegnanti e di laboratori con giovani studenti di discussioni relative alle condizioni di vita, focalizzate, al centro di situazioni esperienziali in rapporto al loro tempo, sortiva il concetto di deprivazione di memoria nei giovani, deprivati, appunto di storia, depauperati di volontà di memoria e conseguentemente di motivazione ai perché, agli eventi, alle vicende storiche. La responsabilità non è certamente da attribuire ai ragazzi che non ricordano, perché essenzialmente non hanno vissuto gli eventi, “non c’erano”… Il problema sostanzialmente consiste nell’assenza di memoria, di consapevolezza del proprio vissuto che evita, impedisce a ciascun soggetto di recuperare il senso dell’esistere e di esserci nella storia, l’esercizio passivo o attivo del vivere nella storia come primari, principali fattori causanti, attori nel palcoscenico del divenire, nel teatro dell’avvicendarsi inesorabile degli eventi, del susseguirsi incessante degli avvenimenti.

Certamente alcuni periodi storici favoriscono la solitudine, l’individualismo, il disimpegno politico, la non partecipazione, l’astensione, nella “solitudine della società globalizzata”, a cui susseguono altri momenti, periodi più alti, elevati di impegno politico, collettivo che favoriscono, aiutano la trasmissione della memoria storica.

Era accaduto un dato su cui ci si è molto soffermati nella ricerca da parte del Ministero della Pubblica Istruzione “Memoria ed insegnamento della storia”: proprio la generazione che ha vissuto gli anni ’70 di maggior conflitto ideologico non ha passato, trasmesso, tramandato memoria, non avendo metabolizzato e rivissuto criticamente anche il sentimento, il senso diffuso di un fallimento che alcuni dei partecipanti alle lotte politiche di quel tempo hanno sperimentato e reso proprio, personale, a livello di bagaglio culturale. I corsi ministeriali hanno centrato storicamente questo tema della memoria nei confronti degli insegnanti, attraverso gli anni della formazione individuale e professionale e culturale nel periodo prossimo al dopoguerra (anni 50 e 60) che coincide con la grande trasformazione economica, culturale e sociale del nostro Paese. Sussiste una difficoltà dell’educazione alla memoria per cercare gli strumenti finalizzati alla ricostruzione di memoria a scuola e sul metodo didattico da impiegare, non solo per l’utilizzo (il far tesoro) del testimone durante la spiegazione storica in determinati contesti, ma anche per usare criticamente la propria, personale memoria percettiva in modo che lo studente costruisca, in rapporto reciproco, relazioni interpersonali e possa sperimentare sulla propria persona la situazione che lo psicologo Giuseppe Mantovani sostiene in una conversazione in atto :”i giovani entrano in un flusso e processo di tipo storico e gli adulti devono loro spiegare a che punto si trova la conversazione, attribuendo loro gli strumenti perché intervengano nel processo di trasmissione di memoria”.

Nella società precapitalistica tradizionale i cui momenti apicali erano scanditi da feste popolari in comunità, saghe narrate e cantate, rituali stagionali reiterati, ciclici in rapporto al divenire della natura circostante, di memorie povere o grandiose tramandate di padre in figlio, condizioni non più esistenti né in territori di campagna né di città, nell’ambito del nostro Paese d’appartenenza, gli anziani in questo tempo mitico, in illo tempore, svolgevano e praticavano l’importante e vitale funzione di spiegare ai giovani come si viveva, cosa era la vita nel presente, nella quotidianità. La situazione patriarcale chiusa, anche autoritaria, evidentemente, permetteva che sussistesse una rituale trasmissione di memoria anche a livello di quotidiano di piccole esperienze, di personali vissuti. Nella società contemporanea ancora una volta la scuola deve assumersi un compito che forse non le è proprio, appunto, la funzione basilare e relazionale tra generazioni di trasmissione della memoria storica, ma in assenza di un sistema formativo efficientemente integrato, di una più ampia ed estesa società educante in contesti di comunità.

L’unico luogo educativo molto prezioso a tal fine risulta appunto l’istituzione scolastica, con tutti i suoi problemi irrisolti, le questioni pesanti, le difficoltà evidenti, sia a livello burocratico sia sulla base dei rapporti di incontro ed interscambio dialogico e culturale tra generazioni, di intesa ed accordo comuni nei processi didattici ed educativi. Questo rapporto tra memoria e storia risulta un binomio relazionale tra le singole soggettività. Una frase di Hobsbawm, nell’introduzione del saggio “Il secolo breve”, che descrive la condizione dello storico nello studiare storia contemporanea, si adegua proprio alla posizione ed al ruolo degli insegnanti. Sostiene Hobsbawm: “parliamo dei nostri ricordi ampliandoli e correggendoli e li rievochiamo come uomini e donne di un tempo e di uno spazio particolari, coinvolti in varie guise, ruoli, aspetti, nella storia, come attori di un dramma, per quanto siano state insignificanti le nostre parti, come osservatori del nostro tempo e, non da ultimo, come persone le cui opinioni sono state formate da ciò che noi siamo giunti a considerare come eventi cruciali: siamo portatori di questo secolo che è parte di noi”. Questo spiega, per esempio, l’attenzione per lo sterminio, per la Shoah, come parte fondante della coscienza successiva alla seconda guerra mondiale. Ma il problema consiste nel fatto che senza memoria diventa molto difficile presentare, prospettare, progettare il futuro. La memoria è una mappa di orientamento del presente in quanto permeabile, muta nel tempo, si trasforma, è proteiforme. Per esempio, un problema emerso tra i colleghi del gruppo di progettazione di ricerca consisteva nel quesito: cosa può ricordare una generazione che non ha vissuto situazioni estreme e precarie da ricordare, eventi eroici da raccontare, condizioni traumatiche come la guerra da scongiurare…cosa ha da ricordare?

Nei laboratori ministeriali si sono svolti esercizi di memoria considerando e valutando che per la generazione degli anni ’50 e ’60 tra i colleghi non sussisteva tanto una memoria politica quanto di tipo sociale riflessa nei grandi cambiamenti intervenuti nella storia italiana. Siamo partiti dal presupposto, messo in luce dal pedagogista Alessandro Cavalli, nell’ambito della ricerca dal titolo “i giovani ed il tempo”, per cui ha evidenziato la netta cesura di memoria politica come elemento che non ha permesso il passaggio di consegna delle eredità conquistate come monito ed indicazione riguardo alla storia contemporanea trasmessa alle nuove generazioni. Il rapporto tra adulti e giovani consiste nel necessario passaggio di memoria come elemento di costruzione e di confronto della storia.

Laura Tussi

Docente, giornalista e scrittrice, si occupa di pedagogia nonviolenta e interculturale. Ha conseguito cinque lauree specialistiche in formazione degli adulti e consulenza pedagogica nell'ambito delle scienze della formazione e dell'educazione. Collabora con diverse riviste telematiche tra cui PressenzaPeacelinkIldialogoUnimondo, AgoraVox ed ha ricevuto il premio per l'impegno civile nel 70esimo Anniversario della Liberazione M.E.I. - Meeting Etichette Indipendenti, Associazione Arci Ponti di Memoria e Comune di Milano. Autrice dei libri: Sacro (EMI 2009), Memorie e Olocausto (Aracne 2009), Il dovere di ricordare (Aracne 2009), Il pensiero delle differenze(Aracne 2011), Educazione e pace (Mimesis 2012), Un racconto di vita partigiana - con Fabrizio Cracolici, presidente ANPI Nova Milanese (Mimesis 2012), Dare senso al tempo-Il Decalogo oggi. Un cammino di libertà (Paoline 2012), Il dialogo per la pace. Pedagogia della Resistenza contro ogni razzismo (Mimesis 2014), Giovanni Pesce. Per non dimenticare (Mimesis 2015) con i contributi di Vittorio Agnoletto, Daniele Biacchessi, Moni Ovadia, Tiziana Pesce, Ketty Carraffa. Collabora con diverse riviste di settore, tra cui: "Scuola e didattica" - Editrice La Scuola, "Mosaico di Pace", "GAIA" - Ecoistituto del Veneto Alex Langer, "Rivista Anarchica". Promotrice del progetto per non dimenticare delle Città di Nova Milanese e Bolzano www.lageredeportazione.org e del progetto Arci Ponti di memoria www.pontidimemoria.it. Qui il suo canale video.

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