Sapore di sale, sapore di… paraffina!

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Foto: Corriere.it

Una strana sostanza, simile ad una spugna, la stessa apparsa alcuni mesi fa in Yorkshire e in giugno all’Isola d’Elba, sulle coste della Toscana ed anche in alcune località della Liguria, ha invaso nelle scorse settimane trenta chilometri di spiagge incontaminate della Côte d’Opale nel Parc Naturel regional des Caps et Marais d’Opale, che si affaccia sulle acque francesi della Manica nel nord della Francia. Inizialmente, come era successo in Inghilterra e in Italia, non era chiaro di cosa si trattasse, ma per il Centre de documentation de recherche et d’expérimentations sur les pollutions accidentelles des eaux (Cedre), un’istituzione indipendente  creata nel 1979 nel quadro delle misure prese dopo il naufragio della petroliera Amoco Cadiz, non ci sono dubbi: “Le sostanze gialle che si sono spiaggiate da venerdì 14 luglio sulle spiagge da Berck a Ambleteuse si sono rivelate essere paraffina”.

Anche se in un comunicato la Prefettura di Pas-de-Calais ha confermato quanto già detto in giugno anchedall’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente della Toscana (Arpat) e cioè che “La paraffina non presenta pericolo per la salute pubblica o per la fauna e la flora” e che “Non ha alcun impatto sugli impianti di allevamento di ostriche o sulla pesca”, per l’organizzazione ambientalista Sea Mer Asso, che da tempo si occupa di monitorare l’inquinamento del litorale e di raccogliere i rifiuti che si depositano sulle sue spiagge “si tratta comunque di un inquinamento prodotto da sostanze derivanti dal petrolio e non è pensabile escludere un seppur minimo impatto sulla fauna e sulla catena alimentare marina”. Attualmente la cera di paraffina è utilizzata nella fabbricazione di molti prodotti, tra cui candele, pastelli e additivi alimentari e visto che siamo di fronte a sostanze trasportate spesso in grandi quantità da petroliere di passaggio lungo la Manica, è possibile ipotizzare che una delle tante navi che attraversano queste acque abbai lavato le proprie stive generando così l’invasione di queste spugne artificiali.

Per Jonathan Hénichart, presidente dell’associazione Sea-Mer Asso, anche se “Si tratta di un evento eccezionale” già “Due allarmi inquinamento relativi degli spiaggiamenti di paraffina industriale sono stati lanciati nel 2016. L’associazione si è sforzata di sensibilizzare le istituzioni pubbliche sui pericoli e i fastidi che rappresentano queste sostanze e ha realizzato diverse bonifiche. Le palline di paraffina industriale, di olio vegetale o animale e gli ammassi di grasso fuoriusciti dalle fogne fanno parte dei ritrovamenti quotidiani dei nostri volontari durante la pulizia delle spiagge. Lo scarico a mare dei residui della pulizia delle serbatoi delle navi-cisterna è poi una pratica autorizzata ad alcune condizioni della International Convention for the Prevention of Pollution from Ships (Marpol) dell’International Maritime Organization (Imo), ma alla luce di quanto sta accadendo, non sarebbe una brutta idea se queste autorizzazioni di scarico a mare di sostanze liquide che possono solidificarsi fossero sottoposte quanto prima ad una revisione”.

Attualmente ha concluso Hénicart “Le navi sono autorizzate a scaricare residui di cera paraffinica in mare, ma in quantità limitate e lontano dalla riva”, ma “l’enorme quantità di schiuma gialla porta a credere che qualcuno ne abbia svuotato più del dovuto e vicino a terra”. Vista la quantità di residui individuati sulla costa e in mare è possibile anche ipotizzare che a liberarsene siano state addirittura più navi, come è accaduto in Toscana in giugno quando un lungo tratto di costa che va da Marina di Massa a Marina di Grosseto, passando per l’Elba è stato invaso da queste spugne sintetiche. Secondo il presidente del Parco dell’Arcipelago Toscano Giampiero Sammuri, il quantitativo totale di spugne raccolte solo tra Portoferraio, Marciana e in parte Porto Azzurro è di alcune tonnellate ed è costato quasi 10mila euro anche se il materiale raccolto è stato classificato come materiale organico, codificato come non nocivo e smaltibile come un normale rifiuto urbano. “Siamo in ogni caso di fronte a un fatto molto grave di cui oggi non si sa a chi attribuire le responsabilità. L’impegno in corso è importante, ma dovranno esserci interventi più consistenti e uno sforzo in più del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare - ha detto Sammuri - Come Parco siamo ancora in attesa di sapere le cause dello sversamento e stiamo monitorando le conseguenze del danno. Dopodiché faremo azioni di rivalsa, costituendoci parte civile”.

Il vero problema è che il ormai il mare continua a riversare sulle coste europee e non solo materiale sempre più polverizzato e in particolare questi derivati della paraffina in mare e in spiaggia non ci dovrebbero stare. Non è la prima volta, però, che succede e gli episodi stanno diventando sempre più frequenti. Secondo Goletta Verde di Legambiente proprio per questo “è necessario continuare a monitorare il problema e approfondire tutti i possibili effetti di questo inquinamento”. Perché all’interno di questo materiale, non è impossibile escludere la presenza di sostanze pericolose come idrocarburi e idrocarburi alifatici e diverse ricerche ne documentano l’ingestione da parte di uccelli, cetacei e pesci che li scambiano per cibo. “Una recente ricerca di un gruppo indipendente di esperti realizzata nel mare del nord della Germania evidenzia la presenza di queste schiume nel 20% nello stomaco dei fulmari, un uccello molto diffuso nell’Atlantico settentrionale” ha dichiarato l’ong. Come ricordava Hénichart l’impressione è che l’Imo debba mettere presto mano ai suoi regolamenti rendendoli più stringenti. Il dubbio è che il lavaggio delle stive e delle cisterne in alto mare  nei mercantili sia una prassi consolidata e probabilmente effettuata anche con residui ben più inquinanti della paraffina.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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