Sapete cos’è il CAY?

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Foto: Caylgbt.it

Se la parola CAY vi ha richiamato alla mente il CAI, Club Alpino Italiano, un po’ ci siete andati vicini. Ma non preoccupatevi se avete invece pensato che c’entrasse con GAY, perché anche così non vi siete allontanati di molto. Allora diciamolo, il primo punto a favore di CAY, acronimo di Climb As You are, è che, con la sola sigla, evoca le sue principali caratterizzazioni: una scelta comunicativa che si rivela quindi azzeccata, brillante, efficace. Ma ripuliamo subito ogni dubbio che induca a interpretazioni equivoche: non è un gruppo finalizzato ad attività sessuali in montagna, sia chiaro. Sul sito lo si specifica già in home page, aggiungendo forse una nota scontata, ma che evidentemente segnala ancora la necessità di ritagliarsi uno spazio di diritto lì dove i diritti sono spesso meno uguali di altri, in un mondo ancora troppo raggomitolato sulle proprie certezze secolari e anacronistiche. Insomma, “pur se ogni partecipante ha il diritto alla piena libertà di stringere relazioni affettive e/o erotiche con altri partecipanti, la finalità prima delle attività non è minimamente legata al sesso”. E allora perché questo gruppo di persone - non un’associazione, non una società, non un’azienda - ha sentito il bisogno di riunirsi per valorizzare una passione, quella per la montagna, sulla tangente di altre realtà che già hanno questo scopo? Non bastava condividere le proposte già esistenti di altre realtà? Vado subito al dunque e lo chiedo a Marco e Maurizio, referenti del gruppo, con i quali ho avuto recentemente una piacevole chiacchierata telefonica.

Maurizio: Abbiamo ritenuto opportuno fare questa precisazione non per ragioni legate a un puritanesimo di facciata o a un perbenismo lezioso; diciamo che nasce dall’esperienza in prima persona all’interno della comunità gay milanese… non ci interessa proporre soluzioni alternative di sessualità in alta quota, e poiché alcune domande in questo senso ci sono pervenute abbiamo ritenuto necessario precisarlo; dall’altro lato ci sono anche considerazioni legate all’attività montanara dell’ambiente gay… C’è una grande voglia di immergersi nell’attività in montagna a diversi livelli, dall’alpinismo all’escursionismo. Perché allora non provare a coagulare questo interesse in un gruppo non strutturato, che però delinei un soggetto collettivo che in Italia non ha ancora esperienze in questo senso?

Marco: In effetti attività con queste caratteristiche in Italia non ne abbiamo trovate, tranne un gruppo a Brescia che però ha un approccio diverso rispetto al nostro modo di concepire la montagna.

Ho letto che le vostre uscite sono all'insegna della partecipazione attiva di ciascun componente, invitano alla responsabilità personale, all’amicizia e alla condivisione sia per quanto riguarda la passione per la montagna sia per quanto concerne l’identità sessuale di ognuno. Che legame hanno - se lo hanno - la passione per l’attività alpinistica all’aria aperta e l’orientamento sessuale?

Maurizio: La montagna è molte cose insieme, anche molto complesse e stratificate. Uno di questi elementi fondamentali è la libertà dei soggetti di esprimersi esplorando se stessi e il mondo attraverso l’esperienza forte e radicale della natura e del salire in montagna. La libertà non è “compartimentabile”, è una dimensione a 360°. La mia libertà di gay di salire in montagna è anche la libertà di non reprimere la mia soggettività e la mia possibilità di espressione deve essere garantita e non discriminata, anche sui sentieri. Gli ambienti sportivi in Italia sono essenzialmente omofobi e connotati da un certo machismo abbastanza prevedibile. L’ambiente alpinistico non è da meno. La possibilità di salire in montagna liberando anche la propria identità e la propria natura nelle loro possibili espressioni, anche in semplici chiacchierate, è fondamentale, ed è altrettanto importante non sentirsi addosso l’ombra lunga della paura, dell’esclusione, del giudizio. Uno dei nessi profondi tra l’orientamento sessuale e l’attività alpinistica è proprio l’accesso a una libertà ancora più piena e complessa.

Marco: Personalmente, ho frequentato in passato le gite del CAI, ma soffrivo dell’impossibilità di poter esprimere appieno la libertà che avrei desiderato…

Maurizio: Chiaramente io e Marco ci siamo prima fatti una domanda: siamo noi gli unici gay che salgono in montagna? Tutti gli altri rimangono nel silenzio, che non ha nulla a che fare con le possibilità espressive che la montagna offre? Insomma, si crea quasi una schizofrenia, che ti obbliga a lasciare una parte di te a valle, salendo con persone che - non per cattiveria, ma spesso solo per ignoranza - hanno un approccio comunque escludente. Nelle nostre proposte noi accettiamo ovviamente anche eterosessuali, ma è giusto che anche gay e lesbiche possano salire in montagna senza ignorare né reprimere la propria identità.

Si legge sul vostro sito che intendete coagulare attorno alla vostra “passione alpinistica gay, lesbiche, bsx, trans e tutti coloro che hanno un minimo di esperienza e di passione per la montagna”. Come mai questa specifica? Approfondiamo un po’ il discorso accennato? Sembra che tante attività sportive, anche in ambiente montano, siano solo per maschi etero, almeno nell’immaginario collettivo…

Marco: Sì, direi di sì, nell’immaginario comune è ancora così. Il nostro è uno sforzo che proponiamo per muoverci in direzione contraria…

Maurizio: Non è così solo nell’immaginario comune, nello sguardo esterno. E’ così anche nella visione dall’interno, di chi si immagina protagonista di un’attività in cui si afferma come maschio, in maniera abbastanza standardizzata. L’alpinista stesso immagina l’attività alpinistica come profondamente connaturata al maschio etero, privandosi di allargare in primis i propri orizzonti e senza alcuna possibilità di pensare un’attività di conoscenza - che non è solo fisica ma è anche spirituale - come slegata dalla propria mascolinità. Tra l’altro è una caratteristica molto evidente nei paesi con radici latine come l’Italia e la Spagna, nel Nord Europa la situazione è molto diversa.

Voi non siete né guide alpine né accompagnatori di montagna, semplicemente appassionati alpinisti. Anzi, consigliate a chi partecipa alle attività del gruppo di iscriversi al CAI, quello senza Y. Che rapporto avete con il Club Alpino Italiano?

Maurizio: Dopo aver tentato la comunicazione nell’ambiente gay milanese, senza però aver avuto fino ad ora riscontri significativi e comunque non consoni rispetto alla preparazione necessaria per affrontare il tipo di attività che proponiamo, ci siamo detti che potevamo invece far conoscere la nostra iniziativa tramite i canali seguiti dagli appassionati di montagna. Oltre a un’uscita sulla rivista Montagne 360°, stiamo pensando anche a una comunicazione tramite Montagna.tv. Diciamo che è stata una scelta maturata tramite una verifica sul campo.

Marco: Sì, rispetto al CAI siamo totalmente autonomi, il CAI ci ha offerto solo lo spazio sulla rivista…

Maurizio: Ci auguriamo però che quello con il CAI sia il primo passo verso una collaborazione più strutturata. Di certo è stato un segno di rispetto e di grande civiltà, anche se la macchina del Club Alpino Italiano è molto complessa e articolata e per una eventuale condivisione di progetti ci vogliono tempi più lunghi…

Il mondo della montagna che frequentate come ha accolto la vostra iniziativa?

Maurizio: Siamo attivi da poco, da aprile 2017, e ci rendiamo conto che anche all’interno della comunità gay esiste, oltre alle già accennate difficoltà, un problema di consapevolezza proprio verso la montagna e verso l’ambiente ostile che comunque rappresenta. La montagna si pratica poco, non basta un entusiasmo un po’ ingenuo, serve anche maturale le competenze necessarie per muoversi in ambiente alpino.

Dove organizzate principalmente le vostre attività e proposte? Sul sito si trova un calendario con le prossime mete previste, dall’Adamello alla Val di Mello, dal Piz Bernina alle Cinque Terre, dalla Val Masino alla Val Chiavenna. Quindi principalmente nord Italia e Alpi, giusto?

Marco: Sì, per il momento la scelta è legata a motivazioni logistiche e pratiche, ma non preclude affatto possibilità di esplorare altri territori, non abbiamo vincoli geografici, anzi siamo aperti alle proposte di chi ci contatta.

Maurizio: Le proposte partono dai nostri interessi ma il nostro approccio è orizzontale. Se tu, Anna, ci contatti e ci proponi una meta… perché no? Non decidiamo mai un programma, ma diamo dei suggerimenti e siamo disponibili ad accoglierne. In montagna contano poi ovviamente le condizioni ambientali e meteorologiche, quindi valutiamo le proposte che ci pervengono e poi decidiamo, al momento le mete sono occasionali e rispondono alla comodità nel concretizzarle ma…

Da quanto andate in montagna e avete questa passione?

Marco: Io ho iniziato a 15 anni, e sono già più di 30 anni che vado in montagna!

Maurizio: Anche io intorno ai 20 anni, adesso ne ho 48…

E le uscite organizzate fino ad oggi, come sono andate? Siete soddisfatti delle adesioni?

Marco: Per adesso siamo stati contattati da un ragazzo veneto e abbiamo organizzato un’uscita al Piz Morteratsch… Purtroppo la persona che era con noi aveva sottovalutato le difficoltà e non siamo riusciti ad arrivare in cima… Ma è stata un’esperienza importante, che ci ha fatto riflettere sul fatto che dobbiamo approfondire meglio le esperienze di chi ci contatta, senza pretese selettive da professori, ma semplicemente per questioni di sicurezza in uscite impegnative che prevedano ferrate, ghiacciai o tratti esposti. Ci aspettiamo comunque buoni risultati, con settembre prevediamo diversi contatti anche legati all’uscita della rivista Montagne 360°, e al ritorno dalle ferie di molti vacanzieri, soprattutto per il trekking in Liguria.

Maurizio: Sai, uno dei grandi valori della montagna è la ricchezza implicita che l’attività richiede in termini di umiltà - è veramente una dimensione che in montagna può salvarti la vita. L’umiltà ha a che fare con il proprio limite, è personale e non valutabile dall’esterno, ma si possono mettere in gioco elementi oggettivi, come ad esempio il dislivello e la difficoltà tecnica. Quindi prima di tutto occorre mettersi in ascolto di se stessi, per sapere cosa si può fare e cosa si riesce a fare in relazione al proprio limite, senza mettere in pericolo i compagni di cordata. Questo si allaccia anche a una capacità personale di lettura del territorio e della realtà, che è fondamentale per l’incolumità del singolo e del gruppo.

Cosa mi dite delle donne? Il bisogno che avete rilevato riguarda anche loro, etero o lesbiche? Soffrono anche loro di questo machismo della montagna? Ne approfitto per chiedervi anche un’altra cosa… esiste secondo voi un rapporto tra età anagrafica e consapevolezza della propria identità?

Maurizio: Mah, direi che non è un problema generazionale. Piuttosto è un problema culturale, ha a che fare con l’orizzonte ideologico che nel nostro Paese viviamo rispetto all’omosessualità, soprattutto maschile. Quanto al mondo delle donne e delle lesbiche per noi è ancora presto per poter fare una valutazione. Il mio pensiero è che esista comunque un modo di salire le montagne squisitamente femminile, da cui noi maschi, etero e omo, abbiamo solo da imparare. E’ il pensiero della differenza, non dell’identità, non del primato del record ma della conoscenza. Una maestra di vita per noi è Nives Meroi, una che di certo non sale le montagne in modo “morbido”, ma indubbiamente in un modo evoluto rispetto al comune maschio alpinista. Noi tendiamo a quel modo di salire le montagne, che è anche un modo per scendere dentro se stessi. E’ quindi il nostro modo di salire che è femminile, dolce, con una parola forse abusata, olistico.

Vorreste aggiungere qualcosa che vi sta a cuore?

Maurizio: La montagna è una di quelle attività umane che ti avvicinano a Dio, perché conosci mentre fai, e conosci la libertà di esprimere te stesso. In un contesto culturale ancora profondamente discriminatorio come quello italiano (in Italia qualche mese fa si scriveva ancora “No cani, no gay”), la libertà del sé attraverso la montagna è un passo in più verso la propria completezza come esseri umani. Io e Marco, così come altre persone, potremmo continuare ad andare in montagna per i fatti nostri, ma è proprio questo invito alla libertà dall’orizzonte omofobo che ci ha spinti a pensare a questo gruppo, in cui ognuno paga il suo, non chiediamo oboli né quote associative, siamo semplicemente come un gruppo di amici…

E in effetti sì, come si legge sul sito l’unica selezione - ed è comunque un consiglio di responsabilità - è quella operata dalla difficoltà stessa delle proposte: si demanda l’adesione a una consapevole auto-valutazione, il cui obiettivo principale sia la sicurezza dei partecipanti. Perché la montagna resta comunque un ambiente maestoso, non per forza minaccioso ma in ogni caso imponente, che richiede attenzione, preparazione e capacità di affrontare limiti, decisioni e delusioni, frustrazioni da cima non raggiunta e stanchezza di relazioni, passi e mappe. Ma è anche il luogo dove respirare panorami mozzafiato, vivere emozioni irripetibili e godere di colori dalle mille sfumature. Sfumature che, grazie alle iniziative di CAY, si arricchiscono anche di coraggio, sfide sportive e culturali, nuove prospettive e itinerari da esplorare.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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