Salute materna, istruzione e lotta all’Aids: Obiettivi ancora lontani

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Tre priorità: salute, istruzione e lotta all’Aids - Foto: ©UN Women

Gli Obiettivi di sviluppo stabiliti nel settembre del 2000 durante il Millennium Summit delle Nazioni Unite che dovrebbero migliorare entro il 2015 le condizioni di vita delle popolazioni più povere del Sud del mondo sono ancora lontani soprattutto a causa della diminuzione di fondi da parte dei paesi donatori. Lo si apprende da tre importanti rapporti diffusi in questi giorni da diverse ong attivamente impegnate nei paesi dell'emisfero Sud del pianeta.

In occasione della Festa della mamma, Save the Children ha presentato il 12esimo Rapporto sullo stato delle madri nel mondo (in .pdf) nel quale segnala le “abissali distanze che ancora separano i paesi industrializzati da quelli in via di sviluppo” per quanto riguarda la salute materna e il parto. “1.000 donne e 2.000 bambini continuano a morire ogni giorno per complicazioni al momento del parto, facilmente evitabili e risolvibili se ad assistere alla nascita ci fosse anche una sola ostetrica. Ma così non è ancora per 48 milioni di donne nel mondo, di cui 2 milioni partoriscono in totale solitudine, senza neanche un familiare” – si legge nella nota della Ong. Si tratta cioè di 358mila donne nel mondo che ogni anno perdono la vita in conseguenza della gravidanza o del parto e di circa 800mila bambini che muoiono alla nascita per esempio per difficoltà respiratorie, asfissia o sepsi. Ad essi si aggiungono coloro che perdono la vita entro il primo mese, per un totale di oltre 3 milioni di morti nel breve arco di tempo che va dalla nascita al trentesimo giorno. “A guardare i dati e le classifiche si rischia di farsi prendere dallo sconforto perché, da un anno all'altro, la scala di alcuni problemi rimane grande soprattutto in molti paesi subsahariani e asiatici - per esempio Niger, Chad, Eritrea, Sudan, Afganistan, Yemen - dove l'esperienza della maternità e della nascita restano una sfida, a volte mortale, per madre e bambino” – ha commentato Valerio Neri, direttore generale Save the Children Italia.

La Campagna Globale per l’Educazione ricorda che nel mondo, 69 milioni di bambini non hanno ancora accesso alla scuola primaria e di questi più della metà (il 54%) sono bambine. La disparità di istruzione di genere si aggrava col crescere dell’età: dei 759 milioni di adulti analfabeti, due terzi sono donne. La coalizione di associazioni che ha dato vita alla campagna globale ha promosso la scorsa settimana la Global Action Week, una settimana di mobilitazione globale durante la quale sono state coinvolte migliaia tra organizzazioni e associazioni,rappresentanti istituzionali e della società civile, studenti e insegnanti. La Coalizione ha realizzato anche un Dossier sull’accesso all’istruzione e la discriminazione di genere intitolato Educazione per tutti e per tutte. La dimensione di genere nelle scuole del Sud del mondo(in .pdf). “Un bambino che nasce da una donna istruita ha il 50% di possibilità in più di sopravvivere” - ha spiegato Elena Avenati, coordinatrice della Coalizione Italiana della Campagna Globale per l’Educazione. “Garantire un’istruzione alle bambine a partire dai cinque anni potrebbe aumentare i tassi di sopravvivenza infantile fino al 40%. Inoltre, secondo uno studio condotto su cento paesi, educare le ragazze e favorire la riduzione del divario di genere può promuovere la democrazia”.

La Coalizione Italiana ricorda che l’Italia deve allocare nel prossimo triennio una quota di almeno 10 milioni di euro al principale meccanismo di finanziamento all’istruzione, l’Education for All - Fast Track Initiative (EFA-FTI), per rispondere agli impegni annunciati e assicurare risorse alla neonata agenzia delle Nazioni Unite UN Women in linea con quelle degli altri paesi che con l’Italia fanno parte del consiglio di amministrazione dell’agenzia. A livello nazionale, la Coalizione Italiana chiede al Governo di promuovere la partecipazione alla vita lavorativa, imprenditoriale e politica delle donne e, più in generale, di migliorare le politiche di genere.

Il tema dei finanziamenti alle iniziative decise nell’assemblea del Millennio dell’Onu è cruciale anche per quanto riguarda la lotta all’Aids. “Lo scarso sostegno dei paesi donatori sta mettendo a rischio i progressi di molti paesi nella lotta all’Aids” – afferma Medici senza Frontiere (MSF) in un comunicato diffuso ieri alla presentazione del rapporto Getting ahead of the wave” (in .pdf). Il rapporto fornisce una panoramica dell’attuale risposta alla pandemia, guardando alle politiche messe in atto in 16 paesi che insieme costituiscono il 52% del bacino di HIV/AIDS a livello globale. “Diversi paesi come il Malawi e lo Zimbabwe, avevano pianificato di rendere effettivi dei protocolli di cura migliori, ma non possono a causa della diminuzione dei fondi: ciò significa curare le persone con farmaci di minore qualità o soltanto quando il loro sistema immunitario è troppo debole per reagire” – spiega Tido von Schoen-Angerer di MSF.

All’inizio di giugno, i governi si riuniranno presso le Nazioni Unite con l’obiettivo di impegnarsi nel piano d’azione per la lotta all’Aids dei prossimi deici anni. Il Segretario Generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha chiesto ai governi di arrivare a curare almeno 13 milioni di persone entro il 2015, mentre altri hanno parlato di 15 milioni di persone. “Tuttavia, durante gli incontri a porte chiuse, gli Stati Uniti e alcuni governi europei, tra cui il Regno Unito, si sono opposti. Solo se tutti i governi assumeranno un impegno comune, si potrà mettere in atto una risposta globale contro la pandemia” - afferma Tido von Schoen-Angerer. “Abbiamo imparato molto negli scorsi decenni su come fornire le cure al maggior numero di persone e il più rapidamente possibile. Con le giuste politiche, potremmo triplicare il numero di pazienti trattati senza triplicare i costi. Ma se i governi donatori non sostengono un obiettivo di cura, inviano il chiaro messaggio che non intendono nemmeno affrontare la pandemia”. [GB]

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