#Restartparty: non disperare, basta riparare!

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Ogni tanto mi capita di scomodare mia nonna. Lo avevo fatto alcuni mesi fa ricordando come davanti alla consumistica euforia tecnologica e ai nuovi modelli di un qualsiasi aggeggio elettronico che in pochi anni, se non mesi, sostituiva il vecchio ormai sorpassato o il più delle volte scassato, sentenziasse con un vanitoso orgoglio: “io la mia macchina per il bucato non l’ho mai dovuta cambiare!”. Era vero. La sua “macchina per il bucato”, comprata alla fine degli anni ’70, è sopravvissuta a mia nonna e ha continuato a lavare per circa 40’anni, consumando forse più acqua ed energia delle moderne lavatrici, ma lo ha fatto senza mai rompersi in modo irreparabile e definitivo. Il segreto di questo autentico miracolo sta tutto in un elettrodomestico programmato per durare e in un anziano rivenditore di paese, sempre più disponibile a riparare il vecchio, piuttosto che a vendere il nuovo. Anche lui, come nonna, era un degno rappresentante di quella generazione che aveva conosciuto la guerra e non avrebbe buttato niente con leggerezza.

Oggi la tendenza è quella di arrendersi di fronte ad un qualsiasi elettrodomestico che smette di funzionare fuori dalla garanzia e comprarne uno nuovo, buttando quello fuori uso. Ma se le persone che hanno memoria di quello che era l’Italia prima del boom economico sono sempre meno, la mentalità di chi odia gli sprechi, grazie anche alla crisi e ad una maggiore sensibilità ecologica è ricomparsa tra le nuove generazioni! Se ormai è chiaro che “gli europei condannano vivamente l’obsolescenza programmata e vorrebbero dei prodotti garantiti di maggiore durata”, come ha ricordato lo scorso marzo il Comitato economico e sociale europeo (Cese) presentando lo studio “Les effets de l’affichage de la durée d’utilisation des produits sur les consommateurs” che per la prima volta ha stabilito un legame  tra l’etichettatura sulla durata di vita dei prodotti e il comportamento dei consumatori, è oggi il Restart Project il rappresentante più autorevole della contro-cultura dedita al condivido, riparo e riuso. Questo progetto no-profit partito da Londra grazie a due 30’enni: l’italiano Ugo Vallauri e l’americana Janet Gunder sta invadendo l’Europa (e anche l’Italia) grazie ad una piattaforma informatica di appuntamenti pubblici chiamati Restart Party, cioè incontri tra volontari che mettono in contatto chi ha la professionalità e le conoscenze per riparare gli oggetti elettronici più disparati con chi ha l’esigenza di aggiustare qualcosa.

In queste “feste della riparazione”, chi non ha capacità manuali, dimestichezza con l’elettronica o ha la necessità di far eseguire semplici configurazioni su cellulari, computer e qualsiasi altro piccolo elettrodomestico, incontra chi questi dilemmi è capace di risolverli attraverso una consulenza e dei suggerimenti utili a realizzare una riparazione fai da te. Le modalità sono più o meno sempre le stesse: le associazioni che organizzano l’evento allestiscono un tavolo di accoglienza, registrano i proprietari degli oggetti da riparare sulla base dell’ordine di arrivo e fanno entrare in gioco i partecipanti competenti, che sono invitati a condividere le loro conoscenze, aiutando direttamente o solo con consigli pratici i proprietari di quello che a fine festa è spesso un ex rottame. È chiaramente possibile, se l’intervento è particolarmente tecnico, semplicemente guardare, ma i partecipanti che portano i loro oggetti elettrici ed elettronici guasti ad un Restart Party prendono sempre parte attiva alla diagnosi e alla riparazione. Le riparazioni fatte, infine, vengono documentate e l’evento è normalmente autofinanziato con un contributo volontario dei partecipanti.

Così mentre la Cese chiede alla Commissione europea di elaborare al più presto una legislazione Ue sull’obsolescenza programmata capace almeno di “imporre ai produttori l’assunzione dei costi del riciclaggio dei prodotti la cui durata di vita sia inferiore ai 5 anni”, la risposta dei cittadini invitati ad agire “per iniziare un cambiamento di mentalità anche del consumatore” non si è fatta attendere. Come in Europa, anche in Italia, sono tantissime le città che hanno incominciato ad organizzare i Restart Party  in nome della riduzione dei rifiuti e dell’inquinamento, ma anche della consapevolezza che senza aspettare il legislatore è possibile dare risposte sostenibili e collettive capaci di far fronte ai problemi ambientali. Gli incontri di alcune ore che si tengono in biblioteche, musei, centri civici, oratori, bar… e in qualsiasi altra struttura pubblica o privata, oltre a prolungare la vita dei nostri elettrodomestici resistendo all’obsolescenza programmata, mirano ad aumentare la conoscenza che i consumatori hanno dei prodotti tecnologici di uso comune facendo da argine culturale al consumismo dilagante.

Con le parole d’ordine “non disperare, basta riparare!” l’iniziativa Restart sembra aver preso piede anche all’interno di alcune aziende che hanno aderito con l’obiettivo di far conoscere ai dipendenti tutti i segreti dei loro strumenti di lavoro, con prove pratiche e collettive su come ripararli. La filosofia è quella giusta, nata come dice Vallauri dalla sua esperienza lavorativa in Kenya, dove “l’arte del recupero rappresenta la normalità”, ma un dubbio ci rimane… Cosa dicono quei pochi artigiani nostrani che in barba al consumismo continuano a riparare oggetti elettronici di ogni tipo come faceva l’anziano rivenditore di paese che più di una volta salvò, tra le altre, anche la lavatrice di mia nonna? Per evitare di fare una concorrenza sleale a chi ha scelto per mestiere e vocazione di riparare c’è già chi pensa a dare vita a nuove forme di Restart Party professionali, in cui artigiani e clienti potrebbero essere messi più facilmente in contatto. Ora lo sai: non disperare, basta riparare!

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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