Repubblica Democratica del Congo. Voglia di pace

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Ancora profughi nell’est del Congo – Foto: Jambo Africa

La prima manifestazione di diplomazia popolare italiana è stata voluta dai Beati i costruttori di pace nel 2001 per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica di fronte a 1.700.000 morti ammazzati e dimenticati nella regione del Kivu nella Repubblica Democratica del Congo - RDC. La seconda spedizione di pace ha avuto luogo l’anno seguente dal titolo “Liberiamo la Pace”.

Ma le iniziative italiane d’inizio millennio sono state solo alcune delle iniziative nonviolente promosse nella regione orientale della RDC che vede, oggi, migliaia di cittadini movimentati dalla Chiesa cattolica protestare secondo uno stile nonviolento contro l’incapacità delle truppe Onu di fermare i ribelli dell’M23 che hanno causato con le loro scorribande mezzo milioni di sfollati o profughi.

A Kinshasa, Kisangani, Bukavu e ad Uvira sono state quindi organizzate diverse marce per la pace. A Bukavu il primo agosto la marcia s’è conclusa sulla grande spianata del collegio Alfajiri (Aurora, in swahili) dei Gesuiti che, al di là degli ultimi ‘fiordi’ del lago Kivu, guarda verso le colline di Cyangugu /Rwanda con la celebrazione presieduta dal vescovo di Bukavu Mons. Maroy. L’appuntamento ha visto snodarsi e congiungersi molteplici cortei, lunghissimi, ordinati e compatti, oranti e cantanti, che, a partire dai diverse parrocchie disseminate nei quartieri della città, o partiti di buon mattino anche dai villaggi e agglomerati extraurbani, lontani anche 10-12 km e più, si sono lentamente riversati pacificamente sulla spianata del Collegio. Si parla di 15.000 persone. Qualcosa di simile s’è svolto poi un po’ in tutti gli altri centri dei vari decanati extraurbani di Bukavu.

G. Vignato ci racconta invece della marcia partita da Kalundu (la zona portuale, a sud di Uvira) ed “abbiamo attraversato tutta la città da sud a nord, e poi verso est, per arrivare alla scuola di Kilomoni/nord-est di Uvira, alla frontiera con il Burundi, dove (…) abbiamo fatto un minuto (mi son sembrati anche 3 o 4) di silenzio per le vittime della guerra del Nord-Kivu, e per le centinaia di migliaia di sfollati e rifugiati. Il silenzio s’è concluso con un boato di batti-mani, e… batti-pentole e batti-porte di ferro, fischietti, ecc., questo per manifestare la collera popolare contro la guerra e il rischio della balkanisazione della nazione.

Queste iniziative sembrano suscitare una qualche flebile attenzione sia regionale (Grandi Laghi) che continentale (Africa) e oltreatlantico ma poco interesse dai media italiani.

La soluzione regionale che è stata recentemente proposta da Kampala durante la Conferenza Internazionale della Regione dei Grandi Laghi (CIRGL) è stato un flop. Si chiese a gran voce una forza d’interposizione neutrale sotto l’egida dell’ONU con ampi obiettivi e poche possibilità d’incidere realmente. Cosa già vista nei Grandi Laghi. La Conferenza s’è conclusa con un “nulla di fatto” dato da posizioni differenti sulla composizione della “forza neutrale”: il governo di Kinshasa la vorrebbe costituita anche da soldati di Paesi al di fuori della CIRGL mentre il Rwanda la vuole formata solo dai membri della Conferenza.

Mentre la Southern African Development Community (SADC), va al nocciolo della questione e chiede formalmente al confinante Rwanda di non supportare più i ribelli dell’ M23 come monitorato dalle Nazioni Unite e smentito categoricamente da Kigali. Sarà anche smentito ma secondo il quotidiano congolese “Le Potentiel“, sotto la copertura dell’M23, il Rwanda ha installato una proroga amministrazione a Rutshuru (Nord Kivu).

Oltre Atlantico il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, impegnata in un tour africano, ha chiesto al Sudafrica di esercitare una maggiore influenza sulla scena africana e internazionale. “Stiamo provando a migliorare e rafforzare la nostra partnership. Il Sudafrica ha così tanto da offrire al resto del mondo”,ha dichiarato Clinton, dopo aver incontrato il suo collega sudafricano Maite Nkoana-Mashabane. L’ex first lady s’è posizionata sulla stessa lunghezza d’onda della SACS chiedendo al Rwanda di non sostenere più i ribelli dell’M23 e di cooperare per assicurare i loro capi alla giustizia.

Il conflitto sembra reclutare forzatamente, secondo fonti ONU (Missione delle Nazioni Unite in Congo - MONUSCO) civili, tra i quali vi sono diversi bambini, da parte dei gruppi di guerriglia (M23). “Più di 100 casi di reclutamento forzato di civili da parte dell’M23, tra cui 26 bambini, sono stati documentati da aprile 2012” recita un comunicato diffuso il 7 agosto a Kinshasa. “Alcuni rapporti affermano che il numero potrebbe essere molto superiore”. Secondo la MONUSCO dall’inizio del 2012 “più di 150 bambini sarebbero stati reclutati nell’est del Paese, sia dall’M23, sia da altri gruppi armati, come i combattenti Mayi Mayi, le Forze Democratiche di Liberazione del Rwanda (FDLR) e l’Esercito di Resistenza del Signore (LRA)”.

Si tratta sempre più del conflitto delle 4K tra Kinshasa e Kigali; tra Kabila e Kagame. La “rete pace per il Congo” scrive ai nostri parlame ntari ed europarlamentari affinché intervengano per evitare una nuova guerra con proposte concrete. Noi siamo presenti nella RDC per sostenerle. Chiediamo ai lettori di divulgarle.

Fabio Pipinato, inviato di Unimondo in Kivu

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