Repubblica Democratica del Congo: a cinquant'anni dall'indipendenza

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Festeggiamenti per il 50mo dell'indipendenza - Foto: ©Monuc

Il 30 giugno scorso la Repubblica Democratica del Congo ha festeggiato i 50 anni di indipendenza, un traguardo senza dubbio significativo. I 50 anni del Congo sono uno specchio del sostanziale fallimento del processo di decolonizzazione ma possono essere anche letti come i faticosissimi e insanguinati tentativi di trovare la via a una vera indipendenza. Immagine di questa duplice condizione si è potuta cogliere durante le celebrazioni del 30 giugno quando accanto al Segretario generale delle Nazioni Unite, a vari capi di Stato africani sedeva anche il re del Belgio Alberto II, benché il suo paese abbia fatto pochissimo per far dimenticare il regno assoluto di Leopoldo II e la successiva depredazione di ogni tipo di risorsa.

Queste principalmente le sfide per il futuro: la pacificazione interna tra le diverse etnie, il processo di democratizzazione costituito soprattutto dalla lotta alla corruzione e dal rispetto dei diritti umani, lo scioglimento dell’inestricabile legame tra Stati stranieri e potenti locali che porta all’accumulo di ricchezze personali, alla svendita dell’Africa, alla sofferenza del popolo.

La storia recente del dodicesimo paese del mondo per superficie, ricchissimo dal punto di vista minerario e agricolo ma tra i più poveri per reddito pro capite, assomma in sé il destino di molti Paesi africani: leader assassinati (Patrice Lumumba e Laurent Kabila), un dittatore pluridecennale (Joseph Desire Mobutu Sese Seko), due cambi di nome, guerre sanguinose (con una tragica contabilità di vittime), lotte intestine, interventi dell’ONU, elezioni, massacri di civili, voglia di pace, democrazia e cambiamento.

Il Congo rappresenta quindi, non solo geograficamente, il cuore dell’Africa, al centro di una fitta rete di interessi e di appetiti che coinvolgono soprattutto la zona orientale, quella a ridosso dei Grandi Laghi. È questo infatti il territorio più ricco di minerali e quindi più soggetto alle mire di multinazionali occidentali ( e aziende cinesi) e dei paesi limitrofi. Qui, nelle regioni del Nord e del Sud Kivu, si combattono vere e proprie “guerre per i minerali”: il sottosuolo è pieno di diamanti, oro, ma soprattutto Coltan indispensabile per i microchip di computer e cellulari. È inquietante ma istruttivo notare come all'aumento del prezzo del Coltan corrispondano le fasi più cruenti della guerra e come invece l'abbassamento sia un viatico per la pace.

La storia recente di questa regione ci rimanda al genocidio ruandese e alle sue drammatiche conseguenze: dopo il 1994 si sono combattute due guerre terribili che tuttora vedono il Congo orientale teatro di scontri e di stragi “per procura”, nel senso che non si affrontano eserciti regolari bensì milizie spalleggiate dagli stati vicini, ma ufficialmente combattenti per conto proprio. Al tramonto della dittatura di Mobutu, Laurent Kabila appoggiato da forze ruandesi tutsi, entrate nel nord Kivu anche a sostegno di una controversa presenza di un gruppo congolese di etnia tutsi (i Banyamulenge), comincia la discesa lungo il fiume Congo che lo porterà nel 1997 alla conquista del potere.

Pochi mesi dopo Kabila impone di lasciare la zona da loro controllata agli ex-alleati ruandesi che rispondono organizzando una guerra su larga scala: dal 2 agosto 1998 al 30 giugno 2003 "la prima guerra mondiale" africana, con sette Stati coinvolti, ha causato oltre quattro milioni di morti, il maggior numero di vittime dal dopoguerra. Grazie agli sforzi del nuovo giovanissimo presidente del Congo Joseph Kabila, succeduto al padre Laurent assassinato nel 2001, si è giunti a una precaria pace con la presenza di un massiccio contingente Onu della missione MONUC.

Kabila, classe 1971, sembra essere un governante illuminato rispetto agli standard africani ed è riuscito nel 2006 a portare il paese alle prime elezioni democratiche della sua storia vincendo al ballottaggio contro Jean-Pierre Bemba: dopo alcuni mesi di tensione oggi l'esito elettorale è stato accettato.

Ma il Kivu, dopo la festa per la vittoria di Kabila alle presidenziali è ancora bagnato dal sangue a causa di un avvicendarsi perverso di gruppi armati pronti alle peggiori efferatezze (comprese quelle di arruolare bambini soldato) al soldo di Stati africani e quindi delle grandi potenze. Il Ruanda di Paul Kagame è pesantemente coinvolto, come l'Uganda di Yoweri Museveni, condannata dal tribunale di giustizia dell'ONU a risarcire il Congo per averlo invaso nel 1998. Evidentemente dietro questi due stati permangono gli interessi dei paesi occidentali che inviano aiuti ma soprattutto armi. Ancora una volta le belle parole (pace, sviluppo, democrazia, diritti umani) dei leader americani e europei, compresi quelli italiani, si scontrano con la realtà dei fatti.

Piergiorgio Cattani

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