Referendum in Bolivia: verso il tramonto dell’era Morales?

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Evo Morales - Foto: Telesurtv.net

Lo scorso 21 febbraio si è tenuto in Bolivia un referendum costituzionale che puntava a consentire la rielezione del presidente dello stato andino oltre il terzo mandato. I risultati hanno visto i no, gli oppositori cioè a questa possibilità, prevalere di pochissimo, con un 51% dei voti. La partecipazione è stata inferiore alle aspettative, con un 84% di elettori recatisi alle urne. Pare dunque che l’epoca di Evo Morales, il primo presidente indigeno dello stato andino eletto tramite voto popolare, sia destinata a concludersi nel 2020, allo scadere cioè del mandato in corso. E’ un paese diviso quello che esce dalle urne, ma è interessante capire quali sono i settori che hanno deciso di non sostenere l’eventuale ricandidatura del presidente boliviano. Per analizzare questo dato, è utile partire dalla comprensione dei cambiamenti prodotti dalle politiche di Morales.

La maggioranza della popolazione boliviana è indigena, con stime che oscillano tra il 60% e l’80%. Si tratta dei diretti discendenti di popoli precolombiani come i quechua, gli aymara, i guaraní. Sono popoli che conservano propri usi e costumi e proprie istituzioni tradizionali, genti la cui lingua madre è quella degli antenati, e non lo spagnolo dei conquistatori. Dal 2009 la Bolivia è uno stato “plurinazionale”, composto  cioè da molteplici e diversi popoli, dove, oltre allo spagnolo, sono riconosciute dalla costituzione 36 lingue originarie. Questo riconoscimento è dovuto all’avvento di Morales alla presidenza, così come l’inclusione del buen vivir fra i principi ispiratori della costituzione del 2009, in un paese dove la minoranza mestiza aveva sempre tenuto in mano le redini politiche ed economiche. Secondo dati della Banca Mondiale, a partire dal 2009 l’economia boliviana è cresciuta ad un tasso medio annuale di circa il 5%. A tale crescita è corrisposta una riduzione dei tassi di povertà moderata (dal 63% del 2002 al 45% del 2011), mentre il coefficiente di Gini, che misura la disuguaglianza, è sceso dallo 0.60 allo 0.49 tra il 2002 ed il 2013. Allo stesso tempo, però, vi sono stati alcuni episodi controversi. Uno di questi è la manifestazione del 2011 dei movimenti indigeni che si opponevano alla realizzazione di una strada di grande scorrimento che doveva passare attraverso un loro territorio, il TIPNIS (Territorio Indígena Parque Nacional Isiboro Secure) e che le forze dell’ordine governative repressero con violenza.

All’entusiasmo da parte dei settori indigeni e in generale dei ceti meno abbienti per la  prima elezione di Morales nel 2006, sono dunque seguite critiche verso il suo operato da parte di alcuni di questi stessi settori. In occasione del referendum queste forze progressiste si sono trovate unite, loro malgrado, accanto ai partiti di destra nel medesimo fronte del no.

Il principale argomento contrario alla possibilità di rielezione di Morales è stato sostanzialmente la necessità di un cambiamento nella leadership, dovuta anche ai recenti scandali in cui Morales è stato coinvolto. Si è trattato di casi di presunta corruzione e di affari personali mal gestiti, sicuramente non questioni dirimenti, ma che hanno permesso all’opposizione di destra di cavalcare l’onda per diffamare Morales con ogni mezzo a disposizione. Questi fatti hanno inoltre contribuito a destabilizzare l’immagine del presidente agli occhi dei settori più progressisti, che non vedono di buon occhio l’aura di caudillismo che caratterizza l’immagine e l’operato di Morales. Secondo alcuni attivisti boliviani, appartenenti a movimenti contadini e indigeni, il MAS (movimento per il socialismo, il partito di Morales) è ormai screditato di fronte agli occhi di gran parte della società civile. Molte delle politiche attuate sono considerate anti-indigene e pro-estrattiviste, con critiche, ad esempio, verso la mancata attuazione della consultazione previa, stabilita come diritto fondamentale dei popoli indigeni da parte della convenzione dell’ILO n.169, legalmente vincolante.

Il modello di sviluppo predominante sembra restare legato al modello estrattivo che ha caratterizzato tutta la storia boliviana. Quest modello viene difeso da Morales come una necessità temporanea in vista dell’accumulo di capitale da investire poi in politiche di sviluppo industriale. L’economia resta dunque largamente dipendente dallo sfruttamento minerario, degli idrocarburi e dalle monocolture di soia, tutti prodotti destinati soprattutto all’esportazione. Alcuni attivisti sottolineano poi come più del 50% dei progetti di sviluppo rurale finanziati dal governo derivino da prestiti della Banca Mondiale e della Banca Interamericana di Sviluppo (BID), due istituzioni viste non certo di buon occhio da parte dei settori più vicini alle lotte indigene e contadine, che le giudicano troppo vicine a logiche neoliberiste.

Nella settimana precedente al referendum manifestazioni quasi quotidiane da parte di diversi settori hanno bloccato le strade della capitale La Paz. Varie categorie di lavoratori e pensionati sono scesi in piazza per chiedere al governo di ascoltare le loro richieste, approfittando di questo momento così delicato per il governo.

L’interrogativo più urgente sembra riguardare proprio i movimenti sociali che si oppongono da sinistra a molte delle politiche di Morales e ne criticano un certo culto della personalità. Per questi movimenti urge concretizzare le posizioni critiche in azioni che possano essere efficaci nel mutare di rotta e determinare una vera svolta politica ed economica.

Michela Giovannini

Dottoressa di ricerca in sviluppo locale, è appassionata di America Latina, popoli indigeni, autogestione, lotte e resistenze politiche e sociali. Ha trascorso periodi di studio e ricerca sul campo in vari paesi. Messico e Cile sono i principali contesti in cui si sono svolte le sue ricerche, dedicate principalmente a varie tipologie di organizzazioni dell'economia sociale e solidale.

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