Razzismo: è il momento di dire no

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A volte non si sa proprio come reagire di fronte alle notizie che giungono ai nostri orecchi. Rabbia, indignazione, frustrazione, inquietudine sono i sentimenti che accompagnano questo nostro tempo. Ma di fronte alle dichiarazioni di Attilio Fontana, oscuro ex sindaco di Varese e ora balzato alla cronaca perché candidato presidente del centro destra alla Regione Lombardia, non si può provare altro che dolore. Davvero aveva ragione papa Francesco quando, sorprendendo un po’ tutti, aveva dichiarato che in qualche occasione occorre soltanto piangere. Davanti all’ignoranza e all’odio ci si trova sguarniti, indifesi. Atteggiamenti violenti o vendicativi farebbero il gioco del male già diffuso nel mondo e che continua, pervicacemente, a diffondersi grazie a personaggi di dubbia intelligenza.

Adesso si dirà che siamo in campagna elettorale. Fontana ha già smentito, precisando un pensiero che da razzista dichiarato è diventato “etnico” padano o italiano o ariano o indoeuropeo o “bianco”: la sostanza è quella. Siamo però oltre la destra, la sinistra, il sopra o il sotto. Non importano le strumentalizzazioni, il tritacarne mediatico. Giustamente gli avversari politici di Fontana cercano di approfittare della situazione, mentre i suoi compagni di cordata minimizzano oppure rilanciano sulla paura dell’immigrazione. Niente di nuovo. Qui tuttavia siamo su un piano diverso. Che precede – e di molto – la trista politica italiana. Qui ne va della nostra convivenza civile. Della nostra comune umanità.

Purtroppo il Fontana siamo noi. È la nostra cultura che fallisce. Anche in questo caso, per piacere, non tiriamo fuori la destra o la sinistra benché le differenze ci siano, eccome. Dobbiamo parlare invece dei molti che impunemente possono parlare di “razza”. E ne parlano nel 2018, in Italia, a ottanta anni dalle leggi razziali volute da quel Benito Mussolini che “se non avesse fatto la guerra sarebbe uno statista” come ci vuole far credere il più bieco revanscismo. Ne parlano nel mese di gennaio quello dedicato “alla memoria” che culmina nel 27 gennaio, giorno del ricordo della Shoà, quando – settantasette anni fa – venivano aperti i cancelli di Auschwitz.

Quei cancelli non furono mai divelti per sempre. Ricompaiono nei fili spinati anti migranti giustificati per difendere la nostra identità. Si costruiscono di nuovo nei lager libici. A cosa servono i “treni della memoria” stipati di nostri ragazzi, organizzati per giungere ad Auschwitz e per poter dire “mai più”. Quei treni dovrebbero cambiare binario, raggiungere nuovi territori. Seguire la rotta balcanica dove profughi stremati sono respinti alle frontiere. Andare a Lesbo, Lampedusa. Nel deserto. Nel delta del Niger, dove intere popolazioni periscono in un ambiente devastato dall’inquinamento per estrarre quel petrolio che usiamo noi. Ma – ci dimenticavamo – in Africa ci sono razze inferiori che ci potrebbero contaminare.

Soprattutto però i cancelli di Auschwitz sono nelle nostre menti. Come si fa ad utilizzare una parola come “razza” quando la scienza, il buon senso, la razionalità (con buona pace di Fontana) dicono altro. Non siamo riusciti a liberarci di queste parole che non sottendono scampagnate o battute ironiche, ma sopraffazione, devastazione, morte. Popoli annientati. Bambini a cui è stata strappata la vita.

Rispetto alla grettezza dei termini usati da Fontana, cominciano a rimbalzare altre parole, magari sulla bocca di insospettabili “colletti bianchi” di ogni estrazione. Tornano gli attacchi ai “cosmopoliti”, agli “apolidi”. Si deve difendere il proprio “suolo”. Perché “loro” sono troppi, sono islamici, fanno tanti figli. Sono dappertutto. Come i poveri ebrei orientali che stavano per distruggere la grande Germania. Non sanno queste persone, questi presunti difensori dei popoli, che questo era il linguaggio del nazismo? Ci vogliono riportare nei pieni anni ’30 del 900? Fermiamoci finché siamo in tempo.

Forse tempo invece non ce n’è più. Non si può tuttavia rinchiudersi nel dolore o nel pianto. Neppure consolandoci dicendo che “sono solo metafore” e che “occorre affrontare il fenomeno migratorio aiutandoli a casa loro perché in Italia non c’è posto per tutti”. Intanto alimentiamo l’odio, il disprezzo. Festeggiamo e ridiamo di fronte alla barbarie. No, dobbiamo dire no. E questa volta per davvero “senza se e senza ma”.

 Articolo parzialmente pubblicato sul “Trentino” 

Piergiorgio Cattani

Nato a Trento il 24 maggio 1976, dove risiede tuttora. Laureato in Lettere Moderne (1999) e poi in Filosofia e linguaggi della modernità (2005) presso l’Università degli studi di Trento, lavora come giornalista e libero professionista. Scrive su quotidiani e riviste locali e nazionali. Fa parte della Fondazione Fontana Onlus dal 2010. Dal 2013 è direttore del portale Unimondo. È attivo nel mondo del volontariato e della cultura come presidente dell’ “Associazione Oscar Romero”. Ha scritto numerosi saggi su tematiche filosofiche, religiose, etiche e politiche ed è autore di libri inerenti ai suoi campi di interesse. 

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