Radici liquide

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Il destino delle acque di montagna è quello di fluire nei tubi?

E’ la domanda che pone, già nella prima pagina del suo libro Radici liquide, la scrittrice e giornalista Elisa Cozzarini, che incontro in uno degli appuntamenti del Trento Film Festival 2018 di cui è ospite. Un’inchiesta che segue il corso dei torrenti alpini dal Friuli alla Liguria, un testo scorrevole e intenso che dà voce a chi difende i beni comuni, a chi non si abitua in fretta alle mutazioni del paesaggio, a chi si ostina a rilevarne le differenze e le storture.

E sono state proprio le persone la ragione e lo spunto per fare questo viaggio lungo un anno e raccontarne le storie, in un libro nato anche grazie al sostegno di un crowdfundingche ha realizzato un progetto dal basso, come dal basso si rafforzano le piccole battaglie sui nostri territori, quelli di cui nelle città si sa poco, quelli che ancora proteggono sacche di biodiversità. Biodiversità che subisce costante minaccia, dovuta alla riduzione della portata dei torrenti intorno ai quali si sviluppa, con un grave rischio di danni all’ecosistema.

Un torrente è ribelle per natura. Ha una portata variabile che non garantisce una quantità costante e ottimale d’acqua durante tutto l’anno. E allora perché così tanto clamore intorno al loro sfruttamento a fini energetici?Lo chiamano mini-idroelettrico e dovrebbe fare bene all’ambiente”, osserva Elisa, ma mentre lo dice è chiaro che non ci crede. Un impianto “mini” non vuol dire che si realizzi in assenza di danni ambientali, e il fatto che sia rinnovabile non significa che sia innocuo.  Ormai è piccolissima la percentuale di torrenti d’alta quota sfuggiti alla costruzione delle grandi dighe del Novecento: tutti i grandi impianti che è stato possibile costruire sono già stati costruiti tra la seconda metà dell’800 e soprattutto nel secondo dopoguerra e hanno apportato un grande contributo alla produzione di energie rinnovabilinel Paese (39%), ricoprendo un peso significativo nella produzione energetica nazionale.

Tra il 2015 e il 2016, però, la produzione è diminuita del 7% (dati GSE).E oggi quei pochi torrenti rimasti liberi stanno scomparendo in nome della produzione di energia “pulita” e degli incentivi statali legati alle energie rinnovabili, che la premiano e ci costano circa mezzo miliardo di euro l’anno.Ecco allora spiegato il mistero per cui, prima, nessuno se li filava i corsi d’acqua alpini. Non erano e non sono convenienti, ma se lo Stato supporta la costruzione di centrali, anche senza significativi vantaggi economici e di produzione che avvalorino lo sfruttamento di quelle acque, la cosa si fa interessante, non solo per gli speculatori più audaci, ma anche per alcuni Comuni che intravedono la possibilità di rimpinguare le proprie casse. Spesso si fanno allora i conti facendo in modo che tornino, utilizzando come riferimento per i progetti delle centraline dati di portata degli anni precedenti, quando pioveva di più e l’acqua era più abbondante: si giustificano così lavori che non sono attuali e della cui manutenzione, tra l’altro, dovranno probabilmente farsi carico i cittadini.

E’ pur vero che, in scala globale, le centraline sui torrenti di montagna possono essere considerate “piccole opere”, ma è altrettanto vero che una piccola diga su un piccolo fiume è una grande opera per quel territorio e come tale va vista, proporzionalmente all’area che intacca: se si porta via fino all’80% di acqua, riducendo all’osso il deflusso minimo vitale, ovvero la quantità minima d’acqua che consente la funzionalità del fiume, è molto difficile, per chi vuole difendere questi ecosistemi, nuotare contro corrente. Perché la corrente del fiume non c’è quasi più, ma questo non significa che ci sia invece una maggiore produzione di corrente elettrica.

Si legge nel libro che “tra le azioni più significative del Comitato acqua bene comune, il ricorso alla Commissione europea sulla mancata applicazione in Italia della Direttiva acque 60 del 2000 ha portato all’avvio di due procedure di accertamento da parte di Bruxelles. Per mettersi in regola, il ministero dell’Ambiente, a fine 2017, ha emanato delle linee guida per la valutazione dell’impatto ambientale delle derivazioni e per calcolare il deflusso ecologico, che sostituirà il deflusso minimo vitale e dovrebbe garantire una migliore qualità fluviale”. La questione rimane decisamente attuale se anche CCTAM (Commissione Centrale per la Tutela dell’Ambiente Montano) del CAI ha in calendario a Bologna per il prossimo 16 giugno un convegno-aggiornamento dal titolo “Idroelettrico e montagna”.

La cosa più importante è che in questo libro non si raccontano tante piccole battaglie isolate, si racconta una rete di oppositori che a volte non si conoscono nemmeno, ma hanno un legame che li connette più forte della distanza, ed è la tutela dei luoghi che abitano. Li difendono perché lì, nella trasparenza delle acque, ci sono le loro radici, le memorie, i desideri per il futuro dei loro figli.Non è il solito not in my backyard”, dice Elisa, “è il cortile di tutti noi ad essere minacciato quando parliamo di ambiente, cambiamenti climatici e sfruttamento indiscriminato delle risorse. Ed è una resistenza che non fa ancora abbastanza rumore, ma che non si arrende: per difendere siti di riferimento per acque di elevata qualità e per impedire danni irreversibili le cui conseguenze si riversano su ciascuno di noi. 

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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