Quel rock pacifista e sostenibile

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Roger Waters - Foto: 36.media.tumblr.com

Qualche giorno fa ho inviato una mail alle e agli insegnanti che collaborano quest’anno alla riflessione sul tema: “Armi e bagagli. Guerre, conflitti e diritto alla pace”, consigliando loro di proporre ai ragazzi anche l’ascolto di un’intervista a Roger Waters. Mentre digitavo il testo della mail e sentendomi un tantino vecchiotta, mi chiedevo se i Pink Floyd siano ancora “di moda” tra i liceali, se siano ancora punti di riferimento artistici e musicali come lo sono stati per le generazioni passate, compresa la mia. Non ho saputo rispondere alla domanda, ma lo hanno fatto per me i docenti che hanno raccolto con entusiasmo la proposta: non importa se i ragazzi “non sanno chi sia” Roger Waters, non importa se i Pink Floyd non fanno parte della loro raccolta mp3. Ci sono personalità che vanno oltre i gusti musicali, oltre i concerti, le folle, le note. E restano. Restano oltre il tempo per la loro caratura di artisti e di persone, perché si sbilanciano in gesti e pensieri autenticamente politici, utilizzando gli strumenti (musicali, mentali, linguistici) che hanno a disposizione e che sanno come far “cantare”.

Due nomi quindi da non dimenticare in questa riflessione. A partire proprio da uno dei fondatori dei “fenicotteri rosa”, che in una recente intervista rilasciata in esclusiva allo speaker radiofonico Fabio Arboit (Radio Capital) ha sviluppato una spigolosa riflessione intorno a un’icona della sua musica e dei nostri tempi: The Wall, il muro. O, meglio, i muri.

Nel presentare il DVD del film, uscito lo scorso 2 dicembre e ispirato 36 anni dopo a una delle pietre miliari della musica contemporanea, Waters si sofferma sul significato profondo dell’opera, una potente e quanto mai attuale testimonianza contro la guerra, che ripercorre in un crescendo di emozioni le orme di un percorso costante di impegno antimilitarista. Il muro resta il simbolo dei poteri forti, che radicati negli interessi politici e nelle diffidenze, costringono le persone dentro e dietro barriere che ingigantiscono le paure e sono causa e sostanza di derive belliche o razziste. Senza contare poi le gravi responsabilità delle multinazionali della guerra, da quelle legate alla produzione e al commercio degli armamenti, alle tecnologie al servizio dei conflitti e della loro perpetuazione all’interno di un circolo vizioso che ci spinge a creare barriere per lo più artificiali. Semplicemente - e banalmente - per identificare dei nemici che, guarda caso, non sappiamo chi siano proprio perché stanno al di là di quel muro.

Una chiacchierata che tra un brano e l’altro dei più noti successi dei Pink Floyd ripropone come un ritornello la domanda “For whose benefit?”, “A beneficio di chi?”. E l’accompagna con qualcuno di quei “dubbi di denuncia”, che mentre esprimono la domanda suggeriscono già una lecita risposta, che invita a farsi un’opinione, a manifestarla e a manifestarsi al di là di quello che ci viene propinato più che proposto.

Il secondo nome da segnalare in quest’occasione è quello di Eddie Vedder, per i più âgé non c’è bisogno di contestualizzarlo, per gli altri basti nominare uno dei gruppi rock musicalmente e testualmente più articolati dell’ultimo secolo: i Pearl Jam. Se questo non è sufficiente, allora citiamo anche la colonna sonora del film Into the Wild, che lascia intravedere spessore e calibro dell’artista di cui stiamo parlando. Ma aggiungiamo anche un altro particolare, più recente, forse meno noto, che si riassume in una parola: sustainability, sostenibilità. Su due fronti, per un unico scopo: rispettare il pianeta e i suoi abitanti, sostenerlo lì dove l’incuria o il progresso tentano di indebolirlo o peggio distruggerlo.

Il fatto: Rio Doce, Região Central de Minas Gerais, e la gigantesca ondata di fanghi tossici arrivata sulle coste brasiliane dell’Oceano Altlantico, dopo il crollo delle dighe dei bacini di lagunaggio delle scorie minerari della Samarco, una joint venture delle multinazionali Vale e BHP Billiton (ma in realtà tutto in mano al colosso minerario australiano). L’iniziativa: l’intero cachet del concerto devoluto per aiutare le comunità brasiliane coinvolte nella tragedia, e messo a disposizione dai Pearl Jam con un impegno pubblico riportato da fonti brasiliane e su twitter, benché non ancora confermato dal manager della band. Un impegno ribadito però anche dal palco del concerto della band a Belo Horizonte, durante il quale Vedder, davanti a più di 40 mila persone accalcate sotto la pioggia, ha duramente puntato il dito contro le aziende che sfruttano l’ambiente in maniera indiscriminata, incuranti delle conseguenze sulla natura e, ça va sans dire, sulle comunità che abitano quei territori: e via con le note arrabbiate di Do the evolution: “This land is mine, this land is free / I'll do what I want / but irresponsibly, It's evolution, baby” (Questa terra è mia, questa terra è libera, farò quello che voglio ma irresponsabilmente, è l’evoluzione baby). Ma non finisce qui: un’altra recente conferma ha rimarcato la virata solidale del gruppo, che dal 2003 ha concretizzato l’intento di compensare le emissioni di CO2 prodotte dai propri tour, investendo e finanziando in questo caso progetti a tutela delle foreste del Sud America. Perché manifestazioni artistiche del calibro dei grandi concerti hanno indubbiamente numerosi lati positivi, ma impattano anche negativamente sul pianeta: mitigarne gli effetti è necessario, così come responsabilizzarsi attraverso una sorta di autotassazione che aumenta consapevolezza e incanala risorse a favore del rispetto e della sostenibilità.

E quindi no, non importa se sono ancora una volta gli artisti della “vecchia guardia” ad esporsi con gesti e pensieri che fanno ombra a molti degli sbarbatelli dell’ultima ora, già idoli degli adolescenti di oggi: importa quello che fanno e che insegnano quelli che ancora possono contagiare con la loro professionalità, ma anche e soprattutto con le loro scelte a favore di una collettività solida(le) e responsabile.

Anna Molinari

Laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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