Quel filo sottile che lega la crisi nel Corno d’Africa e il welfare italiano

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Un bombadiere in azione - Foto da PaxChristi

Le immagini della carestia che ci giungono dal Corno d’Africa, devono interrogare la nostra coscienza e costringerci a riflettere sulle cause che l’hanno prodotta. Non si tratta di una “catastrofe naturale” di un “castigo divino”, ma della responsabilità degli uomini e delle logiche che continuano a governare le scelte dei singoli Stati e della comunità internazionale.

Ci sono fili sottili, ma non invisibili per chi li vuole vedere, che legano la crisi ambientale prodotta dal Nord del mondo con la povertà estrema nel Sud, la finanza globale con la crescita delle disuguaglianze sociali e la distruzione delle risorse naturali, il complesso militare-industriale con la crisi dei debiti sovrani, le guerre, il terrorismo e l’aumento delle spese militari con i bambini che muoiono di fame.

La politica nella sua interezza, in Italia come altrove, nasconde questi fili, per ignoranza o interesse. Per l’umanità e la “madre terra” il risultato non cambia.

Sono passati 50 anni e l’ammonimento di Eisenhower, a non permettere che il peso della combinazione di poteri tra l’immenso corpo di istituzioni militari e un’enorme industria di armamenti mettesse in pericolo le nostre libertà o i processi democratici, è rimasto inascoltato. Gli Stati Uniti, nonostante la contrapposizione con l’ex-blocco sovietico fosse ormai alle spalle, dal 1995 al 2010 hanno incrementato costantemente il loro budget annuo destinato alle spese militari, passando da 279 a 698 miliardi di dollari (il 150% in più). In percentuale annua sul PIL gli Usa sono passati nello stesso periodo da meno del 3 al 4,8%.

Complessivamente il Pentagono ha gestito negli ultimi quindici anni oltre 7.000 miliardi di dollari, alla faccia di quanti credono ancora che negli Usa non ci sia un intervento dello Stato nell’economia. A queste spese bisogna aggiungere, come minimo, altri 1.300 miliardi dichiarati dall’amministrazione americana per i costi sostenuti - fino al 2010 - per le guerre in Afghanistan e Iraq. In realtà, un recente rapporto della Brown University stima questi costi tra i 3.700 e i 4.400 miliardi di dollari, pari a un quarto del debito pubblico americano e molto di più di quanto speso nel corso della seconda guerra mondiale.

Nonostante il debito pubblico negli Usa sia passato nello stesso periodo (1996-2010) da 4.900 a 14.294 miliardi di dollari, una cifra quasi corrispondente all’intero PIL, l’amministrazione Obama - finora - sul terreno delle spese militari non ha rappresentato una vera discontinuità. Nel 2011 e 2012 il budget del Pentagono è stato ridotto in minima parte rispetto al 2010. E pur profilandosi all’orizzonte nuove tasse sui consumi e tagli alla spesa sociale e sanitaria per abbattere il debito pubblico di 4.000 miliardi di dollari in dieci anni, per le spese militari si parla di una possibile riduzione di soli 400 miliardi di dollari nei prossimi quattro anni. Evidentemente, le grandi corporate produttrici di sistemi d’arma, come Lockeed Martin, Boeing, Northrop Grumman, General Dynamics ecc. e i grandi network che si arricchiscono con il business della sicurezza dai contractors all’alta finanza, continuano a influenzare le politiche economiche e le scelte di bilancio Usa (come Finmeccanica fa - con le debite proporzioni - in Italia).

Eppure basterebbe affiancare su un grafico l’andamento del debito pubblico negli Usa con quello delle spese militari dal 1995 al 2010, per accorgersi che le due curve pressoché coincidono, confermando il filo che lega il peso del complesso militare - industriale con la crisi dei debiti sovrani.

E che guerre e spese militari siano tra le cause strutturali della crisi economica e finanziaria, non riguarda solo gli Stati Uniti, ma il mondo intero. Basti pensare alla piccola Grecia che, pur in bancarotta, ha continuato a destinare il 3,2% del PIL alle spese militari (oltre dieci miliardi di dollari l’anno).

Oppure l’Italia che, con un debito pubblico di oltre 2.700 miliardi di dollari, e nonostante l’integrazione europea, continua a mantenere un modello di difesa nazionale con 190mila militari, di cui il 45% composto da ufficiali e sottoufficiali. Negli ultimi dieci anni abbiamo speso in campo militare oltre 400 miliardi di dollari e, se non bastasse, partecipiamo a un programma per la realizzazione e l’acquisto di 131 cacciabombardieri F35, che c’è già costato oltre 2 miliardi e 700 milioni di dollari e che comporterà - ai prezzi attuali - un esborso di altri 26 miliardi di dollari nei prossimi anni.

A queste spese dobbiamo sommare il finanziamento delle missioni militari all’estero (compresa la partecipazione alle guerre in Afghanistan e Libia): un altro miliardo di euro l’anno fino al 2008, cresciuti a 1,5 miliardi di euro l’anno dal 2009 al 2011. Ma l’ipocrisia istituzionale ascrive questi costi a “interventi di cooperazione allo sviluppo e a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione, nonché delle missioni internazionali delle forze armate e di polizia [...]”. E’ vergognoso che Parlamento, Governo e, persino, il Presidente della Repubblica non chiamino le cose per quello che sono, visto che la componente civile delle missioni all’estero è solo dell’1,5% contro il 98,5% della componente militare.

Di fronte a tutto ciò crea sconcerto, come ci ha ricordato Sergio Paronetto di Pax Christi, l’assenza nella politica, nell’economia - e nello stesso linguaggio - di parole come disarmo e pace. La preoccupazione principale di governo e opposizioni è quella di rassicurare la finanza sui rischi d’insolvenza del debito, mettendo le mani nelle tasche dei cittadini e tagliando il welfare e i servizi pubblici. Nessun accenno, invece, alla riduzione delle spese militari, cancellando costosissimi sistemi d’arma e riducendo le forze armate.

Non ci consola che sia un problema non solo italiano. Nel mondo, infatti, la spesa militare ha raggiunto la cifra esorbitante e preoccupante di 1.630 miliardi di dollari, con un incremento del 50% rispetto al 2001. Equivale a 236 dollari pro-capite, che per un miliardo di persone corrisponde al proprio reddito annuo.

Con questi numeri torniamo da dove eravamo partiti. Nel Corno d’Africa, oltre ai morti a causa della guerra e terrorismo, “...tanti ne uccide la fame”. Eisenhower, da ex-generale dell’esercito, oltre che 34° Presidente degli Stati Uniti, seppe cogliere già nel 1953, quello che politici ed economisti non vogliono vedere oggi, cioè il filo che lega le spese militari crescenti con i bambini che muoiono di fame: “[...] ogni ordigno prodotto, ogni nave da guerra varata, ogni missile lanciato significa, infine, un furto ai danni di coloro che sono affamati e non sono nutriti, di coloro che sono nudi ed hanno freddo. Questo mondo in armi non sta solo spendendo denaro: sta spendendo il sudore dei suoi operai, il genio dei suoi scienziati, le speranze dei suoi giovani”.

Gianni Alioti
(Ufficio Internazionale Fim-Cisl)
gianni.alioti@cisl.it

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