Quel circo di morte che piace sempre meno

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Circo, sostantivo maschile, spazio destinato allo spettacolo, all’esibizione, al divertimento. Ma anche spazio di crudeltà, fin dalle sue più antiche origini. E spazio di tristezza, per molti di noi, ancora oggi, quando vicino casa, di quando in quando, approdano i classici tendoni a spicchi colorati, e al seguito una carovana di gabbie e roulotte. La sensazione però che i tempi siano ormai maturi per smetterla con queste giostre di finzioni, abolendo finalmente i circhi con animali, sta prendendo sempre più spazio. Perché se è abbastanza facile immaginare quanto sia pesante la vita di un acrobata o di un pagliaccio, sempre in giro a vagare per il mondo tra prove estenuanti, sradicamenti emotivi e sociali e incertezze professionali, dovrebbe essere ancor più semplice pensare a quanto possa essere stressante, inutile e contro natura questo tipo di vita per un animale tenuto in cattività, addestrato a ridicole moine e capriole lontano dal suo habitat naturale.

E se non è così scontato capire quanto sia ormai obsoleto questo divertimento a caro prezzo (non solo, loro malgrado, per i protagonisti, ma anche per gli spettatori), le notizie che corrono in rete ci aiutano subito a capirlo. Per esempio questa, che racconta di un elefante morto sul ciglio di una statale e di altri esemplari feriti dopo un incidente che ha visto coinvolto il camion dove erano stati rinchiusi per il trasporto. Una scena surreale accaduta in Spagna pochi giorni fa che, al di là del dispiacere per gli elefanti, la cui agonia va subito online, ci parla di molto altro. Dell’assurdità, per esempio, di animali portati a morire chissà dove in giro per il mondo, per il gusto - discutibile e forse nemmeno più così contemporaneo - di strappare qualche sorrisodi plastica a chi guarda con occhi spalancati un pachiderma gigante muovere passi di danza da uno sgabellino all’altro. 

Chiedersi quanto ancora dovremo aspettare prima che il circo con gli animali venga proibito è una domanda lecita, e non solo per “quei sentimentali degli animalisti”. Forse sono sufficienti un po’ di buonsenso e un po’ di logica, e per i più rigidi è la scienza stessa a venire in aiuto, quando zoologi, etologi e veterinari confermano gli effetti deleteri non solo sugli animali ma anche sugli spettatori (rischio trasmissione zoonosi). Le petizioni si moltiplicano, e viste le condizioni deplorevoli in cui spesso vengono tenuti gli animali, hanno forse più di una ragione per essere firmate. Il circo è in crisi, ed è una di quelle occasioni in cui una crisi è davvero un’opportunità, non una sfortuna da maledire. “Secondo un’indagine condotta dal Censis su iniziativa della Lavil numero di spettacoli circensi è calato dell’11% negli ultimi 5 anni.[…] Che i circhi non siano in grado di soddisfare i requisiti minimi per il benessere degli animali, e che anzi la cattività provochi loro restrizioni deleterie per lo sviluppo cognitivo, fisico e il normale sviluppo sociale, è ormai evidente. Il numero di spettatori è in costante declino anche in Italia, ed è calato del 5 per cento, passando da 1.155.182 nel 2010 a 1.096.695 nel 2015. Di conseguenza anche gli spettacoli sono sempre meno…”. 

Sono i dati riportati dagli amici di Life Gate, che confermano una tendenza che fa ben sperare: il gradimento non è più quello di un tempo. Perché le alternative ci sono, eccome, e sono occasioni di divertirsi oltrepassando una tradizione purtroppo ancora radicata, senza appesantirsi le coscienze e senza rendersi corresponsabili dello sfruttamento degli animali. Per esempio partecipando a spettacoli con protagonisti artisti umani – il più famoso e affascinante è sicuramente il Cirque du Soleil. O sostenendo la necessità di una riforma che faciliti il passaggio a nuove tipologie di spettacolo, che portino divertimento senza umiliazione. Oppure cominciando a conoscere gli animali nei loro habitat naturali. E non sto dicendo che per vedere un elefante sia necessario un safari in Africa o un viaggio in India. Perché anche se probabilmente più d’uno se lo potrebbe permettere, non è certo una proposta percorribile per la maggior parte delle persone che invece trascorrono volentieri una domenica pomeriggio al circo.L’alternativa può essere invece un buon libro di fotografie, un affascinante documentario online o in televisione. Di quelli che danno un senso ai nostri abbonamenti ai canali digitali, che ci parlano di ecosistemi, di tutela della biodiversità, di leoni che cacciano nella savana e non saltano dentro un cerchio di fuoco, di scimpanzé che ci illuminano sull’evoluzione delle nostre società senza stupide pantomime con addosso un grottesco tutù.

E se tutto questo ancora non ci convince, c’è un’altra bella opportunità da valutare. Uscire a fare una passeggiata nei nostri parchi naturali, alzare il naso al cielo, innamorarsi delle evoluzioni d’amore di un gallo cedrone, farsi venire i brividi all’alba con il bramito di un cervo, rispettare e conoscere i grandi carnivori che abitano i nostri boschi, quelli vicino a casa, quelli dove la libertà di ciascuno è un regalo di rispetto per se stessi e per tutte le forme di vita che condividono la vita su quel territorio.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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