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Quei poveri, capricciosi standard

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Di che cosa trattano le tre agenzie di valutazione del credito, Standard & Poor’s, Moody’s, e Fitch – 95 % dell’ “industria” della valutazione? Non è molto trasparente, tuttavia “Standard & Poor’s: silenziosa ma letale” stimola qualche riflessione.

Le agenzie sono USA, il che si adatta alla tendenza USA di erigersi a giudici di altri paesi. Si adatta anche a qualcosa di più pericoloso: la tendenza di altri paesi a prendere sul serio quei giudizi. Il nuovo primo ministro della Spagna ha detto di non aver bisogno di lezioni (delle agenzie) sull’economia spagnola; ma il declassamento ha scosso la Spagna. Perché l’Europa non ha le sue agenzie, che valutino tutti i 50 stati USA, per esempio, come le loro agenzie valutano i membri UE? Esiste una internazionalizzazione; è ben quanto riguarda il Fondo Monetario Internazionale, che consiglia la Banca Mondiale su che fare o no. Ma il loro operare proviene dallo stessa matrice, neo-liberale.

In secondo luogo, queste agenzie esistono per fare profitti; fanno soldi mediante le valutazioni. I clienti le contattano, chiedono una valutazione, e ne pagano i servizi, il che suona normale. Ci sono numerosi specialisti al mondo che lo fanno, con clienti che si abbonano a una newsletter, ecc. Ma queste agenzie pubblicano la loro valutazione (negativa), rendendo eventualmente le loro profezie auto-sconfessate ma anche auto-confermate. Fra i clienti ci sono governi, che ne proiettano l’attività da quella del mercato globale delle multinazionali alla geo-economia inter-statale, e quindi alla geo-politica.

Ciò è drammatico. Vuol dire che settori di un paese hanno un monopolio di fatto su una modalità d’intervento nella politica mondiale. È come se le agenzie fossero abituate a pagare per influenzare il flusso di notizie che raggiunge i media, come Hill & Knowlton (compagnia USA di pubbliche relazioni globali, ndt). Sarebbe interessante sapere chi siano i loro clienti.

D’altronde, le grosse aziende, come le banche, i fondi e i governi che stiano soppesando un fido a un paese, hanno diritto di sapere le probabilità di riavere i propri soldi e gli interessi. Il credito può essere usato per salvataggi e/o come stimolo; per aiutare l’economia finanziaria o quella reale in qualche paese. Il che sa di atto di solidarietà. Ma del denaro sano versato su altro cattivo può facilmente volgersi in cattivo pure esso. Si corre un rischio, e il creditore è lì per guadagnare denaro, non per perderlo.

E questo ovviamente solleva la questione: un declassamento è un metodo di assicurarsi un interesse più alto sul credito? Più bassa è la valutazione, più alto è l’interesse che un governo deve pagare sulle proprie obbligazioni per attrarre acquirenti. Molti governi sono ora in grossi guai. I governi con meno problemi possono essere interessati a un’agenzia esterna “obiettiva” con la funzione di pubblicare su scala globale i declassamenti che faranno aumentare il tasso.

Le banche tedesche offrono credito a quelle irlandesi affinché esse possano rimborsare i crediti precedenti a tassi maggiorati. È questa una ragione per cui non abbiamo un’agenzia europea, lasciando il lavoro alle americane?

Prendiamo nota che i nuovi primi ministri dei due paesi più inguaiati, Grecia e Italia, e il nuovo capo della Banca Centrale Europea, combinano il loro essere economisti con l’aver lavorato prima o poi per Goldman & Sachs (bel colpo, G&S!). Non solo una professione ma una organizzazione, casualmente in posizioni di vertice sull’intera questione. E anche se non sono su entrambi i lati del tavolo [negoziale], lo è probabilmente la loro ideologia. Così, non sentiamo mai fiatare le agenzie su una riduzione dei bilanci militari. La Grecia sembra averne la percentuale più alta in Europa, 3%, e la Spagna sta acquistando armi ritenute da molti non solo costose bensì anche superflue – e, ovviamente, per lo più dagli USA (e, aggiungiamo noi, anche l’Italia con gli F35, ndt). Le agenzie si concentrano sulla spesa sociale, non su quella militare.

Myriam Fernández de Heredia, capo delle valutazioni S&P per l’Europa, il Medio Oriente e l’Africa, dice:“Seguiamo una metodologia prescritta. Non agiamo giusto per capriccio”. Due analisti propongono una valutazione a un comitato di analisti senior. Essi, anonimamente, cinque o sette persone per evitare un pareggio al voto, comunicano via video-conferenza o telefono. E i criteri?

Dice: cinque fattori – politico, economico, di liquidità esterna, fiscale e monetario – a ciascuno dei quali attribuire voti da 1 a 6. La valutazione finale, per stabilire i potenziali di adempimento del pagamento del debito, che va da AAA ai titoli-spazzatura, si basa su questi punteggi.

Ovviamente, quest’informazione da un’intervista di giornale è insufficiente a valutare le valutazioni. Sicché, ci si chiede, sul piano della “politica”, come valutano le politiche apparentemente riuscite dell’Argentina e dell’Islanda, ampiamente auto-sufficienti, che rifiutano di cadere nella trappola del debito? Un debito verso i propri cittadini, come quello USA derivante dalla seconda guerra mondiale con obbligazioni comprate dalla gente comune, o il debito giapponese attuale, è meno pericoloso. Ma la servitù di un debito contratto con stranieri lo è: basti guardare il Terzo Mondo (la UE è in posizione intermedia).

C’è la stretta del credito, grosse aziende e governi in fallimento. Ma che cosa ha prodotto la stretta creditizia? La disuguaglianza rampante fra il potere d’acquisto calante per il 99% al fondo e oceani di denaro in cima per una speculazione irresponsabile. Economia reale stagnante, economia finanziaria galoppante. Anche la Cina ha enormi disuguaglianze, ma quelli socialmente al fondo vengono sollevati, con un colossale aumento di domanda interna, non un ulteriore sprofondamento. Fattori come questo entrano nella loro valutazione? Quanto sono realmente professionali?

La democrazia è trasparenza-dialogo, non solo elezioni. La democrazia mondiale non ha elezioni, rendendo ancor più necessarie trasparenza e dialogo. Ci vuole più introspezione, ma possiamo fare a meno di agenzie con metodi e agende discutibili.

Johan Galtung

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