Quando le persone si muovono…

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Il 15 gennaio si è celebrata la “Giornata Mondiale del migrante e del rifugiato”, sorta da un’iniziativa di Papa Pio X, ancora nel 1910, a seguito del terremoto di Messina (si trattava dunque di “italiani”). Poi la ricorrenza è diventata patrimonio comune alle maggiori organizzazioni umanitarie internazionali. Oggi la dicitura della giornata sembrerebbe a prima vista quanto meno semplicistica per tutti coloro che, dal Messico a Ceuta, da Lampedusa a Lesbos, si trovano su fronti opposti di una condizione comune:  da una parte quanti sono impegnati a soccorrere decine di migliaia di profughi di diversissima provenien­za;  dall’altra ci sono coloro che cercano un luogo in cui sopravvivere a guerre, fame,  ingiusti­zie e violenze di ogni genere. Non c’è una grande differenza tra questi ultimi e i cosiddetti  “profughi di natura econo­mica” che siamo tutti pronti - noi che mangiamo tutti i giorni e tre volte al gior­no -  a rimandare indietro a fare la fame; solo perché potrebbero chiederci di condivi­dere quello che sprechiamo con acquisti sproporzionati alle necessità o che po­trebbero “rubarci il lavoro”, quello che noi non faremmo mai più perché è disdicevole, inadatto alle nostre capacità ed altre affermazioni autoassolutorie.

Parlare di immigrazione non è facile perché il problema è diventato enorme con il tempo trascorso dal suo inizio e la mancanza di idee risolutive da parte di qualsiasi governo e di qualsiasi istituzione di qualsiasi paese o gruppo di paesi.

Ascoltando chi “vive l’immigrazione”, sia da immigrato, sia da operatore socia­le, si arriva a farsi un’idea proprio della complessità dei problemi e si comincia a porsi domande come “perché vengono?”, “da dove vengono?”, “che tragitto hanno mai fatto?”… Basta guardare negli occhi un profugo salvato da un gom­mone che sta affondando, o pensare ad un ragazzino che ha fatto un lunghissi­mo viaggio sotto un camion o dentro un container senza aria, o guardare una donna ustionata dalla benzina nelle 20 miglia che separano la costa libica dalle imbarcazioni di “Frontex”, per capire che dietro quegli occhi, dietro le braccia che chiedono aiuto, ci sono persone che non hanno più nulla da perdere ancora prima della loro partenza dal villaggio in Mali o in Ciad, dalla guerra da cui sono fuggiti in Nigeria o in Sud Sudan, dalla fame in cui hanno lasciato parenti e amici in Centrafrica o in Congo…

Prima di tutto, dietro quegli occhi, dietro quelle braccia, ci sono persone e non “profughi” o, peggio ancora, “clandestini”. In una recente intervista a “RadioIn­contri InBlu” il dr. Bartòlo, medico di Lampedusa diventato famoso anche alla gente meno avvezza a pensare a questi problemi per la sua partecipazione al film “Fuocammare” di Rosi, dice: “Odio la parola clandestino, andrebbe cancel­lata! Queste persone vengono alla luce del sole, cuociono nel deserto prima ed in mare poi, quali clandestini? Non si nascondono nemmeno un momento!”

Seconda questione, non meno importante, queste “persone” non sono islamici “alla conquista di Roma” o “alla cancellazione del Cristianesimo”! Per chiarire questo maledetto equivoco, messo in giro a bella posta da politicanti xenofobi e razzisti, basta ricordare i paesi di origine di questi profughi alla ricerca della sopravvivenza: gli abitanti dell’Africa sub-sahariana e di quella centrale, colo­nizzate dagli europei (francesi, inglesi, belgi, italiani e anche tedeschi), sono per oltre il 60% cristiani, convertiti dalle religioni animistiche tradizionali (RTA), oppure ancora “animisti”; circa il 20% sono musulmani e i rimanenti sono cri­stiani di fede copta (etiopi, eritrei). I criminali che gestiscono questo traffico in­vece appartengono a tutte le organizzazioni  di stampo mafioso di molti paesi “cristiani e civili”: dall’Italia, alla Russia, dall’Albania alla Romania, dalla Bulga­ria alla Turchia ed alla Libia, dove solo questi ultimi due sono paesi a prevalen­za musulmana).

Il terzo punto riguarda le cifre che i politicanti di cui sopra distribuiscono ai loro sconsiderati fans ed ai “media” che li sostengono: non si tratta di “un’invasio­ne”! In Italia sono arrivati, nel 2016, 153.000 profughi, su 61 milioni di abitan­ti, pari ad un profugo ogni 400 abitanti (0,26%). In Turchia e Grecia ne sono alloggiate centinaia di migliaia! In Libano, record assoluto, sono più di 2 milioni i profughi rifugiati. In Uganda arrivano sud-sudanesi in fuga dalla guerra civile, burundesi in cerca di scampo dalle vendette politico-tribali tra Hutu e Tutsi, mai risolte da nessuno, e somali che arrivano anche grazie all’impegno militare dell’Uganda in questa terra: due milioni di profughi su 35 milioni di abitanti corrispondono a sei profughi ogni 100 abitanti (5,7%), cioè oltre venti volte quanti ne arrivano in Italia… Quindi certe affermazioni sono messe in circola­zione solo per mantenere alta la tensione tra i disinformati e coloro che neces­sitano di un aiuto immediato.

Ultimo punto: molti profughi arrivano, se arrivano, come i “negri” che dal 1550 al 1855 sono arrivati in America, schiavi portati dai “negrieri”, per diventare manodopera gratuita o quasi nelle piantagioni degli Stati Uniti. Come riferisce ancora il dr. Bartòlo nella sua intervista “oggi vengono “comprati” nei loro vil­laggi e portati per diventare schiavi nelle piantagioni di pomodori dell’Italia del Sud, prostitute in tutta Europa, o, peggio del peggio, se non pagano anche il viaggio e i successivi “addebiti” che vengono loro caricati, diventano “parti di ricambio”: corpi vivi da cui espiantare organi da vendere a tutti i ricchi del pia­neta Terra”. Possiamo chiamarlo il “nuovo schiavismo”? Ma allora ci si dovrebbe chiedere chi sono le “mafie”?

Analizzeremo in successivi articoli l’origine dei profughi e le motivazioni che co­stringono milioni di persone a spostarsi dai luoghi di origine verso l’occidente e l’Europa tutta.

Paolo Merlo

Nato a Roma, ma spezzino di adozione, cresciuto in giro per l’Italia, informatico della prima ora nelle maggiori aziende multinazionali (Olivetti, HP, Canon) e poi imprendito­re e manager. Da oltre 10 anni “volontario a tempo pieno” lavora con diverse associa­zioni per la creazione di “computer rooms” e la formazione degli insegnanti nelle scuo­le superiori in Africa: Sud Sudan, Uganda, Centro Africa, Burkina Faso, Congo RDC e altrove ancora… Collabora come freelance a RadioIncontri InBlu e con diverse testate on-line.

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