Quando la famiglia tradizionale è quella che non ti aspetti…

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Family day. Commenti ne ho sentiti di ogni tipo nei giorni scorsi e in questi. E potrei scrivere più di un pezzo probabilmente, argomentando le ragioni dei miei sì e dei miei no, insieme a quelle dei sì e dei no di chi la proposta di legge l’ha anche letta, oltre che solo commentata. Le ragioni dei sì ai diritti in generale e nello specifico ai diritti civili, dei no alle discriminazioni e alle egoiste ipocrisie. Ma forse ai più ironici basta una frase incisiva e realisticamente secca, tipo questa, a risolvere con una battuta la conversazione; o bastano le parole del reporter Saverio Tommasi: “i diritti sono come il sole, se io mi abbronzo a te non rubo niente”, a rendere bene l’idea di cosa voglia dire dibattere su questi temi di cui tutti e tutte sono diventati improvvisamente esperti ma pochi e poche informati e onesti.

Alle ragioni di chi difende le “famiglie tradizionali” ci ho pensato però pochi giorni fa con un allaccio nuovo, incontrando un articolo che raccontava di ben altre famiglie tradizionali, famiglie cioè paralizzate dalla tradizione (forse non culturale, ma provocatoriamente la chiamerei una “tradizione di povertà ed emarginazione”). L’articolo dava notizia della recente decisione della Corte Costituzionale dello Zimbabwe di mettere al bando i matrimoni in cui uno dei futuri coniugi abbia meno di 18 anni. Lo scopo del provvedimento è evidente: mettere fine a una piaga che conosciamo e di cui recentemente ho parlato in un pezzo proprio qui su Unimondo, sottolineando la diffusione globale di un fenomeno gravissimo, che comporta pericolosi rischi per lo sviluppo sociale dei minori, siano essi i figli nati da questi matrimoni o siano invece i genitori stessi che non hanno ancora raggiunto la maggiore età e a cui, soprattutto nei casi delle donne (che rappresentano la maggioranza) viene negata la possibilità di accedere all’istruzione, di occupare una posizione nella comunità non necessariamente legata allo status di “madre”, di operare scelte autonome. Senza considerare poi le gravi conseguenze, purtroppo non rare, che possono incidere su uno sviluppo sano del neonato e sulla salute delle madri.

La legge precedente fissava l’età legale per il matrimonio a 16 anni per le ragazze e a 18 per i ragazzi, evidenziando anche da un punto di vista legislativo la disparità di trattamento tra i sessi; con l’entrata in vigore della recente normativa sembrerebbero aprirsi le porte per una “nuova era” che tuteli i diritti dei minori, soprattutto in un Paese dove una ragazza su tre si sposa prima di aver compiuto 18 anni e il 4% contrae matrimonio prima dei 15 anni (cifre che si aggirano intorno al 40% nell’Africa subsahariana). Le difficoltà più significative che si prospettano oggi sono legate al recepimento delle norme, soprattutto nelle aree rurali e più povere, pesantemente caratterizzate dal fenomeno delle spose bambine. E’ pur vero che qualcosa si sta muovendo se, come accade ad esempio in Malawi, sono a volte le stesse autorità tradizionali riconosciute dalla comunità ad opporre resistenza a queste pratiche.

La strada però è ancora lunga. Un recente rapporto Unicef quantifica a livello mondiale le donne tra i 20 e i 24 anni che hanno contratto il loro primo matrimonio prima di compiere i 18 anni in 75 milioni, 1 quarto delle quali in Africa (fonte: A profile of child marriage in Africa). Dati che non lasciano ben sperare se le previsioni per il 2050 vedono l’Africa superare il sud est asiatico nel numero delle donne coinvolte in matrimoni precoci. Le dichiarazioni del direttore generale di Unicef, Anthony Lake, non fanno che sottolineare l’urgenza di provvedimenti che vadano nella direzione di conferire diritti e conseguentemente protezione alle bambine, soprattutto alle più povere e marginalizzate, per garantire istruzione di qualità nelle fasi dove sono maggiormente esposte al rischio e offrire servizi di cura e protezione. La Corte Costituzionale dello Zimbabwe compie dunque un passo significativo in questa direzione, fissando un principio che riconosce un diritto alle bambine e che permetterà di vigilare sulla sua applicazione.

Anni fa Desmond Tutu e Graça Machel hanno dichiarato che il matrimonio che coinvolge minori ha luogo perché gli adulti pensano di avere il diritto di imporlo ai bambini. Questo nega, in particolare alle bambine, la dignità e l’opportunità di operare scelte che si rivelano centrali per le loro vite, come ad esempio chi sposare, con chi avere figli e quando. Scelte che ci definiscono nelle nostre identità e che ci permettono di realizzare il nostro potenziale. Alla luce di quanto accade oggi nelle nostre piazze, potremmo dire che sono scelte che in ogni famiglia dovrebbero essere garantite a tutti i livelli, a maggior ragione in quelle famiglie che non sono costrette a negarli per uno stato di estrema povertà che le spinge, per necessità, a calpestare le basi dell’autodeterminazione di ogni essere umano. Chiamiamoli diritti, a tutela delle decisioni di ognuno e ognuna, soprattutto quando queste non sono se non la legittima espressione della possibilità di vivere fino in fondo la propria identità.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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