Quando la cittadinanza è in vendita

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Nascere con un passaporto italiano porta a vedere il mondo intero come un luogo alla portata di viaggio: certo, ci sono restrizioni economiche e ci sono altri posti dove in pochi oserebbero andare per paura di conflitti militari o condizioni climatiche estreme. Ma, a parte questo, nessun cittadino italiano ha mai dubitato del proprio passaporto: siamo fin troppo abituati a darlo per scontato.

In effetti, il passaporto italiano garantisce accesso a quasi tutti i Paesi del mondo. Ma il passaporto è un bene particolare, il cui prestigio cambia a seconda del Paese da cui veniamo. Un recente studio di Henley & Partners, potente studio legale internazionale specializzato in questioni di cittadinanza, ha analizzato circa 199 passaporti confrontando parametri legati alle regolamentazioni sui visti e ricavando così il numero di frontiere attraversabili presentando il prezioso documento. Lo studio dimostra che quello italiano è un passaporto molto prestigioso, visto che garantisce accesso a 172 su 199 Paesi scrutinati, più o meno lo stesso numero garantito da un passaporto statunitense, svedese, o canadese. Per altri passaporti, invece, il numero è molto meno clemente. Per alcuni Paesi il passaporto vale magari solo 35 Paesi (passaporto verde rilasciato dall'Anp ai palestinesi di Gaza e Cisgiordania) o 28 (passaporto rilasciato dalle autorità afghane). Insomma: un passaporto non vale l’altro.

Ci sono anche casi estremi. Userò come esempio la storia di Luke, un investitore americano che nel 2008 si trasferì a St. Kitts and Nevis e comprò il passaporto locale rinunciando a quello Americano allo scopo di non pagare le tasse nel Paese dove era nato. Dopo aver avuto figli, Luke decise di trasferirsi in Svizzera per garantire alla prole un’istruzione europea. Vivere in Svizzera senza cittadinanza, tuttavia, è piuttosto scomodo. Bisogna continuamente fare domanda per rinnovare il visto e passare attraverso lunghi processi burocratici. Dal 2014, tuttavia, anche Malta ha avviato un  programma per cui ricchi investitori possono comprare la cittadinanza in cambio di un investimento di circa un milione di euro. Il programma è stato fortemente criticato dalle opposizioni, che lo hanno chiamato “prostituzione della nostra cittadinanza”. Ma è stato infine approvato e ora Luke ha deciso di fare domanda. Una volta ottenuta la cittadinanza maltese, Luke si trasferirà a Londra con la famiglia: “I miei figli avranno la possibilità di vivere e lavorare ovunque nell’Unione Europea. Quello maltese è un passaporto incredibilmente potente. Ma noi a Malta non ci andremo quasi mai: forse ogni tanto, per vacanza”.

Malta è solo uno dei Paesi che dispongono di un programma per vendere la propria cittadinanza. Il primo in ordine cronologico è stato proprio St. Kitts and Nevis nel 1983, poi ci sono stati Antigua e Barbuda, Comoros, Dominica, Grenada, e ora programmi analoghi esistono anche in Bulgaria e a Cipro. Il ministro al commercio di quest’ultimo Paese spiega che il processo è molto semplice: chi vuole ottenere la cittadinanza cipriota deve riempire un modulo di tre pagine, consegnare un documento che dimostra lo status di incensurato, investire circa €2.5 milioni in una villa e pagare €7,000 in tasse. A quel punto i candidati dovrebbero essere in grado di ricevere la cittadinanza cipriota, e quindi quella dell’Unione Europea, nel giro di novanta giorni. E questa caratteristica ha portato i programmi di cittadinanza in vendita al centro del dibattito europeo. Acquisire la cittadinanza di uno Stato Membro dell’Unione garantisce automaticamente accesso a tutti i diritti della cittadinanza europea: mobilità e lavoro, voto e candidatura per il Parlamento europeo e le elezioni locali, assistenza sociale in tutti i Paesi Membri. E per questo il caso maltese è finito davanti al Parlamento Europeo, che l’anno scorso ha duramente criticato il programma, ma ha potuto fare poco per vietarlo. Allo stesso modo, nel suo discorso in merito alla controversa questione, l’allora vice-presidente della Commissione Europea Viviane Reading non ha usato giri di parole: “La cittadinanza non deve essere in vendita”.

Ma perché la cittadinanza non dovrebbe essere in vendita? Esperti accademici spiegano che non si tratta di un bene come gli altri: la cittadinanza ha un valore simbolico e dovrebbe essere conferita a chi ha dei legami genuini con il Paese in questione. Venderla, commercializzarla, trasforma il suo stesso significato. E’ anche la ragione per cui le persone che lavorano in questo settore preferiscono usare il termine cittadinanza tramite investimento piuttosto che passaporto in vendita. Ma oltre a questo, esiste anche un problema di sicurezza: sono tanti i criminali e terroristi interessati a un secondo passaporto. Nel 2014 il Dipartimento del Tesoro americano ha rilasciato un’allerta relativa a St. Kitts, colpevole di aver inconsapevolmente rilasciato dei passaporti a cittadini iraniani che cercavano di evitare le sanzioni commerciali imposte ai cittadini del Paese in relazione al programma di sviluppo nucleare. Pochi mesi dopo il Canada ha deciso che non avrebbe più autorizzato i cittadini di St. Kitts a entrare senza un visto preliminare, per via delle preoccupazioni legate al programma “Cittadinanza via Investimento”. Siccome i governi nazionali, incluso quello di St. Kitts, non voglio rilasciare la lista di persone che beneficiano di questi programmi, a subire questo provvedimento sono stati, indiscriminatamente, tutti i cittadini di St. Kitts.

Intanto, tuttavia, i Paesi che hanno creato schemi per la vendita della cittadinanza difendono le virtù di questi programmi. Nell’ultimo anno, oltre il 40% delle entrate fiscali del governo maltese sono state determinate dal programma di cittadinanza tramite investimento. E anche l’economia di St. Kitts sarebbe probabilmente in bancarotta senza i ricchi proventi garantiti ogni anno. Henley & Partners ha dimostrato che perfino i Paesi più poveri hanno almeno una risorsa preziosa che possono vendere: la cittadinanza. A quale costo, tuttavia, resta da vedere.

Lorenzo Piccoli

Lorenzo Piccoli

Sono Lorenzo e scrivo per il portale Unimondo.org dal 2012, più o meno da quando mi sono trasferito a Firenze per iniziare un dottorato di ricerca pagato dal Ministero degli Esteri Italiano presso l'Istituto Universitario Europeo. Sono approdato in Toscana dopo esser cresciuto tra Trento e altre città molto pittoresche: studiando ho trascorso un semestre al Trinity College di Dublino in Irlanda, un altro semestre alla University di Victoria in Canada, e poi lavorando ho vissuto per un anno a Bruxelles in Belgio e per qualche mese a Edimburgo in Scozia. Per il mio dottorato mi occupo di cittadinanza e nazionalismo. Provo a trattare gli stessi temi quando scrivo per Unimondo.  

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