Notizie

Archivio Notizie

Prodi: l’Europa, la Cina e il futuro della democrazia

Stampa

Manifestazione a Washington (Usa) del China Democracy Party

“Noi viviamo in un unico mondo ma non dobbiamo avere un unico modello. Il colonialismo era bastato su questo principio: esiste un modello unico ed è il nostro. Ci sono diritti fondamentali certamente ma non possiamo metterci nell'ottica del "noi insegniamo, voi imparate". Per convivere nel mondo abbiamo bisogno di un minimo di profezia, non solo di diplomazia”. Con questo invito programmatico si è concluso l’intervento che Romano Prodi ha svolto sabato scorso a Terzolas (Trento), nel corso della trentunesima Scuola di formazione della Rosa Bianca, che da anni è il momento estivo di incontro per i cattolici democratici. Come presidente della Fondazione per la Collaborazione tra i popoli, Prodi ha parlato sul tema “I Sud e le porte del mondo”, affrontando i principali problemi della politica internazionale con uno sguardo “lungo” e rivolto al futuro: dalla guerra in Libia alle conseguenze della crisi economica, dalla possibilità di uno sviluppo in Africa alla necessità di istituire organismi sovranazionali fino alla nuova grande potenza globale, la Cina.

Il passaggio di testimone alla Cina. Il discorso prodiano torna molto spesso sullo straordinario processo di crescita del Celeste Impero (“è un fantastico Rinascimento – afferma il professore – e non uso per caso questo termine, richiamato sempre dagli stessi cinesi: è un concetto tutto italiano e sentire richiamare questi aspetti per rafforzare la propria identità dà una certa sensazione positiva”), evidenziando il significato epocale della trasformazione in atto. “Dopo che per anni gli Stati Uniti hanno bacchettato la Cina sulla concorrenza, sui diritti umani, sul Tibet, oggi il vicepresidente americano va in visita dicendo che Taiwan è un affare interno al paese. Queste dichiarazioni, passate sotto silenzio dai media italiani, non avvengono mai per caso ma testimoniano che il mondo è cambiato, che gli equilibri si sono modificati. In agosto le previsioni sul quadro economico sono completamente mutate in una direzione pessimistica”. Questa seconda ondata della crisi economica “ha accorciato di qualche anno il passaggio di testimone dagli Stati Uniti alla Cina. Viviamo in un mondo in grandissima trasformazione in cui il Nord sta passando il testimone della gara; sarà un passaggio lento, non certo immediato ma il fatto è che se non cambia alcuni valori di riferimento ciò avverrà inevitabilmente”.

Prodi conosce bene il gigante asiatico e oggi come professore di Dialogo Sino Europeo presso il CEIBS (China Europe International Business School) di Shanghai è un testimone privilegiato della nuova mentalità cinese. “I ragazzi cinesi sono capaci di tutto, come poteva essere in Italia negli anni 60, hanno un grande entusiasmo, posseggono un’alta formazione avviano attività imprenditoriali innovative. Loro hanno la consapevolezza di migliorare. E tra consapevolezza e arroganza il passo è breve. Ho un'esperienza limitata, ma là tutto sembra possibile, è un momento storico per loro, anche se questa corsa ha costi sociali elevatissimi”.

Se queste sono impressioni soggettive, la realtà del passaggio di testimone dagli Stati Uniti alla Cina, cioè dall’occidente all’Asia, si fonda su dati quantitativi. Prima di tutto, sottolinea Prodi, la demografia: “In 100 anni l'Europa passerà dal rappresentare il 20% della popolazione all'8%, la Cina rallenterà la sua spinta e probabilmente l'India la supererà, ma parliamo di circa 3 miliardi e mezzo di persone (su una popolazione globale di 9 miliardi di abitanti); la popolazione continua a crescere nei paesi musulmani e nell'Africa: oggi in Africa e l'Europa hanno gli stessi abitanti della Cina, domani basterà l'Africa: dovremo vedere se accanto a un Rinascimento asiatico ci sarà anche un Rinascimento africano”. Se passiamo alle cifre che riguardano lo sviluppo economico, incontriamo cambiamenti ancora più veloci: “Per 17 secoli e mezzo la Cina ha avuto il reddito pro capite più alto del mondo, raggiunto nel Rinascimento soltanto dalla Toscana. Se poi passiamo dai dati sugli aspetti economici incontriamo cambiamenti ancora più veloci: nel 1950 gli Stati Uniti detenevano il 50% del prodotto interno lordo globale, oggi hanno 20% (l'Europa un po' di più): il blocco occidentale è passato nello spazio di due generazioni dal 68% al 42%”.

Le disuguaglianze aumentano. Nel contempo gli ultimi decenni ci dicono che le disuguaglianze sociali tra ricchi e poveri sono aumentate. Quaranta anni fa, ricorda Prodi, “noi avevamo il grande augurio che i paesi si sviluppassero e che tutto il mondo progredisse; ma adesso che ciò sta accadendo davvero sembra una catastrofe. Questo consolante sviluppo è avvenuto però attraverso modalità che condannavamo. Fino agli anni 80 c'era stato un leggero miglioramento della condizione dei poveri, grazie al welfare state: ma l'appesantimento dello Stato e l'inefficienza delle strutture pubbliche hanno cambiato la visione”. Perché è accaduto questo? Ci sono ragioni economiche ma soprattutto politiche. “Quando crescono i valori economici, i prezzi degli immobili e dei beni di consumo, ovviamente aumenta la differenza tra chi li possiede e chi no. Una famiglia, di pari reddito rispetto ad un'altra, ma che possiede una casa che raddoppia il suo valore è ovvio che sarà avvantaggiata. Secondo: con un consenso generale in quasi tutti paesi sono state abolite le imposte di eredità, che avevano aiutato la ridistribuzione della ricchezza. Terzo: la riduzione delle aliquote fiscali, come per esempio negli Stati Uniti dove si è passati da 60% al 36% per i redditi più alti. Questo vuol dire meno soldi allo Stato, al sistema sanitario, a quello scolastico. Quarto: l’ampliarsi della gamma delle remunerazioni delle differenze tra le retribuzioni e tra i salari; anche questo viene tranquillamente accettato dall'opinione pubblica. Non c’è più uno sdegno verso queste sperequazioni ma c’è una corale accettazione delle disuguaglianze. Non ci si indigna più neppure di fronte all’evasione fiscale”.

La debolezza e l’assenza della politica. Prodi insiste sulla centralità della politica, la cui mancanza di leadership e di progettualità ha in un certo senso determinato la crisi e ora impedisce di trovare soluzioni. Il grande fatto nuovo che corrode la nostra democrazia sta tutto nell’assenza della politica, detronizzata dall’economia o meglio dalle strutture finanziarie internazionali, capaci di una rapidità nelle decisioni e di una forza quantitativa impossibili per le politiche dei singoli Stati. “Oltre il 70% delle vendite dei titoli in borsa avvenute in queste settimane sono state automatiche; sono i computer che gestiscono la situazione ragionando secondo schemi statistici: è un sistema certamente fuori da ogni tipo di controllo politico. Se lo spread aumenta, si reagisce vendendo il nostro portafoglio di titoli. Questo è inevitabile. Ma c’è qualcosa di più profondo”. E qui Prodi non nasconde la sua preoccupazione. “Non possiamo pensare né aspettare che il mondo si autocorregga. Sono pessimista, non vedo soluzioni vicine. Vedo una mancanza di leadership, lo sguardo solamente rivolto al breve periodo. I politici sono sempre messi davanti al dilemma di rischiare il posto oppure di cedere alla demagogia. Oggi De Gasperi finirebbe a fare il bibliotecario!”.

La crisi dell’Europa. L'assenza della politica non è solo un problema italiano, ma investe l’occidente, l’Unione Europea il cui rafforzamento sarebbe la nostra unica ancora di salvezza. “Tutto questo – continua il professore - è aumentato nel periodo di tempo che io chiamo decennio della paura. In Europa siamo passati dai grandi successi dell'adozione dell'euro, dell'allargamento, dei nuovi trattati, all'epoca della paura: della Cina, della globalizzazione, degli immigrati, delle cose che ci vengono in casa e di quelle che scappano. Invece di rispondere a questo unendoci di più si reagisce dividendosi e frammentandosi. I vertici franco tedeschi sono la negazione dello spirito europeo: tutti gli aspettano come risolutivi ma poi finiscono con un rinvio. Gli altri 25 paesi si arrabbiano ma non hanno la forza di contrastare questa tendenza. Alla fine non si possono prendere decisioni efficaci. Avremo bisogno di un cambiamento della struttura decisionale. In politica devi fare iniziative rischiando, rischiando in prima persona.

Vi racconto un aneddoto. Parlavo con il responsabile degli esteri del Partito comunista cinese, un uomo di grande conoscenza, sapeva benissimo l'italiano e conosceva pure il Partito Democratico (risata generale, ndr). Diceva: io non capisco più gli europei, voi non pensate mai al domani, siete sempre sotto elezioni e ogni elezione è diventata di importanza epocale. Come fate a gestire un continente se non pensate mai al domani? E ha concluso: sono molto preoccupato per il futuro della vostra democrazia. Il prete non era quello giusto ma la predica era sensata!”

C’è un fortissimo legame tra la nostra situazione politica e l'aumento delle diseguaglianze. “Occorrerebbero le riforme: per esempio io sono stato sempre favorevole alla Tobin tax, quella sulle transazioni finanziarie, però come economista devo dire che devono adottare tutti questa tassa altrimenti è un gioco che alimenta ulteriormente gli squilibri. Oppure ci vorrebbe la riforma del sistema monetario internazionale, ma la Cina non vuole, l’Europa è divisa: si fa presto a dire che servono organismi sovranazionali per gestire l’economia globale, ma poi in pratica nessuno si muove in questa direzione. Eppure soltanto le istituzioni regionali e sovranazionali ci potrebbero salvare. Esse sono sempre più necessarie ovunque: in Africa per esempio l’autorità del bacino del Nilo svolge un ruolo fondamentale”.

Uno sguardo all’Africa. Arriviamo così a un’altra questione dirimente per il nostro futuro: quale sarà il destino del continente nero? “L'Africa è un continente che avrebbe le potenzialità di muoversi, non certo in virtù dei governi ma per dati oggettivi, come per esempio per l'aumento dei prezzi delle materie prime. Ma anche di quello del cibo potrebbe favorire e mettere al centro dell'interesse del mondo le uniche due aree che posseggono riserve di cibo, cioè l'Africa e il Sudamerica. L'approvvigionamento del cibo diventa quindi la grande questione del secolo”. Ma anche qui subentra la politica che vive però in un contesto dove permangono focolai di guerra e di instabilità: “In questo momento pensiamo alla Libia ma anche l'Egitto vive una situazione molto difficile: il turismo è in crisi, gli imprenditori non investono, i Fratelli musulmani stanno diventando gli interlocutori privilegiati dell'esercito. Ma noi che cosa stiamo facendo a fronte di questa situazione?”

Un cambio di mentalità. A fronte di questi repentini cambiamenti che di certo sfuggono al nostro controllo e che sono più grandi di noi, l’unica azione necessaria e possibile, attuabile da individui e comunità, incrocia il mutamento del nostro orizzonte valoriale. “Non servono gesti simbolici o eclatanti, bisogna un cambio di sensibilità, un ripensamento personale e collettivo. Noi non pensiamo ancora a un mondo diverso. Tutta la nostra analisi va completamente riscritta: o noi ci rendiamo conto anche nella vita quotidiana del cambiamento in atto e del modo in cui affrontano, altrimenti siamo tagliati fuori. Occorre rispettare le culture come fece Matteo ricci che è l'unico italiano dopo Marco Polo ricordato in Cina perché ha rispettato, perché ha capito di avere di fronte una cultura forte, una dignità, qualcosa di profondo”. E questo vale per tutti i popoli del mondo.

Piergiorgio Cattani

Ultime notizie

Popoli indigeni: tra tragici anniversari e nuove violenze

26 Ottobre 2014
In occasione del Columbus Day c’è chi ha ricordato i casi di popoli indigeni ancora soggetti a violenza genocida in America. Ma non va meglio in India, sfrattati per la conservazione delle tigri… <...

Italia: quella giustizia-lumaca che nega i diritti

25 Ottobre 2014
Oggi è la giornata europea della giustizia civile. In questo ambito il nostro Paese è davvero pericolosamente indietro. (Anna Toro)

Tunisia al voto: la prima prova di vera democrazia

24 Ottobre 2014
Domenica prossima, 26 ottobre, l’unico paese dove la “primavera araba” non è fallita, elegge i suoi organismi istituzionali (Omar Bellicini)

Ambiente, le difficili sfide del commissario Vella

23 Ottobre 2014
Il maltese Karmenu Vella è il nuovo commissario europeo all’ambiente, pesca e affari marittimi, benchè la sua audizione al Parlamento Europeo abbia avuto dei passaggi imbarazzanti che rivelano la s...

I diritti degli omosessuali in un mondo diviso

23 Ottobre 2014
L’attivismo di Papa Francesco e di alcuni sindaci italiani, da fronti diversi, hanno fatto riaprire in Italia un dibattito sopito da anni (Lorenzo Piccoli)