Povertá e disuguaglianze al vaglio della microfinanza

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Credo che sia importante, prima o poi, chiedersi se il nostro lavoro nell’ambito della cooperazione allo sviluppo serva a creare un mondo migliore. Stiamo contribuendo a un maggior equilibrio sociale, economico, umano, o siamo complici inermi dell’ennesimo buco concentrico nell’acqua? Ci dilettiamo a parlare di fame nel mondo, sfruttamento degli oppressi, cambio climatico, educazione, redistribuzione della ricchezza, ma realmente dedichiamo le nostre otto, o piú, ore quotidiane di attivitá lavorativa a qualcosa che abbia a che vedere con questi temi? Non deve importare se siamo di destra o di sinistra: ce l’abbiamo una funzione sociale in questa vita, a parte quella di incassare una busta paga?

Con la microfinanza non ho scoperto una panacea, ma una piccola consolazione si. E un cammino da perseguire. Lavorandoci mi rivolgo solitamente a un pubblico di microimprenditori, piú vulnerabile, emarginato, povero. L’idea alla base é incentivare un cambio positivo nelle loro vite, misurabile per esempio in un incremento dei guadagni, del valore patrimoniale, in un punteggio piú alto nei questionari di poverta multidimensionale (Progress out of Poverty Index – PPI), o un miglioramento nelle condizioni abitative. La microfinanza attrae clienti perché gli permette di avere entrate piú affidabili, programmare meglio i flussi di cassa di una famiglia, e dedicare al risparmio una parte del prestito ricevuto. E perché é la migliore opzione disponibile, quando dall’altra parte della barricata ci sono usurai e squali del denaro. Molti studi hanno giá avvalorato il contributo positivo della microfinanza nella riduzione della povertá, in particolare nella stabilizzazione dei redditi dei clienti e in un potenziale aumento. Miled e Rejeb (2015) dimostrano che paesi con maggiori portafogli di microcredito per capite tendono ad essere associati a tassi di povertá (Head Count Ratios) minori, confermando l’effetto equalizzatore (di riduzione delle disuguaglianze) della microfinanza, giá appurato da Kai (2009), applicando una metodologia econometrica cross-country. Altri accademici si sono concentrati sulla relazione tra microfinanza e disugualianza: Bangoura (2016), mediante tecniche di casualitá di panel eterogenei, documenta che l’accesso al microcredito migliora il reddito dei clienti e comporta una riduzione della disuguaglianza (si osserva un collegamento tra il Coefficiente di Gini e il numero dei prestiti attivi).

Contemporaneamente altri esperti hanno mosso critiche nei confronti della microfinanza perche allo stato attuale non abbondano le stime sul suo impatto a livello macroeconomico. A detta loro, ci si ostina a riportare storie individuali per argomentare i successi dei piccoli prestiti. Altri, invece, nutrono dubbi sulla sua reale utilitá nel servire il piú povero, a causa degli alti, altissimi costi operativi da affrontare, i quali ricadrebbero inevitabilmente sui prezzi - tassi d’interesse - applicati ai prestiti concessi. Ancora nel 2002 Jonathan Morduch mostrava come la microfinanza non fosse uno strumento per chiunque (e quindi non necessariamente indicata per i 2,7 miliardi di persone che vivono con meno di $ 2,50 al giorno): persone con gravi patologie e malattie mentali, indigenti o nullatenenti non sono buoni candidati per gli istituti di microfinanza (IMF), ma dovrebbero piuttosto ricevere assistenza diretta. Tuttavia non é vero che la microfinanza non possa essere efficace anche per i piú poveri: non esiste alcuna prova di una relazione inversa tra il livello di povertà di un cliente e le sue capacità imprenditoriali o la sua inclinazione al risparmio. Lo stesso Murdoch sfatava tanti altri miti: anche le persone senza un’attivitá imprenditoriale esistente possono beneficiare dei piccoli prestiti (cosa che invece nella maggior parte dei casi rappresenta ancora un requisito per gli IMF) e spesso tra le persone piú indigenti non si registra un miglioramento nelle loro condizioni di vita, perché i prodotti non sono disegnati in maniera appropiata alle loro caratteristiche o al contesto in cui vivono.

Sulla difficoltá della microfinanza di arrivare al piú povero si é scritto molto. Di fatto ogni istituzione sceglie il proprio cliente obiettivo, sulla regola che il cliente perfetto é quello che puo ripagarti: se i clienti entrassero in una spirale viziosa e non riuscissero a gestire il debito contratto o gli interessi troppo elevati, non sarebbero piú in grado di ripagare e anche gli istituti smetterebbero di prestare. Nel microcredito tassi di rimborso tra il 95% e il 99% sono considerati fisiologici e attestano una buona scelta del tasso di interesse rispetto alle capacitá del cliente obiettivo. Altra cosa é pero garantire un’effettiva diminuzione della povertá. Il povero, d’altronde, non é sempre il comun denominatore degli IMF. Vi sono, sí, istituti che preferiscono concentrarsi sulle persone piú bisognose ed economicamente svantaggiate e lo fanno attraverso il village banking o metodologie di prestito di gruppo o comunitario. Altre che prediligono un tipo di cliente piú formale, microimprenditori con esperienza, abilitá e vendite piú sostanziose, perché incorporano costi operativi minori (grazie a importi medi di credito piu alti) e assicurano una maggiore stabilitá di redditivitá. Sono in tanti a dire che microimprenditori piú maturi hanno maggiori probabilitá di aumentare il proprio patrimonio attraverso l’indebitamento, rispetto a commercianti, magari ambulanti, con estrema volatilitá nelle vendite. Ma non é sempre vera questa affermazione. La pietra miliare dei manuali di microfinanza (“The Economics of Microfinance”) ci insegna che quanto maggiore é il livello di povertá di un individuo, maggiori sono i suoi potenziali guadagni marginali, e, di conseguenza, i benefici derivanti da un prestito ricevuto. I guadagni marginali tendono a decrescere col diminuire della povertá. Ma anche questa é teoria.

Lavorando sul campo mi rendo conto che il microcredito non faccia miracoli. A contatto con clienti, visti e intervistati in istituzioni latinoamericane come Pro Mujer (Messico), Credivisión (Perú), Fundación Espoir (Ecuador), Enlace (El Salvador), ho notato che si possono creare dei circoli viziosi, dove le microimprenditrici richiedono un credito di piccolo importo per entrare a far parte di un gruppo solidale, senza peró costruire un piano di sviluppo commerciale. Lo si fa piú per un senso di appartenenza che per una vera indole alla crescita: mancano gli stimoli giusti e una metodologia di credito piú robusta. La signora destina, dunque, una parte dei soldi nella sua attivitá per assicurarsi incassi piú equilibrati, ne consuma un’altra parte e ne riserva un’ultima per eventuali emergenze o un evento in programma. Passano gli anni, i cicli creditizi, e la stessa signora finisce per ristagnare in una condizione pressoché identica a quella di partenza, senza sperimentare un vero progresso, nella sua vita o in quella della sua famiglia. La richiesta di un prestito alla portata, le consuete riunioni di pagamento, i risparmi irrisori, le sessioni educative ripetitive, insomma tutto il processo, arriva a diventare un’abitudine, come fare la spesa o andare a messa.

Come tutte le cose, anche la microfinanza ha i suoi vantaggi e le sue pecche. Senza un appoggio piu massiccio (governi, investitori istituzionali, organizzazioni e agenzie internazionali) fatica a lasciare il segno a livello macro, ma non significa che non sia di grande beneficio. Soprattutto in mancanza di alternative all’altezza. Non basta puntare sul piú povero per ottenere risultati sensibili in termini di alleviamento della povertá, nonostante la forte componente umanitaria. Le nuove tecnologie, l’innovazione digitale (denaro elettronico, trasferimenti di denaro col cellulare, piattaforme di criptovalute per il microcredito, mobile banking) si stanno pian piano affermando, soprattutto nei paesi africani (M-PESA l’esempio piú eclatante), ma trattandosi di iniziative individuali, avranno bisogno di grossi investimenti prima di lanciare la prossima rivoluzione della redistribuzione della ricchezza. Permane poi il rischio che l’ingrediente imprenditoriale prevalga su quello sociale.

Di questo si é anche parlato nell’ultima European Microfinance Week, svoltasi in Lussemburgo, in un ambiente sardonicamente agli antipodi dalle problematiche del Sud del mondo. Tra i tanti partecipanti alla tavola rotonda, Tim Ogden, della Financial Access Initiative, é sembrato particolarmente critico nei confronti delle opinioni espresse e delle sfide messe in luce per i prossimi anni: “Il movimento microfinanziario è nato e prosperato con un gruppo di istituzioni che si prendevano cura dei clienti e delle loro famiglie; i nuovi guru della microfinanza, e con loro i fornitori di servizi digital, non sembrano piú preoccuparsi di offrire valore ai clienti ma di estrarne”.

Marco Grisenti

Mi chiamo Marco Grisenti e sto per abbandonare, a malincuore, la década dei 20. Non mi sono mai sentito troppo italiano. Nato a Bolzano, cresciuto in Trentino, durante gli anni universitari, appena potevo, partivo per qualche meta Europea, abbattendo barriere fuori e dentro di me. Ho vissuto in Inghilterra, Estonia, Spagna, Lussemburgo, stretto amicizie con mondi altrimenti estranei, imparato qualche lingua e giocato al fuggitivo. Laureato in Analisi Finanziaria, nel 2014 ho passato un anno in Unicredit a Milano, impotente di fronte a tante domande. Dopodiché hanno iniziato a brillarmi gli occhi: nel 2015 in Guatemala ho lavorato per una ONG impegnata nello sviluppo di imprese sociale. Da fine 2015 vivo a Quito e lavoro come analista per Microfinanza Rating realizzando valutazioni finanziarie e di impegno sociale a organizzazioni di microcredito in America Latina. Credo in un mondo piú equo, ma sono giá follemente innamorato di questo. Per Unimondo cerco di trasmettere, senza filtri, la sensibilitá che incontro quotidianamente.

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