Politica migratoria: una questione cruciale per l’Unione Europea

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Cecile Kyenge e Suor Eugenia Bonetti – foto: Mattia Matrone, European Alternatives

Bruxelles - Giovedì 17 ottobre le voci dei migranti sono entrate nel Parlamento Europeo grazie a European Alternatives, organizzazione che promuove una visione dell’Unione Europea “altra” rispetto alle logiche puramente economiche, e a LasciateCIEntrare, la campagna italiana per il superamento della detenzione dei migranti in situazione irregolare. Per una mattina organizzazioni, rappresentanti delle istituzioni e della società civile, sindacati, reti di associazioni, parlamentari europei, avvocati e ricercatori si sono alternati al tavolo dei relatori per fare il punto sulla detenzione e sulla libera circolazione dei migranti in Europa e nei paesi confinanti.

La conferenza, dedicata a “Standardizzazione della detenzione amministrativa dei migranti e libera circolazione dei cittadini” aveva un sottotitolo significativo “Il momento di indagare le alternative”. Alternative per un’Europa più umana, basata sui diritti, alle cui porte non si accumulino morti senza nome e nei cui spazi di vuoto giuridico e sociale non si perdano le vite di persone “colpevoli” di non avere un documento valido, vittime spesso di un sistema che criminalizza innocenti e finisce per favorire i veri criminali. Un tema centrale per il futuro democratico dell’Italia e dell’Europa unita, ricordato in un momento carico di significati: il giorno prima la presidente della camera dei deputati italiana, Laura Boldrini, aveva infatti accostato la memoria dei rastrellamenti del ghetto ebraico di Roma alle storie dei milioni di uomini e donne perseguitate nel mondo contemporaneo, che continuano a bussare alle porte del nostro continente. Il giorno successivo, il 18 ottobre, ricorreva invece la giornata europea contro la tratta di esseri umani, che per suor Eugenia Bonetti, missionaria nel Centro di Identificazione e Espulsione romano di Ponte Galeria e appena nominata “cittadina europea dell’anno” a Bruxelles, rimane “una vergogna del sistema italiano, cresciuta dopo l’approvazione nel 2009 del reato di irregolarità, che costringe le donne sfruttate sessualmente a subire inutili privazioni della libertà”.

Invitata d’onore della conferenza è stata un’altra donna, Cécile Kyenge Kashetu, ministra per l’Integrazione del governo italiano. Accanto a lei, nella prima fase della discussione, le parlamentari europee Hélène Flautre, Marie-Christine Vergiat e Silvia Costa, sostenitrici di una revisione delle politiche di detenzione dei migranti nell’Unione, da portare avanti essenzialmente tramite la modifica della direttiva del 2008 sui rimpatri, in modo che garantisca realmente che la detenzione sia l’ultima ratio per assicurare la reperibilità di stranieri non regolari e non, come accade oggi, una procedura generale indipendente dai percorsi e dalle vulnerabilità personali.

Silvia Costa, parlamentare italiana che più volte ha visitato i C.I.E. denunciandone le “terribili condizioni di degrado”, ha sottolineato l’importanza della prossima seduta del consiglio dei ministri europeo, programmato per il 24 e 25 ottobre, che vedrà in agenda il tema della gestione dei flussi di immigrazione nel continente e ai suoi confini. Importanza richiamata anche dalla ministra italiana, che ha ricordato l’impegno del suo dicastero nel tessere rapporti con le istituzioni europee ben prima delle ultime tragedie di Lampedusa e Malta.

“Ci aspettiamo che il consiglio dei ministri – ha spiegato Kyenge in una conferenza stampa successiva – affronti temi chiave come la sicurezza dei migranti alle frontiere esterne dell’Unione, rivedendo il ruolo dell’agenzia europea Frontex, e avvii un chiarimento sulle norme di salvataggio in mare, le così dette operazioni S.A.R., Search and Rescue”. Di fronte al “fortissimo senso di sconfitta personale e politica” provato a Lampedusa poche settimane fa nell’assistere al recupero delle salme, Kyenge ha ribadito a Bruxelles l’impegno a lavorare per fermare le morti e per contribuire a “una nuova stagione sul tema dell’immigrazione” che l’Italia non può rimandare. La ministra ha auspicato dunque una primavera delle politiche migratorie, da attuare tramite revisioni normative a livello nazionale e europeo, ma anche e soprattutto un’inversione di rotta culturale sulla presenza di cittadini stranieri nelle nostre società.“Il mio mandato – ha evidenziato in chiusura di un intervento ponderato a fondo – è far superare pregiudizi e paure che vanno ben oltre l’interesse degli stati per la sicurezza, facendo capire che l’integrazione è un mezzo di sviluppo e ringiovanimento della nostra Europa”.

Sul piano politico intende lavorare alla creazione di canali di accesso regolare per chi vuole o deve migrare verso l’Europa e rafforzare le politiche di cooperazione con i paesi di origine, favorendo anche ritorni volontari sostenibili per le persone, e capaci di valorizzarne le professionalità, a beneficio dei paesi di emigrazione. “Una parola è al centro del mio approccio: la legalità”. Parola che Kyenge ha ripetuto anche in merito alla detenzione: bisogna applicare la direttiva europea, per cui la privazione della libertà e il rimpatrio forzato sono scelte residuali mentre oggi, insieme al reato di ingresso e permanenza irregolare, rischiano di rendere i migranti ricattabili di fronte a trafficanti, caporali e altri criminali. Non nasconde però, forse rammaricata di fronte ai “colleghi” della campagna LasciateCIEntrare, di cui era stata una delle prime animatrici dal 2011, la difficoltà nel rivedere radicalmente le politiche sulla detenzione, opera per cui vuole comunque “essere di stimolo per un dibattito produttivo, senza spot e demagogia”.

A fare eco alle parole di Cécile, come la chiamano i molti giovani professionisti italiani impegnati per i diritti degli stranieri, sono gli animatori delle diverse campagne per aprire i centri di detenzione europei a deputati e società civile, riuniti sotto la sigla di Open Access Now, campagna transnazionale avviata in collaborazione con la rete Migreurop. Sono oltre 400, sottolineano, i centri in Europa, e buona parte non sono mai stati visitati da nessuno. Per Costanza Hermanin, di Open Society Foundation, che ha supportato questa e altre campagne nel nostro paese, il ricorso sistematico alla detenzione è giuridicamente infondato, manca di garanzie procedurali e legali (vedi la possibilità di presentare ricorso fondato a un tribunale), costringe i trattenuti in condizioni degradanti e in ultimo rappresenta una spesa altissima dagli effetti minimi, visto che la percentuale di rimpatri realizzati è inferiore al 50 per cento. Una situazione che, con differenze leggere, unisce tristemente tutta l’Europa, come ha ricordato Philip Amaral del Jesuit Refugee Service. “Una nostra ricerca pubblicata nel 2011 – ha spiegato Amaral – ha mostrato come la detenzione abbia sempre un impatto negativo sulle persone, arrivando a provocare forme di depressione e disagio psichico in persone spesso già vulnerabili, come rifugiati e vittime di tratta”.

Il vero problema è che, nonostante la direttiva europea ne parli chiaramente, nessun governo ha approntato misure sanzionatorie alternative, come espresso da Jerome Phelps di Detention Action nel raccontare la storia di un sessantenne gambiano trattenuto quasi 6 anni in diversi centri di espulsione britannici. Secondo Amaral e altri relatori, tali alternative esistono e si tratta in primo luogo di progetti per la permanenza in comunità di stranieri irregolari, per poter affrontare ogni caso in modo individuale, identificare eventuali vulnerabilità e far sì che il rimpatrio, se avviene, non sia forzato.

La conferenza ha dato dunque voce a questa e altre indicazioni, che vogliono e devono essere in primo luogo uno stimolo per azioni concrete e per continuare quella contaminazione fra istituzioni e società civile che sola, come dimostrato dai primi risultati delle campagne di sensibilizzazione attraverso il continente, può portare risultati concreti. Lorenzo Marsili, direttore di European Alternatives, ha ricordato in conclusione la posizione della Commissaria Europea per gli Affari Interni Cecilia Malmström, assente alla conferenza per altri impegni istituzionali. “Definendo i fatti di Lampedusa una tragedia europea – ha concluso Marsili – la commissaria ha anche dichiarato il suo impegno per la revisione della direttiva sui rimpatri, che permette agli stati membri di detenere i migranti irregolari fino a 18 lunghissimi mesi nei C.I.E., strutture para-carceriali prossime al collasso. La invitiamo pertanto a mantenere una giusta coerenza con le sue parole e a proporre una seria modifica della Direttiva”.

Un invito ripreso dalla collega Anna Lodeserto, responsabile campagne e partecipazione dell’organizzazione europea, che ha voluto specificare il ruolo centrale delle istituzioni comunitarie. “L'Europa – ha ricordato - ha tutte le possibilità per raccogliere le istanze dei cittadini in materia di integrazione e accoglienza, trasformando le proposte concrete in buone prassi da riprodurre all'interno di ogni paese interno ed esterno all'Unione Europea, con particolare attenzione a tutte le zone di transito affinché diventino porte realmente democratiche, espressioni tangibili di accoglienza e non più teatri di respingimenti e stragi annunciate”. Un auspicio che ogni cittadino europeo e italiano deve fare oggi proprio, documentandosi, facendo pressione sulle autorità locali e, perché no, raccogliendo firme per una Iniziativa Europea dei Cittadini contro la detenzione, proposta da più parti nel corso della conferenza.

Giacomo Zandonini

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